Omelie 2018 di don Giorgio: QUINTA DI QUARESIMA

18 marzo 2018: QUINTA DI QUARESIMA
Dt 6,4a.20-25; Ef 5,15-20; Gv 11,1-53
Tre racconti evangelici di risurrezione
Oltre alla risurrezione di Cristo, di cui parleremo il giorno di Pasqua, nei Vangeli troviamo altri tre racconti di risurrezione.
I sinottici (Matteo, Marco e Luca) raccontano il miracolo con cui Gesù restituisce la vita a una ragazzina, figlia di Giàiro, capo della sinagoga ebraica; solo Luca ricorda un altro miracolo, quando Gesù ferma un funerale e, davanti alla bara dove c’è il corpo esanime di un ragazzino, pronuncia le parole: “Alzati”, restituendo così il figlio vivo alla madre vedova, nativa di Nain, un piccolo villaggio della Palestina; infine, troviamo il miracolo, narrato solo da Giovanni, con cui Gesù risorge Lazzaro.
In ogni caso, forse bisognerebbe parlare di vita biologica che viene restituita al morto: in realtà, Cristo non ridà la vita eterna, che fa parte del nostro essere.
Sulla vita eterna, che è già qui, ora, e che bisognerebbe casomai riattivare, ovvero risvegliare (in questo senso possiamo parlare di sonno), il discorso si farebbe lungo, ma non credo che ce ne sarebbe bisogno, almeno da parte mia, visto che ogni domenica nelle omelie insisto sulla realtà vivente del nostro essere, appunto da risvegliare.
Un ragazzino e una ragazzina
Su tre miracoli, uno riguarda un ragazzino e un altro una ragazzina.
È interessante questa particolare predilezione di Gesù nei riguardi dei più piccoli.
D’altronde, chi ha più diritto a vivere: i piccoli o gli anziani?
Già qui possiamo trovare una prima polemica di Gesù nei riguardi di un mondo ipocrita e criminale, che privilegia gli interessi dei vecchi più balordi, a discapito dei più giovani che, di conseguenza, trovano difficoltà a sviluppare le loro migliori energie.
Certo, anche noi anziani abbiamo diritto a vivere, ma quali spazi di libertà di vivere lasciamo ai ragazzi e ai giovani di oggi? Noi adulti non facciamo altro che pretendere dalla politica un mondo fatto su misura delle nostre esigenze, talora oscene, ovvero fuori di ogni limite o di ogni decenza umana.
Ci si lamenta, a iniziare dalla Chiesa, che si fanno pochi figli, e poi questi figli in quale mondo li costringiamo a vivere o, meglio, a non vivere?
Restituire la vita ai piccoli significa non solo preoccuparci della loro salute, ma impegnarci con tutte le nostre migliori energie perché possano crescere come esseri umani, ovvero dobbiamo far sì che il loro essere più profondo trovi quegli spazi vitali, per cui non sia represso o costretto a ridimensionarsi tra le quattro mura di una società alienata.
“Alzati!”
Gesù alla bambina e al ragazzino ordina: “Alzati!”.
“Alzare” o “alzarsi” corrisponde allo stesso verbo greco che gli evangelisti usano per indicare la risurrezione di Cristo.
Gesù, in altre occasioni, come ad esempio al paralitico, dirà: «Cammina!”.
Alzarsi, rimettersi in movimento, agire sono atteggiamenti di chi riprende a rivivere.
Talora siamo macchine quasi perfette. Gli ingranaggi funzionano anche bene. Ma manca la cosa più importante, che è l’anima o lo spirito vitale.
Siamo magari super-attivi, gente praticona che non sta mai ferma, siamo magari impegnati in mille attività anche di volontariato, ma dentro siamo spenti. L’essere è quasi soffocato dal nostro super attivismo anche a scopo benefico.
Noi diciamo che la cosa più importante è la salute. Ed è già tanto riconoscere che la salute sia più importante dei soldi e del lavoro. A rovinare la salute sono proprio i beni materiali e le fabbriche che producono veleno. Ma c’è anche dell’altro. A mettere in pericolo la salute è quella sete di bisogni che stressano, prima ancora di realizzarli. Oggi il consumismo produce esigenze tanto superflue da incidere sul nostro star bene anche fisicamente.
Alzarsi e camminare significa, dunque, rimettere in moto le esigenze del nostro spirito, e  non tanto del nostro corpo.
Anche gli zombie camminano, anche i robot camminano, ma noi, esseri umani, non siamo né zombie o cadaveri ambulanti né robot o automi.
“Vieni fuori!”
Cristo, davanti alla tomba di Lazzaro, urla: “Vieni fuori!”.
Urlare davanti a un cadavere che senso può avere? Forse ce l’ha, sordi come siamo di fronte ad ogni richiamo; ma non basta urlare, se poi il cadavere riprende vita, ma rimane fasciato dalle bende.
Mi sembra che la Chiesa si limiti a urlare cose anche belle, ci invii messaggi anche interessanti e stimolanti, ma poi… nulla cambia, l’uomo resta prigioniero di mille condizionamenti.
In quell’urlo di Cristo: “Vieni fuori!”, vedo un collegamento con la prima lettura della Messa, quando, nel libro del Deuteronomio, leggiamo che  Mosè, il grande condottiero degli ebrei, invita i suoi a ricordare ai figli ciò che ha fatto il Signore liberandoli dalla schiavitù egiziana: “Eravamo schiavi del faraone in Egitto e il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente… ci fece uscire di là per condurci nella terra che aveva giurato ai nostri padri di darci».
“Venire fuori” dalla tomba, regno della morte e “uscire” dalla schiavitù dell’Egitto richiamano la libertà. Credo che sia questo anche il significato della risurrezione di Lazzaro, un anticipo di quello che Cristo avrebbe poi fatto con se stesso, e per noi, sulla croce, donandoci lo spirito della Libertà.
E mentre il racconto della risurrezione di Lazzaro va letto nella sua simbologia (Lazzaro non è vissuto in eterno, ma ha conosciuto di nuovo la morte fisica), la risurrezione di Cristo non è simbologia, ma realtà di fede che continua a tenere in vita la realtà interiore del nostro spirito.

1 Commento

  1. LANFRANCO CONSONNI ha detto:

    Mi è piaciuto il rimprovero a noi anziani egoisti che con le nostre paure continuiamo a pretendere, dimenticandoci di lasciare spazio ai giovani.

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