Omelie 2018 di don Giorgio: PRIMA DI QUARESIMA

18 febbraio 2018: PRIMA DI QUARESIMA
Is 57,21-58,4a; 2Cor 4,16b-5,9; Mt 4,1-11
Quaresima, tempo ancora spiritualmente “forte”
Oltre all’Avvento, l’altro periodo “forte” dell’anno liturgico è la Quaresima. Tuttavia, a differenza dell’Avvento, a cui di “forte” è rimasto solo un dissacrante consumismo, la Quaresima sembra conservare ancora un certo carattere penitenziale, ma soprattutto offre una solida parola di Dio, tramite le letture domenicali, gli incontri di preghiera e i cosiddetti quaresimali.
Possiamo dire: per fortuna c’è la Quaresima che ci aiuta a riprenderci lo spirito.
La Quaresima che cos’è? Il Vangelo di oggi ci dice che Gesù è stato tentato dal demonio nel deserto per quaranta giorni. Da qui è nata la Quaresima, periodo appunto di quaranta giorni, in cui la Chiesa ci invita a digiunare, a pregare e a riflettere sulla parola di Dio.
Ma la Quaresima non è fine a se stessa: è un cammino soprattutto interiore, che ci conduce a vivere più intensamente il Mistero pasquale: passione, morte e risurrezione di Cristo.
Quaresima e il demonio
Il demonio ci spinge nel deserto, per tentarci con i suoi inganni, così come ha tentato di fare con lo stesso Gesù Cristo. Ma in realtà, come dice l’inizio del brano di oggi, a condurre Gesù nel deserto è stato lo Spirito santo, che egli aveva appena ricevuto, dopo il battesimo di Giovanni.
Non capisco perciò tutta la polemica, che è sorta attorno alle parole del “Padre nostro”: “e non ci indurre in tentazione”. Anche Cristo è stato condotto nel deserto per essere tentato, ma a condurlo, ripeto, non è stato il demonio, ma lo Spirito santo.
Qualcuno mi dirà: nel “Padre nostro” c’è il verbo indurre. Sì, ma che differenza c’è tra condurre e indurre?
Ma la domanda vera è questa: che significa tentare? Ecco, significa: mettere alla prova. E da parte di chi? Da parte del Signore. Anche il popolo eletto è stato ripetutamente messo a dura prova, ma da chi? Dal suo Dio. Così i giusti: pensate a Giobbe. Così i profeti. Così i santi. Lo stesso Messia è stato messo alla prova dal Padre celeste.
Tentazioni come prove
Ed ecco l’altra domanda: che significa mettere alla prova?
Diciamo subito che tutta la nostra esistenza è un insieme quasi continuo di prove. Ma non è che dappertutto ci sia lo zampino del demonio.
Il bene stesso è una prova. Il dolore è una prova. Tutto però è in vista di un bene migliore. Ecco dove dovrebbe portarci la prova, se la si supera.
La prova di per sé non è un male, ma è uno stimolo per uscire da un bene apparente, da una esistenza piatta, incolore, informe.
Cerchiamo di approfondire di più. Lo Spirito ci mette alla prova nel senso che esige da noi un maggiore spazio di libertà d’azione; purtroppo, lo spazio è occupato da quell’ego che impedisce al nostro spirito interiore di unirsi con il Divino.
Diciamo che il lavoro dello Spirito in noi si chiama essenzialità.
Prova in vista dell’essenzialità
Lo Spirito ci aiuta a liberarci da quel di più, da quell’eccesso di cose inutili, da quel fogliame che ricopre e appesantisce la pianta. Occorre, dunque, potare, tagliare, togliere via: questo è il nostro lavoro da fare, in collaborazione con lo Spirito di Dio, che è Essenzialità.
La parola “essenzialità” deriva da “essere”. L’essere è semplicità, non complessità. Ciò che è semplice richiama l’unità dell’essere, mentre ciò che è complesso richiama la molteplicità dell’avere.
L’essenzialità è la nudità dell’essere, perciò l’essere soffoca sotto la pesantezza delle cose. Il superfluo soffoca l’essere nella sua semplicità.
Se l’essere è il nostro autentico vivere, in Spirito e Libertà, come si può vivere sommersi da un mucchio di superfluo? Per forza si diventa “carnali” e schiavi.
E allora chiediamoci: perché talora entriamo in crisi? Non è forse perché ci viene meno, per qualche ragione, un po’ del nostro superfluo? Dico un po’: sì, basta un poco di superfluo che ci viene tolto, perché entriamo in crisi. Invece, dovremmo ringraziare le crisi, quando ci fanno star male ma per farci star meglio. Lo dico e lo ripeto spesso: le crisi sono una benedizione, se servono a farci capire che siamo “carnali” e schiavi.
In Quaresima, c’è un pressante invito a fare qualche rinuncia. Anche il fatto di dire: rinuncio a qualcosa per darlo ai bisognosi, può essere fuorviante. Anzitutto, non si deve rinunciare a qualcosa per darlo ai poveri: non si dà ai poveri il nostro superfluo.
Bisogna far capire che la rinuncia è qualcosa di personale, che ci riguarda, perché ci toglie un peso opprimente. Noi stiamo bene, anche fisicamente, quando rinunciamo al superfluo. La solidarietà è un’altra cosa, che non fa parte del nostro superfluo o del nostro dovere di far star bene il nostro corpo e il nostro essere, rinunciando al superfluo.
Perché continuare a confondere la carità con le nostre rinunce?
Ed ecco un’altra domanda: a che servono i sacrifici o le rinunce, se poi, passata la Quaresima, riprendiamo il superfluo sospeso? Come a dire: “in quaresima farò uno sforzo: rinuncerò a questo o a quello, poi…, lo riprenderò, dopo Pasqua”. Questo è semplicemente ridicolo, una presa in giro del vero impegno di eliminare le cose inutili, in vista della essenzialità, che è la radice dell’essere.
Mi chiedo che valore noi cristiani diamo alla conversione, così come l’ha intesa Gesù Cristo, il quale ci ha invitato a cambiare mentalità e non a stare ancora in superficie, facendo qualche fioretto quaresimale tanto per salvarci la faccia. Ogni rinuncia che facciamo dovrebbe essere lo sforzo per cambiare mentalità, ovvero il nostro modo di vedere le cose, che per lo più è una visuale superficiale, di pelle.
Per cambiare mentalità, dobbiamo rientrare dentro di noi, nel nostro essere più profondo, dove possiamo ritrovare gli occhi dello spirito, che è la mente divina.
Certo, la Quaresima è una grande occasione per convertirci, ma da riscoprire è la realtà spirituale, che purtroppo è sopraffatta da un mondo di cose inutili. Privarci man mano di queste futilità, comporta riscoprire lo spirito, e la realtà essenziale.

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