Omelie 2012 di don Giorgio: Prima domenica di Avvento – rito ambrosiano

18 novembre 2012: Prima di Avvento

Is 13,4-11; Ef 5,1-11a; Lc 21,5-28

Iniziamo con questa Santa Messa l’Avvento cristiano, uno dei due periodi cosiddetti “forti” (l’altro è la Quaresima) che la Chiesa ci propone durante l’anno liturgico. “Forti” nel senso che ci preparano intensamente a celebrare grandi Eventi o Misteri che riguardano la nostra fede.
Anzitutto un po’ di storia. Nel IV secolo il tempo pasquale e quaresimale avevano già assunto una configurazione vicinissima a quella attuale. L’origine del tempo di Avvento è più tardiva, infatti viene individuata tra il IV e il VI secolo. La prima celebrazione del Natale a Roma è del 336, ed è proprio verso la fine del IV secolo che si riscontra in Gallia e in Spagna un periodo di preparazione alla festa del Natale. Per quanto la prima festa di Natale sia stata celebrata a Roma, qui si verifica un tempo di preparazione solo a partire dal VI secolo. Senz’altro non desta meraviglia il fatto che l’Avvento nasca con una configurazione simile alla quaresima, infatti la celebrazione del Natale fin dalle origini venne concepita come la celebrazione della risurrezione di Cristo nel giorno in cui si fa memoria della sua nascita. Nel 380 il concilio di Saragozza impose la partecipazione continua dei fedeli agli incontri comunitari compresi tra il 17 dicembre e il 6 gennaio. In seguito verranno dedicate sei settimane di preparazione alle celebrazioni natalizie. In questo periodo, come in quaresima, alcuni giorni vengono caratterizzati dal digiuno. Tale arco di tempo fu chiamato “quaresima di s. Martino”, poiché il digiuno iniziava l’11 novembre. Di ciò è testimone s. Gregorio di Tours, intorno al VI secolo. Fu attorno al secolo VII-VIII che la Chiesa romana accorciò l’avvento a quattro settimane, e quest’uso si diffuse poi in tutta la Chiesa latina occidentale. Tranne che a Milano, dove si conservò il computo più antico, quello appunto delle sei domeniche.
“Avvento” deriva dal latino, e letteralmente significa “arrivo”, “venuta”. È una parola di origine profana che designava la venuta annuale della divinità pagana, al tempio, per fare visita ai suoi adoratori. Si credeva che il dio, la cui statua era lì oggetto di culto, rimanesse in mezzo a loro durante la solennità. Avvento indicava anche il rituale con il quale i sovrani dell’epoca antica, soprattutto in Oriente, celebravano il loro arrivo solenne (appunto, il loro “avvento”) in una città, e pretendevano di essere accolti, il più delle volte a torto, come benefattori e divinità. Fu dunque una scelta velatamente polemica quella della liturgia cristiana quando volle usare questo termine per indicare la “venuta” in mezzo agli uomini, nella grande città di questo mondo, del vero benefattore, Gesù Cristo, nato a Betlemme.
La Chiesa parla di avvento, in realtà si tratta di tre avventi, di tre venute. La prima riguarda
l’incarnazione del Figlio di Dio, che si colloca in precise coordinate di tempo e di spazio. La seconda venuta è quella che si realizza nello scorrere del tempo: ancora oggi Cristo s’incarna nella nostra realtà quotidiana. La terza è quella finale, quando Gesù tornerà a giudicare il mondo. San Bernardo così le sintetizza: “Noi conosciamo tre venute del Signore: presso gli uomini, negli uomini, a giudizio degli uomini”.
La prima domenica di Avvento è fortemente caratterizzata dalla venuta finale di Cristo, che è dipinta con “toni da brivido e allusioni catastrofiche”.
Commenta don Luigi Crivelli: “Non si tratta soltanto di affermare il principio teologico della signoria di Dio sul cosmo, ma più immediatamente di offrirci anche uno spunto didattico: avvertire il credente – e attraverso lui anche ogni uomo – che il tempo storico avrà una fine, che la corsa dei giorni si arresterà, che tutto il visibile che si dispiega attorno a noi e che è oggetto di meraviglia e di compiacimento – come le belle costruzioni del tempio su cui gli apostoli attirano l’attenzione di Gesù guardando Gerusalemme mentre scendono dal monte, ma anche il sole e la luna e le stelle – si dissolveranno e tutta la creazione franerà su se stessa ammassando, come logica conseguenza di questa visione catastrofica, cumuli di macerie in un buio definitivo e infinito”.
È vero che a nessuno di noi piace il catastrofismo, ovvero che la storia dipenda da eventi di carattere violento ed eccezionale. Sembra quasi che ci divertiamo a complicarci la vita con paure come se sopra la nostra testa ci fosse una spada di damocle sostenuta con un esile filo pronto ad essere reciso e perciò a ferirci o addirittura a ucciderci. Questa visione non ci permette di vivere serenamente, affrontando giorno dopo giorno le difficoltà che incontriamo. Dire che la vita è precaria, è un dato di fatto: nessuna cosa è eterna, tutto finisce. Tuttavia questa caducità non ci deve portare a vivere nel terrore come se ad ogni istante fosse pronto un evento tragico. La visione catastrofica presente nella Bibbia ha solo un valore pedagogico, quindi positivo: scuoterci per renderci conto che siamo fragili, che tutto è caduco, destinato a perire, che il tempo scorre inesorabile per tutti, che siamo destinati ad un futuro migliore se rispettiamo il piano di Dio.
Del resto che cosa significa progresso? Significa “andare avanti, avanzare, procedere”. Solo l’eternità non conosce progresso: l’eternità è pienezza di vita. Il mondo non è pienezza di vita, ma un insieme di energie che si realizzano nel tempo. Ecco il progresso. Il vero progresso realizza man mano le quasi infinite possibilità di vita che ci sono nella creazione. Noi purtroppo confondiamo il progresso vitale con il progresso puramente materiale o tecnologico. E lo chiamiamo benessere. Sì, il progresso materiale e tecnologico ci danno un certo benessere. Ma è solo momentaneo e puramente illusorio, se ci fermiamo a vivere consumando il benessere materiale. La caducità radicale presente nelle cose non è una illusione: è la possibilità che dà alla vita di esprimersi al meglio. Le cose passano, per dare spazio al vero progresso umano, che è anzitutto spirituale. In ogni cosa c’è l’anima, ed è l’anima che permette alle cose di cambiare forma e vestito. Una cosa muore per lasciare il posto ad un‘altra. Ma la vita continua. Una pianta quante volte cambia le foglie? Non per questo muore.
Noi moderni stiamo perdendo la coscienza che, dietro al vestito che muta con le stagioni, c’è l’anima che dà possibilità quasi infinite di vita. Tutto procede, ma nell’anima vitale che è presente nelle cose che mutano.
Quanti eventi tragici ogni giorno! Oggi è un continuo bombardamento di notizie allarmanti: di violenze, di morti, di tragedie. Passato il momento della emozione, torniamo a vivere di piccole illusioni. E queste illusioni diventano a loro volta piccole tragedie quotidiane, quando c’è una crisi che ci tocca sul vivo, nel lavoro o nei nostri sogni di benessere smodato. Anticamente i tempi erano più lunghi: il progresso era più lento. C’era più possibilità di gustare le piccole gioie quotidiane. Piccole, ma intense. Godute con tutta l’anima.
Oggi non si ha neppure il tempo di pregustare le cose che ci offre il progresso materiale e tecnologico. Ogni giorno un nuovo prodotto. Una novità illusoria. Osservate i nostri ragazzi: se regalate loro un gioco, basta un minuto e sono già annoiati. Ne vogliono un altro, e così via.
Come uscire da questa spirale che sembra tenerci schiavi, incoscienti e impotenti?
Non so se l’anno scorso o due anni fa, avevo spiegato la differenza di significato tra la parola evento e la parola avvento. Sono due parole che sembrano somiglianti, ma in realtà non lo sono. Basterebbe far caso alle due paroline diverse che stanno all’inizio: e-vento e ad-vento. Vento significa venuta. E-vento sta per qualcosa che è già uscito, è già venuto, o che verrà ma sempre da qualcosa. Potremmo dire che è un fatto che è già capitato o che capiterà, ma rimane sempre un fatto, qualcosa di per sé immobile. Ad-vento indica qualcosa che sta per accadere, e se anche è già avvenuto non finisce di accadere ancora. Indica perciò movimento. Avvento indica perciò attesa.
Evento è un fatto, ciò che accade in noi e attorno a noi, sono “le cose e le vicende che ci premono da tutte la parti con la concretezza delle loro urgenze”. Siamo come “murati nella quotidianità”. Vittime di eventi che condizionano talora anche i nostri desideri. Noi viviamo di eventi. Dire invece che cos’è la vita come “avvento” non è facile. Anzitutto, dobbiamo renderci conto che, se è vero che tutto è precario, tutto passa, allora non possiamo vivere di eventi o farci da essi condizionare. La vita è vita. Dobbiamo scoprire negli eventi il loro senso più profondo, diciamo il loro senso ultimo. C’è sempre un oltre: oltre l’evento. Ancora don Luigi Crivelli commenta: “Attendere pertanto è aprirsi all’oltre dei nostri giorni, cercando continuamente senso ultimo e stabile fra i tanti accadimenti che si susseguono come traguardi intermedi, senza essere trattenuti da nessuno di essi perché si sa che dopo ogni meta raggiunta si apre ancora e più ampio un altro orizzonte. Siamo viandanti di lungo percorso”.
I cristiani, meglio di altri, dovrebbero vivere non tanto di eventi che sono capitati o che capitano o che capiteranno, ma di attesa che è speranza. Dovremmo sempre dire: Noi andiamo verso… Verso che cosa? Forse poco importa sapere il traguardo, che rimarrà, comunque, sempre misterioso. Anche per i credenti più puri. Dobbiamo renderci conto che siamo come naviganti su fiumi di lungo percorso. Anche se non vediamo sponde, né tanto meno il punto sorgivo o lo sbocco della corrente che ci trascina, il buon senso però ci dice che per quanto ci siano invisibili, per quanto ci siano distanti dal punto in cui ci troviamo a navigare, il fiume ha una sorgente, il fiume va verso una foce.

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