Omelie 2013 di don Giorgio: Prima Domenica di Avvento – rito ambrosiano

17 novembre 2013: Prima domenica di Avvento – rito ambrosiano

Is 51,4-8; 2Ts 2,1-14; Mt 24,1-31

È iniziato il periodo liturgico dell’Avvento, che per noi di rito ambrosiano è composto di sei settimane, a differenza del rito romano, composto di quattro, come preparazione spirituale al Mistero della Nascita di Gesù. Anzitutto, vorrei fare alcune osservazioni generali, prima di passare a commentare i brani della Messa.

Prima osservazione. La liturgia ci avverte che si tratta di uno dei due momenti, insieme alla Quaresima, cosiddetti “forti”. Forte sta a significare che si chiede al cristiano una particolare concentrazione interiore, naturalmente di fede, oltre anche a un adeguato comportamento esteriore. Non ci si può concentrare tra rumori assordanti di una vita distratta da mille cose e preoccupazioni. Rubare qualche attimo al tempo penso che sia il primo dovere di questo Avvento. Dobbiamo rubare spazi al nostro quotidiano vivere da zombie, ovvero da allucinati e abulici, affamati di cose, se vogliamo respirare un po’ d’Infinito. Se siamo fatti a immagine e somiglianza divina, come possiamo ridurci a spettri senza vita? La Chiesa ci offre il periodo dell’Avvento per tornare ad essere noi stessi, ciò che siamo o dovremmo essere: volere o no, abbiamo dentro di noi il Divino. Sentire la fame o la sete dell’Infinito è una esigenza imprescindibile.

Seconda osservazione. Nei brani della Messa delle domeniche di Avvento si parla, più o meno esplicitamente, di tre venute di Gesù. Anzitutto, c’è la venuta temporale, quella che ha introdotto il Figlio di Dio nella storia, quando ha preso corpo in una giovanissima ragazza di Nazaret, di nome Maria. Il Cristo nella carne è la premessa che dà fondamento sicuro alle altre due venute: la venuta finale, quando il Signore verrà a giudicare il mondo, e la venuta intermedia tra la prima e l’ultima, quella che si rinnova continuamente nel tempo. Cristo è venuto, Cristo viene e Cristo verrà. il Mistero del Natale coinvolge, dunque, tutto il tempo: passato, presente e futuro. Visto così, il Natale cristiano assume un aspetto che va oltre una data storica, e soprattutto non si esaurisce in una commemorazione, che finisce nel giorno stabilito dalla convenzione secolare. Forse per questo, non ci è dato di sapere né l’anno né il giorno né l’ora della nascita storica di Cristo. San Bernardo specifica: “Noi conosciamo tre venute del Signore: presso gli uomini, negli uomini, a giudizio degli uomini. Egli viene presso tutti indistintamente, ma non ugualmente in tutti e nel giudizio di tutti”.

La terza osservazione riguarda il significato di tre parole in particolare, che ricorrono frequentemente in questo periodo. Si tratta di: evento, avvento e attesa. Cerchiamo di cogliere il senso di ciascuna. Evento e avvento contengono la stessa parola: “vento”, che in questo caso deriva da “venire”. I prefissi sono diversi: e-vento, av-vento. “E” traduce il latino “ex”, che significa “da”; quindi e-vento significa venire da, venire fuori. L’evento allora è un fatto che si è già verificato nel tempo. Av” deriva dal latino “ad”, verso qualcosa. Avvento significa un qualcosa che sta per succedere. Proviamo a chiederci: la nostra vita è solo un evento oppure è anche un avvento? Se fosse solo un evento, la nostra esistenza sarebbe una serie di fatti già avvenuti nel tempo, una esistenza già tutta conclusa, tutta finita. Se invece fosse anche un avvento, allora la vita sarebbe sempre dinamica: qualcosa sta sempre per succedere. Ogni evento deve tradursi in avvento. Il passato si fa presente e nel presente c’è già il futuro. Quindi l’evento non può fare a meno di diventare avvento, altrimenti rimarrebbe sterile, solo un ricordo. Quando studiamo la storia, noi solitamente la riduciamo a pura cronaca di fatti avvenuti nel passato. Un bravo maestro o professore dovrebbe tradurre i fatti storici, scoprirne le cause, cercare di valutare obiettivamente gli effetti per capire la loro incidenza nel futuro. Ogni evento non può non ripercuotersi nel presente e nel futuro.

Il Mistero della Nascita di Cristo è un Evento, il più straordinario della storia umana, ma è anche un Avvento. Il Mistero del Natale non si esaurisce nel tempo: la Nascita di Gesù si rinnova sempre. La vita del credente è caratterizzata dall’attendere. Ed ecco la terza parola: attesa. Anche qui ci aiuta il latino: attesa deriva da ad-tendere, tendere verso, è un verbo di movimento, non statico. Pensate ai riflessi sui nostri comportamenti. Noi ci sentiamo pressati, qualcuno dice “murati” dalle vicende quotidiane, e ci lasciamo quasi morire, soffocati dalle cose che circondano a volte anche i desideri. Pensate anche alla parola desiderio, che deriva dal latino de-sideribus e, secondo alcuni, significherebbe “dalle stelle”, secondo altri “senza stelle”. Mi piace invece quest’altra interpretazione:  «l’etimologia della parola desiderio (“de sideribus”) ci rimanda al De Bello Gallico di Giulio Cesare: i “desiderantes” erano i soldati che stavano sotto le stelle ad aspettare quelli che, dopo aver combattuto durante il giorno, non erano ancora tornati. Da qui il significato del verbo desiderare: stare sotto le stelle ed attendere». Vedete: ci interessano così poco le stelle che nel periodo natalizio accendiamo le luminarie nascondendo così la luce delle stelle. Che significa per noi credenti “stare sotto le stelle e attendere”?

Passiamo ora a commentare i brani della Messa. Ogni anno la Chiesa sembra quasi che si diverta a dipingerci subito un quadro apocalittico, da paura: i testi delle Sacre Scritture che sono stati scelti in questa prima domenica hanno toni da brivido e allusioni catastrofiche. Già l’ho detto spiegando la parola “apocalisse” che, nella Bibbia, non ha tanto un significato negativo, ma positivo: apocalisse significa rivelazione. Con queste letture la Chiesa intende offrirci uno spunto didattico: avvertire il credente che il tempo storico avrà una fine, che la corsa dei giorni si arresterà, che tutto il visibile si dissolverà, ma non lo fa per metterci in uno stato di depressione, ma perché sappiamo valutare il tempo contingente, perché possiamo dare alle cose il loro giusto peso. Pensate: la radice della parola “preghiera” è la stessa della parola “precario”.

Il primo brano, tolto dal libro del secondo Isaia, scritto da un anonimo profeta vissuto dopo il ritorno degli ebrei dall’esilio babilonese, è chiaro nel dirci che tutto passerà, ma non verrà mai meno la Parola del Signore, che consiste nella sua giustizia, di cui la legge è l’espressione. La legge secondo la Bibbia che cos’è? È la manifestazione del volere di Dio, che non è altro che il suo disegno di salvezza sul mondo. La giustizia di Dio è appunto il suo disegno sul mondo. Dio ha creato il mondo a modo suo, con un certo piano, che va rispettato. Dire giustizia di Dio e dire disegno di Dio sul mondo è la stessa cosa. Il peccato, allora, che cos’è? Non è tanto una violazione della legge fatta da uomini, i quali naturalmente stabiliscono dei criteri in riferimento al potere. Il peccato, invece, secondo la Bibbia, è l’andar contro il disegno di Dio sul mondo, che si chiama giustizia. Ogni qualvolta mi inserisco nel disegno armonico di Dio e lo scombussolo, cambio o sposto qualcosa, commetto una mancanza.

La vera legge, dunque, non esce dagli ordinamenti del potere politico o religioso. “Da me uscirà la legge”, dice il Signore per mezzo del profeta. “Porrò il mio diritto come luce dei popoli”. La salvezza del mondo sta qui: nella giustizia di Dio, che non va però identificata con la giustizia umana. La cosa grave, che i profeti dell’Antico Testamento prima e che poi Gesù stesso condanneranno, è la violazione della giustizia di Dio in nome di un’altra giustizia, inventata dal potere politico e religioso. Già l’ho detto: dobbiamo stare attenti a non identificare la giustizia con la legalità di stato o della religione. Quando parliamo di giustizia, dovremmo uscire dai nostri schemi terreni, e volare alto.

Il brano di San Paolo è un po’ fuorviante: sposta il problema della fine del mondo alla presenza del “mistero dell’iniquità”, che, pur essendo un mistero, assume però il volto di satana e dei suoi più fedeli cultori. La fine del mondo avverrà dopo che il male avrà esaurito tutte le sue cartucce, si sarà sfogato in tutto il suo livore malefico. Beh, non è una bella descrizione della storia, come se, ad ogni guerra, ad ogni catastrofe, dovessimo dire: Ci sarà di peggio! Il mondo vedrà ben altre tragedie! La pagina di San Paolo non mi convince molto, e non mi piace. Così pure, se letta male, anche la pagina del Vangelo. A proposito del brano di Matteo, che fa parte del cosiddetto discorso escatologico (escatologia significa le ultime cose), non dimentichiamo che in esso troviamo una sovrapposizione di tempi e di eventi: non è chiaro quando Gesù parla della distruzione del tempio e della città di Gerusalemme e quando parla della fine del mondo. Proprio a causa di questa apparente confusione, dovremmo chiederci: come interpretare il messaggio di Gesù? Come cronaca dei fatti o come teologia dei fatti? O meglio: Dio che cosa ci chiede in un mondo in cui ogni giorno succede di tutto? Che senso dare all’attesa della salvezza? Dicevo all’inizio dell’omelia che l’attesa racchiude un movimento, una tensione verso. Verso che cosa? Satana o non satana, peccati o non peccati, tragedie o non tragedie, non posso stare con le mani in mano.

Se è vero che dobbiamo sempre aspettarci di tutto, che il male non sembra avere mai termine, che la parte cattiva dell’essere umano sembra convivere col progresso umano, è anche vero che il nostro attuale impegno di credenti non deve rassegnarsi di fronte alla fatalità. Noi siamo chiamati a rallentare il male, anche a estinguerlo, a contrapporci con tutte le nostre energie e con la fede nella presenza del Figlio di Dio, che si è incarnato non per dirci: Rassegnatevi, ma: Ribellatevi ad ogni forma di male.

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