IL BENE COMUNE

Un giorno, mi sono posto una domanda: “Se fossi candidato sindaco, quali sarebbero le priorità nel mio programma elettorale?”.

Partirei da una convinzione di fondo: il Sindaco e i suoi più stretti collaboratori sono anzitutto i rappresentanti, i tutori, i fautori del bene comune. Già dire questo fa venire un po’ i brividi. Il bene comune comporta la consapevolezza che si tratta di un bene che riguarda ogni cittadino, inteso in quanto persona come soggetto di diritti; e dal fatto che naturalmente è soggetto anche di doveri deriva che il bene si fa comune perché ogni cittadino fa parte di una comunità, la quale appunto è un insieme, si spera armonico, di diritti e di doveri. In sintesi, il bene comune riguarda il bene della comunità, che è composta di soggetti con diritti e doveri. Ad esempio, il mio diritto alla casa comporta il rispetto del diritto dell’altro alla casa. Ogni cittadino ha il diritto alla casa e ha il dovere di rispettare il diritto dell’altro. Se pretendo due case (la seconda casa non è un diritto!), posso ostacolare il diritto dell’altro alla prima casa.

Il bene comune non riguarda solo i diritti e i doveri dei cittadini, ma anche e anzitutto il contesto ambientale. Qui come sindaco dovrei avere convinzioni chiare e coraggiose. Non posso scendere a compromessi. Non posso assolutamente mettere il contesto ambientale al servizio di un vantaggio economico, con l’assurdo o il grottesco che con i proventi di uno scempio ambientale potrò costruire servizi ai cittadini: strade, scuole, fognature ecc. Assurdo, grottesco!

Il bene comune è anzitutto il rispetto dell’ambiente, perché l’ambiente è la prima casa di ogni cittadino. È paradossale che un’amministrazione comunale ponga il contesto ambientale al servizio dei diritti fasulli dei cittadini. Forse sarebbe il caso che come Sindaco sentissi come primo dovere il bisogno o, meglio, l’urgenza di istituire scuole ecologiche, allo scopo di educare i cittadini, a partire dai più piccoli, al rispetto del contesto ambientale. Se lo capisci, buon per te, per me e per tutti, se non lo capisci cercherò con tutti i mezzi di fartelo capire, o con le buone o con le cattive. Non posso scendere ad alcun compromesso!

Il bene comune è rispettare il respiro profondo del cittadino. È ciò che si dice con la parola “vivibilità”: non basta avere una casa se poi l’ambiente in cui vivo non mi fa respirare come dovrei. Non ci vivo più. O vivo male, con tutte le conseguenze che tutti conosciamo. Oggi si pretendono cose sbagliate, e poi, ottenuta la pretesa, ci si lamenta perché “così non si può vivere”. Si permette di tutto, con il favore di leggi follemente economiche, col beneplacito passivo delle amministrazioni comunali e con le forti pressioni di cittadini “pretenziosi”, e poi ci si lamenta che c’è lo smog, lo stress, l’intasamento delle auto… E a tutto ciò, causato da una miope politica, si cercano poi soluzioni altrettanto miopi. Se fossi sindaco di una grossa città, dove l’inquinamento atmosferico superasse ogni giorno la soglia stabilita (in base a quale criterio!?), non mi limiterei alle solite ipocrite facili soluzioni di bloccare il traffico automobilistico (magari con la “favolosa” idea di favorire le visite a musei nella città inquinata, visite che senz’altro recheranno un beneficio ai cittadini quando torneranno a casa loro il lunedì successivo: troveranno l’aria più pura, grazie a quei turisti che hanno fatto da spugne!). Perché non interpellare persone competenti, magari scienziati che seriamente, pagati anche bene, analizzino il fenomeno dell’inquinamento e trovino soluzioni scientifiche? Basta con le pagliacciate di incompetenti, capaci solo di danneggiare l’ambiente con politiche senza cervello e con soluzioni altrettanto idiote!

Il bene comune richiede un’altra scelta, altrettanto coraggiosa: permettere ad ogni cittadino di esercitare il suo diritto alla prima casa. Sempre nel rispetto del contesto ambientale, che è sacro e intoccabile. Ciò comporta che il paese venga diviso in parti di terra accessibili ad ogni cittadino. Il che significa che non si deve permettere o, meglio, si dovrebbe a tutti i costi ostacolare la corsa al capitale, cioè all’accumulo di terre o di case. Sogno una legge che vieti l’acquisto di terre oltre il dovuto, stabilito dal bene comune del paese. È vero – chi non lo sa? – che, fatta la legge, trovato l’inganno. Qui s’inserisce il dovere di un’educazione civica nel vero senso della parola, e di un’educazione cristiana che appoggi il senso civico. Come si possa conciliare fede e accumulo di beni non riesco proprio a capirlo. O, meglio, lo capisco fin troppo, finché perdura la concezione di una fede solo intimistica, o di una religione che si presta a giustificare gli interessi degli egoisti, dietro un lauto compenso economico.

Il bene comune non ha partito, e non ha religione. Si inserisce in quei valori umani e sociali che fanno parte dell’Umanità. E l’Umanità non è soggetta a spartizioni di potere né politico né religioso. L’Umanità è un patrimonio di tutti, accessibile a tutti, prerogativa di tutti, purché ciascuno se ne senta responsabile, fortemente responsabile. Responsabile di essere Uomo o Donna: il sesso non conta, conta la dignità che è insita nell’essere “umano”. Avrei dovuto virgolettare l’essere, perché l’”essere” è qualcosa che va oltre i confini del tempo e dello spazio. Preferisco non virgolettare l’essere, perché è la sostanza di ciascuno, purtroppo l’uomo o donna (ecco perché ho virgolettato “umano”) se ne dimentica, e mai come oggi l’ha lasciato nel subconscio più irrazionale.

Il bene comune purtroppo è rimasto solo una parola di convenienza in occasione di programmi elettorali. Ma non vorrei che fosse così nel mio. Del bene comune se ne parla a sproposito da politici mestieranti e da imbonitori accalappia-allocchi. Io sinceramente mi sento a disagio quando parlo di bene comune, e tremo di paura al solo pensarci, perché il bene comune è un bene così prezioso che non può essere “comune” nel senso peggiore del termine. Quando si parla di bene comune, ognuno pensa: Ecco: questo è mio! E… non pensa al vicino. Rendere il bene veramente comune a tutti – la comunione implica l’unione degli esseri prima che degli averi – è oltremodo difficile, perché a parole siamo tutti d’accordo di volerci bene, in pratica saltare il fosso creato dall’egoismo individuale è assai pericoloso.

Il bene comune è l’amore totale al proprio paese, così totale che lo devi dividere tutto per ciascuno degli abitanti. Non solo un pezzo per ciascuno, ma ogni pezzo deve far parte del tutto. So che non è facile, per nessuno.

Il bene comune lo si deve prima amare, farlo proprio, lasciarlo palpitare dentro, farlo pulsare con i battiti del proprio cuore. Utopia? Certo, per i mestieranti. Ma dei mestieranti dobbiamo farne a meno. Toglierli dalle liste elettorali. Bandirli da ogni campo educativo. Smettiamo di dire che sono parte necessaria di una società imperfetta. La società è imperfetta proprio perché permettiamo ai mestieranti di assumere incarichi che comportano grandi responsabilità nel campo degli ideali.

Il bene comune va dato in mani sicure, affidato alle coscienze prima che ai titolari di uffici burocratici. E non va assolutamente consegnato a gente che si prende gioco dei diritti dei cittadini per fare il suo sporco interesse. Chi si assume un incarico pubblico nel campo politico-amministrativo non deve trarre dei vantaggi. Deve cioè mettere in conto che perderà tempo, denaro, clientela, affari, amicizie.

Il bene comune è al di sopra delle amicizie personali, addirittura degli affetti familiari. Per questo il compito dell’amministratore (termine, comunque, limitativo, per non dire brutto) mette in crisi ogni rapporto, anche familiare, anche con la stessa religione quando questa si intromettesse per far prevalere privilegi indebiti.

Il bene comune ama la dialettica (cioè il confronto costruttivo), non vive sugli antagonismi ideologici.

Il bene comune richiede dialettica tra le diverse energie presenti sul territorio, nella ricerca non del compromesso per andare tutti d’accordo o per dare qualche contentino ora a destra ora a sinistra, ma per cercare il meglio, che si può trovare anche in una proposta del cittadino più semplice, senza un diploma di quelli che contano.

Il bene comune è allora la ricerca del meglio tra coloro che vogliono veramente bene al loro paese. Non importa se oggi è la maggioranza a proporlo, e domani la minoranza. Si vedono ancora, nei nostri piccoli paesi, cose vergognose, che fanno male al bene comune.

Il bene comune è qualcosa da conquistare ogni giorno. Non dire: È così, e basta! Il bene comune di oggi richiede profezia, tanta profezia: saper cogliere il domani, e il domani è già potenzialmente nell’oggi. Dunque, leggi attentamente il presente, se vuoi capire il domani.

Anche il sindaco è un profeta! Guai se non lo fosse!

Tra la missione (parola più nobile del termine “incarico” o “mandato”) del sindaco e quella del ministro di Cristo che ha la responsabilità pastorale di una parrocchia non c’è per me alcuna differenza nella passionalità con cui ciascuno dei due si prende a cuore la propria comunità. Di proposito ho usato lo stesso termine “missione”. Ma, se al ministro di Cristo sta a cuore la fede della sua gente (anche se bisognerebbe chiarire in che senso va intesa la parola “fede”: il cristianesimo è l’incarnazione del Cristo radicale, non dimentichiamolo), al sindaco sta a cuore il bene comune che – vorrei ripeterlo – non è qualcosa di astratto, un insieme teorico di diritti e di doveri dei propri cittadini.

Mi sono già soffermato a lungo sul contesto ambientale: un bene concretissimo, tanto concreto che è facilmente palpabile, sfruttabile, lottizzabile, soggetto a speculazioni fortemente redditizie. L’ambiente lo vedi, lo tocchi, ne respiri l’aria, lo manipoli: è un bene tanto spirituale quanto materiale, tanto essenziale quanto accessorio, tanto bello quanto utile, e così via. Proprio per questa sua forte ambivalenza, l’ambiente va salvaguardato da occhi indiscreti, da mani avide, da leggi di mercato. Non c’è parola come bene comune su cui è facile ed è comodo giocare per illudere la gente comune.

Il sindaco  – con i suoi collaboratori – non può lamentarsi dicendo: Ho le mani legate, le leggi sono troppo permissive, i cittadini sono pretenziosi oltre il limite del dovuto… È vero tutto questo, ma è anche necessario che tu, sindaco, dovresti fare di tutto per opporti alle speculazioni, trovare ogni cavillo per scoraggiare i furbi, e soprattutto non avere attorno a te collaboratori che approfittano della loro carica (qui non parlerei di “missione”, perché sarebbe una bestemmia!) per tentare quelle modifiche del piano regolare che favoriscano i loro sporchi interessi economici. Anche i cittadini hanno le loro colpe: sono sempre disposti a tacere, quando a loro volta fiutano qualche favore. Torno sulla mia idea – che è convinzione perché è un dato di fatto – che la gente in genere vota, più che i corrotti, i corruttibili. L’ho notato anche nelle ultime elezioni amministrative del mio paese. Ho chiesto a più di uno: perché hai votato il tal candidato? Non lo conoscevi? Risposta: Certo che lo conoscevo: proprio per questo l’ho votato. Chissà se, una volta eletto, mi aiuti a ottenere il tal permesso! Dire che la gente in genere vota i corruttibili non intendo dire che il tizio o il caio è in realtà un corruttibile, ma la gente pensa e desidera che lo sia. Questo succede soprattutto nei piccoli paesi, dove i piani regolatori possono creare problemi seri ai proprietari e dove fino a qualche anno fa ciascuno costruiva o modificava le case a modo suo, senza tener conto del contesto ambientale.    

Se il bene comune riguarda anzitutto il contesto ambientale, riguarda però soprattutto ciò che rappresenta i diritti del cittadino alla educazione, alla salute, alla propria libertà ecc. Dire “anzitutto” e dire “soprattutto” non è la stessa cosa: ma non si contraddicono: si completano. Premesso questo, nel bene comune entrano tutti quei servizi umano-sociali che riguardano, appunto, la salute, l’educazione scolastica, l’ordine pubblico, la crescita morale e civica dei ragazzi e dei giovani, l’attenzione ai malati e agli anziani, alle persone disabili, ecc.

Parlare dei servizi sociali potrebbe sembrare cosa ovvia, risultare quasi un’offesa agli enti pubblici. Eppure sento dire, da più parti, anche nei nostri piccoli paesi (dove sembrerebbe facile prestare più attenzione alle persone), che le amministrazioni comunali sono latitanti su tante cose. Non darebbero ai servizi sociali una speciale importanza, o non farebbero tutto il possibile. Sono critiche che meriterebbero una sincera e coraggiosa autocritica da parte degli amministratori comunali.

A parte le strutture sociali che sono fortemente carenti, non si nota quella netta priorità nei programmi elettorali e una puntuale concreta attuazione che tutti sperano. È importante anche asfaltare strade, fare parcheggi ecc. ma è ancor più importante il problema salute, scuola, senso civico, prevenzione in tutti i campi, il problema ragazzi e giovani, il problema malati e anziani, persone disabili, il problema immigrazione ed emarginazione, il problema lavoro e disoccupazione, il problema trasporti…

Dicevo poco fa che “anzitutto” non è in contrasto con “soprattutto”. Se ho parlato anzitutto del dovere di rispettare l’ambiente e la vivibilità di un paese, capite bene i gravi problemi che sorgono nei riguardi dei servizi sociali, qualora un’amministrazione programmasse lo sviluppo del proprio paese in modo selvaggio ed eccessivo. È assurdo e insostenibile che un paese di 1500 abitanti diventi in poco tempo di 2000 abitanti. E i servizi sociali? Già ora sono carenti, immaginatevi cosa succederebbe quando il paese aumentasse di 500 abitanti.

Sì, anche il sindaco deve essere un profeta. Che almeno lo sia in questo: nel non procurare guai al futuro, nell’evitare di fare oggi cose che domani saranno a danno di tutto il paese. Che almeno negli amministratori (so che parlare di profezia è forse eccessivo, è toccare un lato della missione che sa di sacro e di poco rispettoso della laicità dello Stato!), ci sia quella saggezza previdente che programmi il presente del paese in vista di un futuro sopportabile o sostenibile. 

Ma sappiamo quanto la preoccupazione di realizzare il programma entro i cinque anni del proprio mandato incida parecchio sulla miopia politica a danno dello sviluppo sostenibile del paese. La saggezza richiede tempi lunghi e, più che tempi lunghi, grande capacità di capire in quale direzione andrà il paese. E il paese va là dove tu, con la tua saggezza di cittadino, e con la tua saggezza di amministratore, lo vuoi portare.

I servizi sociali, se oggi sono già carenti, che cosa diventeranno se ci fosse uno sviluppo selvaggio del paese? È una domanda che, ripeto, dovrebbe mandare in crisi chiunque, ma forse è inutile porla a delle persone che amano avere la testa circolare, entro cui girano solo denaro, interesse, egoismo, furbizia, tutto quel complesso affaristico che, per farsi ben volere, viene ad arte pubblicizzato come bene comune, per di più benedetto da qualche ente religioso quando vi fiuta un contributo per le proprie opere pie. Tanto pie da ferire ogni buona intenzione, che Dio sa suscitare nel cuore di coloro che lo adorano in spirito e verità, sotto cieli aperti.

La cosa che oggi mi spaventa maggiormente è il constatare un grande squilibrio tra il corpo e l’anima, tra l’avere e l’essere, tra lo sviluppo economico e la crescita morale, tra l’immigrazione e l’identità del paese. Perché ce la prendiamo o manifestiamo grandi timori nei confronti dell’immigrazione che tocca la nazione intera, quando nei nostri piccoli paesi non facciamo altro che stravolgere le loro identità con uno squilibrato sviluppo edilizio? Non ce l‘ho con chi viene dal di fuori, ma ce l’ho con chi non sa equilibrare lo sviluppo di un paese. Mancano idee chiare? Non lo so. So solo che tanti amministratori sono burocrati, tecnici del mestiere, affaristi anche a fin di bene ma affaristi, mancano completamente di una visuale umanistica. Il paese deve o non deve essere su misura d’uomo? Direi di più.
Il paese deve essere su misura d’Uomo, con la U maiuscola. Il che significa: su misura dei valori umani e non delle cose che si consumano o di servizi che portano solo all’evasione.

Sono importanti anche i super-mercati: la gente deve pur mangiare, ancor meglio se ha la possibilità di risparmiare, anche perché la concorrenza opera un certo controllo sui prezzi. Ma ci vogliono anche e anzitutto i servizi sociali, quei servizi cioè (già la parola servizio dice tutto quello spirito di gratuità che non puoi certamente trovare nelle strutture affaristiche) che sono diretti ai più bisognosi. E chi non è oggi bisognoso (se non altro di attenzione di cuore) in una società dove imperversa la legge del più forte, dove chi ha soldi può permettersi per farsi curare di scegliersi cliniche private, più costose e meglio attrezzate, e chi invece è un povero cristo viene sballottato da un ospedale all’altro col rischio di morire in pochi giorni, come nebbia che evapora al primo sole?

C’è il problema degli anziani o dei pensionati. A loro, quelli ancora efficienti, non resta che o la casa o il bar o qualche attività di volontariato. Agli altri, quelli inabili, il problema si fa grosso. Come assisterli? È vero che qui da noi, nei piccoli paesi, ci si arrangia ancora. Ma non è opportuno pensare a qualche struttura, sul posto, dove ci sia possibilità di aggregazione, di occupazione del tempo libero, di assistenza anche occasionale o d’emergenza per i casi più gravi?

So benissimo: ciò che sogno di realizzare se fossi candidato sindaco – si fa solo per dire – è ideale, e perciò non facilmente attuabile. Ma dire ideale non significa dire irrealizzabile. Nessuno ha la pretesa – né chi sogna ideali né chi li vorrebbe realizzati – che tutto sia fatto da un giorno all’altro. Le cose belle costano, e chiedono tempi, magari lunghi, di attuazione. Le cose che si consumano le hai già in mano, ed evaporano prima di sera.

La politica dei giorni nostri, anche quella dei nostri amministratori, sembra dettata dalla fretta di realizzare il programma elettorale che già, nella sua stesura, non rivela quell’ideale o quel sogno che ciascuno di noi, nelle sue migliori intenzioni e volontà di bene comune, dovrebbe avere ben fisso nel cuore. Parlo naturalmente dei cittadini a cui sta a cuore la società, il proprio paese. Magari saranno pochi, purtroppo.  

La fretta di stendere un programma raffazzonato – messo insieme all’ultimo momento, con troppa carne al fuoco, ma senza un disegno “intelligente” e “previdente” – è la premessa del fallimento delle nostre amministrazioni che, alla prima difficoltà, si bloccano, anche perché, oltre al programma raffazzonato, la lista dei vincitori (anche quella dei vinti) il più delle volte è una lista anch’essa raffazzonata, messa insieme all’ultimo minuto. Non pochi candidati servono per riempire la lista. Una volta eletti, giorno dopo giorno li vedi defilarsi, per mille motivi, per nulla giustificabili da parte dei cittadini che li hanno votati credendo in loro. 

Sono convinto che, se non c’è un chiaro disegno globale (chiamalo sogno o ideale, è la stessa cosa) non si potrà realizzare il bene comune di un paese, proprio perché manca quel quid che dà l’anima al bene comune, senza ridurlo a un insieme di cose da fare, l’una staccata dall’altra, col rischio che l’una danneggi l’altra, come succede spesso nella realtà. L’ho già ripetutamente detto: se tu sviluppi selvaggiamente il paese, danneggi tutto il paese. Se dai preferenza a certi interventi che possono benissimo aspettare, tu ritardi altri interventi più necessari.

Non sono convinto che nei nostri amministratori – parlo in genere – ci sia quella chiarezza di idee che illuminano il disegno globale sul paese. O, se c’è un disegno, non è quell’ideale o quel sogno che sta al di sopra dei vari interventi che riguardano cose o strutture varie.

Quando, in occasione delle elezioni, viene presentato al pubblico il programma elettorale (già dire programma dice poco), si fa un elenco di “cose”, di “interventi”, ma difficilmente sento parlare del sogno del sindaco, del suo ideale di paese, del suo disegno globale. Cosa intende per sviluppo? Come vede la crescita del paese? Dalle risposte derivano poi i vari interventi, le cose da fare, e soprattutto le priorità da realizzare.

Nessuno più dovrebbe credere alle promesse elettorali, tanto meno dar fiducia a chi fa a gara nell’elencare più promesse, o a coloro che promettono ribassi di tasse. Purtroppo ci sono ancora milioni di cittadini che hanno una visione distorta della politica, e la intendono come un super-mercato dove andare a comperare le cose a basso prezzo, non importa se il prodotto è scadente. Che strani questi cittadini che non vogliono mai pagare le tasse, però chiedono servizi sociali sempre più efficienti! Non si pongono neanche il problema come lo Stato possa offrire servizi qualificati, senza soldi! È vero che non è giusto che le tasse le paghino i più poveri, mentre i ricchi trovano sempre il modo per evadere. Forse per questo le tasse sono eccessive, perché i poveri devono pagare per i ricchi che non pagano. 

Ma perché i cittadini hanno una visuale distorta della politica, e non pensano ad altro che alle tasse? Non è perché la stessa politica li ha educati così? Chi ha parlato loro di un sogno, di un ideale, di un progetto globale? Chi li ha convinti che con le tasse equamente distribuite si possono realizzare quei servizi qualificati che tutti desideriamo?

Non credo più alle promesse elettorali, se non tocco con mano quella convinzione di fondo che è in grado di animare un programma elettorale. Il programma deve rivelare un progetto, un ideale, un sogno.  

Perché insisto? Il motivo è semplice: non vedo dietro a un programma un disegno, un ideale, un sogno. Ci sarà anche, ma non riesco a vederlo. E se non riesco a vederlo, un motivo ci sarà. Forse perché c’è, ma non è chiaro; forse c’è, ma non è evidenziato come dovrebbe. Forse per paura che la gente se ne freghi del progetto e, se non vede una lista di cose da fare, non dia il proprio consenso.

Anche qui, siamo schietti. Si ha paura del salto di qualità, si ha paura di rischiare proponendo un progetto azzardato. Perché non tentare? Perderai le elezioni, ma almeno avrai avuto la soddisfazione di tentare. Ma sono convinto che tanti, tantissimi tra i cittadini capiranno il salto di qualità, e daranno fiducia. D’altronde, bisogna pur partire. Qualcuno deve pur rischiare. Altrimenti, saremo sempre al solito punto di partenza: i cittadini saranno costretti a scegliere tra un programma che promette di più e un programma che promette di meno. 

Insisto. Forse perché anch’io temo che non ci sia ancora quella convinzione di fondo che fa sì che le amministrazioni non si lascino tentare più dal fare che dal progettare. D’altronde, se è giusto puntare sull’educazione dei cittadini al meglio, non dimentichiamo che gli amministratori provengono dalla cultura del mediocre. Forse, educando i cittadini al meglio, avremo fra poco amministratori diversi. Fra poco? L’educazione al meglio (che è il risveglio dell’essere) richiederà lunghi tempi. Non so se basteranno decine e decine di anni: la cultura dell’avere si è così diffusa nell’anima da spegnerla, e l’anima spenta, per risvegliarsi dal coma, richiede un’energia tale da spaccare la pietra.

Non si può sganciare la politica delle nostre amministrazioni dalla politica generale, che è quella cultura o mentalità di vita in base alla quale si pretende di gestire il mondo intero. E oggi la cultura generale, in particolare quella italiana, è fortemente borghese, capitalista, una cultura che privilegia il mercato folle, l’uso e getta, il consumo. Qui non è questione di partito, di sinistra o di destra. È questione di cultura che, fatta propria dalla destra politica che ha nel suo dna l’avere, attraversa ogni partito, anche quelli di sinistra.

Sono il primo a sostenere che un’amministrazione comunale non deve essere una coalizione partitica, anche se – è chiaro – ognuno ha la sua ideologia politica. Il bene comune non è prerogativa di un partito, anche se – è chiaro – ciascuno è tentato di far prevalere la propria ideologia politica. Ma il bene comune è al di sopra delle varie ideologie. Casomai, se un’amministrazione fosse composta di diversi partiti, ciascuno dovrebbe far prevalere il meglio della sua ideologia, al servizio del bene comune.

Ma ho una paura, e cioè che, essendo ogni partito una frammentazione ideologica della cultura dell’avere – chi più chi meno, ma è così -, il rischio c’è che si fatichi enormemente a uscire da questa logica perversa, e che la si traduca poi sul campo del proprio agire come amministratore. Tu puoi anche parlar bene di bene comune, ma questa logica ti costringerà a pensare solo allo sviluppo selvaggio del paese. Se tu hai nella testa la logica dell’avere, immancabilmente la tradurrai nell’agire. Non ti accorgi neanche. Questo è il dramma. E non c’è religione che tenga. Anzi, la religione servirà a giustificare la logica perversa dell’avere o del mercato o dello sviluppo insostenibile di un paese. Non c’è peggior connubio in un amministratore credente: quando la sua fede mercifica il bene comune. Per me non è questione di essere credenti o di essere atei, è questione di credere o di non credere in un sogno, che è quello di volere a tutti i costi un mondo migliore.

L’ho detto più volte, e lo ripeto: non posso sostenere il capitalismo che è nel dna della destra politica, ma non identifico la mia sinistra con un partito, con nessun partito della cosiddetta sinistra politica. Il mio partito è il Vangelo. Il Vangelo non è una religione. È il mio essere, perché il Vangelo più di ogni altra ideologia lo coinvolge e lo appassiona. Il Vangelo coinvolge l’essere umano, credente o non credente, che tu lo voglia o no.

In nome del Vangelo, io credente nel Vangelo, potrò battermi con maggiore convinzione e passionalità per un bene comune che è al di sopra di quelle banalità che purtroppo segnano le ideologie dei partiti politici. Non mi legherò mai ad alcun partito politico (e neppure religioso!), ma l’unico mio vincolo è quel Vangelo che è il Cristo radicale, la cui unica forza sta nella sua libertà e nella libertà dell’Uomo, per la quale si è spogliato di tutto, perfino del suo diritto alla vita.

Questo lo dico per coloro che si vantano di essere cristiani e lo proclamano, soprattutto in occasione delle elezioni, come se fosse un titolo acchiappa-voti essere credenti. E vorrei, con una certa titubanza, dirlo anche a coloro che si vantano di non essere credenti e lo professano apertamente in nome di una laicità che non so ben definire.

Lasciamo da parte la nostra religiosità o il nostro laicismo e accordiamoci sull’unico comun denominatore che è l’Uomo inteso nel suo essere. Qui risiede il bene comune.    

Non è facile sganciarsi dalla propria ideologia politica, soprattutto quando tale ideologia è fortemente legata all’anima, come la pelle all’osso. Eppure, ogni ideologia – dobbiamo pur rendercene conto – è un’idea fissa, immobile, uno schema mentale entro cui si muovono (in realtà non fanno che girare su se stessi) pensieri, opinioni, riflessioni. Dal cerchio chiuso partono gli ordini per il proprio agire, il quale, entro un altro cerchio che si interseca col primo, agisce come il gatto che si morde la coda.

Come credente, perdutamente innamorato del Cristo radicale che ha fatto saltare barriere d’ogni tipo, mi sento libero di spaziare per gli infiniti campi dell’anima. Non mi vanto della fortuna che ho, mi sento invece fortemente responsabile di comunicare a tutti la mia visione dell’Uomo e di proporre l’Uomo, in tutta la sua idealità, all’uomo storico, al cittadino che vive la sua quotidianità, immerso nella nebbia, resa ancor più fitta da una ideologia dagli occhi spenti.

La mia visuale cristiana dell’Uomo non è un privilegio che vorrei mettere come distintivo ben visibile sulla giacca firmata. Vorrei anche tenerla dentro, quasi nascosta, se dovesse costituire un motivo di contrapposizione. A me interessa solo che sia ben radicata in me, e costituisca l’ideale e la forza per  battermi perché l’Uomo diventi il cuore di questa società.

Certo, non ho alcun timore di riconoscere, se fosse necessario, che il mio punto di forza è il Cristo radicale; ripeto: non per vantarmi, ma per sentirmi ancor più responsabile del mio lottare per un mondo migliore. E sarei ben contento che altri lottassero in nome dello stesso ideale – l’Uomo – cercando le ragioni profonde nella loro fede religiosa o umanistica. Nessuna motivazione politica o religiosa, diversa dalla mia, può creare problemi al mio credo nell’Uomo, purché ci sia reciproco rispetto, sincero dialogo, fattiva collaborazione.

Sono stanco e annoiato, per non dire nauseato, di ascoltare dissertazioni accademiche sulla “laicità” come se tutto il problema fosse una questione di un termine azzeccato, su cui mettersi d’accordo, pur sapendo poi che ognuno si terrà magari ben nascoste le proprie convinzioni ideologiche, per non dire di peggio.

Dico solo che per me la questione è una sola: credere o non credere nell’Uomo, e l’Uomo non esige altro termine che l’Uomo. Non esiste l’Uomo laico o religioso: esiste l’Uomo, e basta. Da secoli ormai non facciamo altro che giocare sui termini, e non abbiamo il coraggio di tirar fuori dal mazzo la carta vincente, che è appunto l’Uomo.

Insisto, e insisterò fino alla noia, nel dire Uomo con la U maiuscola, perché anzitutto mi riferisco all’essere umano, maschio e femmina, e soprattutto perché mi riferisco all’Uomo ideale, che non significa affatto qualcosa di astratto o di evanescente, ma l’Essere umano cui dobbiamo tendere con tutte le nostre forze: nell’Uomo c’è il meglio che noi desideriamo, sogniamo, il meglio dei nostri desideri, quel meglio che è la causa nobile delle nostre lotte.

Per quale motivo lottiamo per un mondo migliore? Solo per dire che vogliamo essere laici o credenti? Il fatto di essere laici o credenti per me è del tutto secondario, se so cogliere il cuore del problema moderno che è quello di lottare perché l’Uomo riprenda il suo centro nell’umanità. E l’Umanità (con la U maiuscola) posso definirla l’Uomo come l’Unità di spirito di tutti gli esseri umani viventi, nella casa del Creato. Torna di nuovo il Creato, come casa dell’Uomo.

Sono uscito fuori tema? Che c’entra tutto questo con il discorso molto più concreto che sto facendo sul sindaco e sulle amministrazioni comunali, sul loro impegno per il bene comune ecc. ecc.? C’entra, eccome!

Siamo tutti quanti, amministratori o cittadini, ancora impastati di paure e di etichette, che rivelano naturalmente ideologie dal corto respiro. Sì, abbiamo paura a parlare di una realtà, senza colorarla con idee faziose, laiche o religiose che siano.

Il bene comune ha come finalità l’Uomo, svestito di ogni schema ideologico.

C’è troppa chiusura mentale sul bene comune, proprio perché sul bene comune non si hanno idee chiare, quelle idee che sono illuminate dall’alto, al di sopra delle corte visuali umane. Il bene comune è ancora purtroppo una frammentazione di corte visuali che fanno spavento. Ognuno ne prende un pezzetto, se lo fa proprio inglobandolo in un pragmatismo alla cieca. Ecco che il bene comune diventa una strada rimessa a nuovo con un brutto asfalto, o un marciapiede rifatto lasciando i pali della luce, un piano regolatore che cambia secondo gli umori della maggioranza o gli interessi di qualcuno, e così via. L’ultima cosa a cui si pensa – supposto che ci si arrivi a pensarla! – è l’ambiente, la vivibilità di un paese, la sua bellezza come armonia o equilibrio tra l’ambiente e le abitazioni dei cittadini. Si dice da ogni parte che il paese deve essere su misura d’uomo. Ma qui sta lo sbaglio, quando s’intende l’uomo con la u minuscola. In tal caso l’uomo è una strada asfaltata male, un marciapiede con i pali della luce, un piano regolatore che permette la speculazione edilizia a danno dell’ambiente.

Il paese deve essere su misura d’Uomo. Solo così tutto si sistema: le strade, le fognature, il piano regolatore, la priorità dell’ambiente, i servizi sociali. Ho l’impressione che tutto il nostro impegno politico – e anche di credenti – sia un insieme caotico di attività, di iniziative, di interventi pragmatisti, senza un disegno globale o quell’idea di bene comune che dovrebbe dirigere il nostro agire. Siamo governati dal mercato, anche nelle nostre piccole faccende amministrative, ed è perfettamente inutile, per non dire ipocrita, addolcire il mercato con qualche buona intenzione.

Il paese deve essere su misura d’Uomo. Tutto deve concorrere a questa finalità. L’Uomo non è solo tubo digerente, non è solo casa, lavoro, riposo, evasione. In pieno periodo di guerra e di miseria, la pensatrice francese Simone Weil scriveva: «I lavoratori hanno bisogno di poesia, più che di pane». Oggi il pane non manca a nessuno, anche se la legge della precarietà non garantisce più nulla, neppure il pane, ma nella nostra bastarda società del falso benessere, il pane è diventato solo tutto ciò che nutre il tubo digerente, lasciando l’anima spegnersi fino a farsi un mucchio di cenere.

L’Uomo ha urgente bisogno di poesia dando a questa parola un senso più ampio: ciò che riguarda lo spirito, l’essere, i sentimenti più alti, i desideri, i sogni, le utopie. Una delle colpe dei sindacati è stata quella di aver ridotto le rivendicazioni su un piano puramente economico, suscitando nei lavoratori pretese sbagliate, diritti di uguaglianza prendendo come modello il sistema capitalista: tu hai due ville, è giusto che le abbia anch’io; tu hai una Ferrari, è giusto che l’abbia anch’io; tu guadagni tot, è giusto che anch’io prenda la stessa cifra. Niente di più sbagliato. Niente di più pericoloso. Se i sindacati avessero aiutato i lavoratori a ottenere i loro più che sacrosanti diritti, e nello stesso tempo li avessero educati a capire che i diritti riguardano la dignità della persona, anima e corpo, e non solo il corpo, nella gerarchia dei valori stabilita prima dall’essere che dall’avere, non avremmo oggi una massa di gente che ha ottenuto sì dei diritti ma nello stesso tempo ha perso la testa rincorrendo l’avere, tradendo valori come solidarietà, saggezza di vita che in tempo di miseria costituivano la forza dei lavoratori. Oggi i lavoratori sono quasi tutti borghesi, nell’animo, vergognosamente dalla parte di quel potere capitalista che un tempo odiavano come il nemico numero uno. 

In una simile società è difficile parlare di Uomo. So quanto sia difficile per tutti, soprattutto da parte di chi si sente responsabile del bene comune, educare al bene che riguarda la comunità, al di là del solo diritto di proprietà, che tutti hanno nel dna: far capire ad esempio che il nostro bene va condiviso con il bene dell’altro, e che il bene dell’altro è da rispettare quanto il nostro, e che dobbiamo superare quell’egoismo innato di voler salvaguardare solo il proprio orticello, spostando il problema scaricandolo sull’altro da giudicare come l’antagonista anche quando non lo è affatto, o come il capro espiatorio quando fa comodo.

Il bene comune, se viene mentalmente diviso in proporzioni pari al nostro insaziabile egoismo, allora ogni sforzo educativo svanisce al primo tentativo, e non c’è santo che riuscirà a convincere che il bene di ciascuno o è un bene solidale, oppure va contro il bene comune.

Se da una parte è doveroso insistere nel creare una nuova cultura, che è quella del sociale compartecipato, in giuste misure (ognuno ha la sua misura!), nella responsabilità prima che nel diritto al possesso o al godimento, dall’altra sono del parere che ogni democrazia ha i suoi limiti e che perciò non si devono permettere soprusi. Su questioni di vitale importanza non si deve chiedere il parere ai cittadini. Non c’è libertà di scelta di fronte al bene comune che ha la sue regole da rispettare, costi quello che costi. Il numero non conta, quando si tratta ad esempio di rispettare la salvaguardia dell’ambiente. O lo rispetti, o ne paghi le conseguenze.

Posso parlare per ore e ore del bene comune presupponendo che tutti sappiano che cos’è il bene comune. In realtà è una parola così scontata che neppure ci viene in mente di spiegarne il senso. Ma c’è un altro motivo: è una di quelle parole che ci mettono in crisi ogniqualvolta tentiamo di spiegarle. Sarebbe come rispondere: che cos’è l’amore?

Eppure noto che sul bene comune ci sia tanta confusione. Una tale confusione che, quando tento di chiarirne il senso, allora ogni parola che dico viene messa in discussione, come se il bene comune fosse una cosa “propria”, di cui ciascuno ne è geloso, tanto geloso da ritenerla sua, in diritto di vederla a modo proprio. Sta qui l’equivoco o la contraddizione. Il bene comune viene stabilito da ciascuno che, a sua volta, impone il suo punto di vista all’altro, per questo pensa che sia comune.

Sarà successo anche a voi: dopo un’ora e più di conferenza durante la quale il relatore ha spiegato, in lungo e in largo, in modo magistrale un certo tema di attualità, alla richiesta di fare delle domande, eccoli tutti a sbizzarrirsi in una serie di dubbi da mettere il relatore in grave difficoltà. Una cosa è la teoria, un’altra la realtà. Posso stare qui per ore e ore a parlare di bene comune, ma è sufficiente che faccia un benché minimo esempio pratico per scatenare reazioni a non finire. Una cosa è la teoria, un’altra la realtà. E purtroppo la realtà è impastata di egoismi che metterebbero a dura prova anche la pazienza infinita di Dio.

C‘è un’altra cosa da dire sul bene comune, rimanendo sul piano teorico. Tutti in fondo ne intuiamo qualcosa, più o meno: la difficoltà sta nel chiarire il termine esatto di bene comune, il che significa: porre i giusti paletti in modo tale da avere idee chiare, per evitare che termini simili o presi per tali allarghino il campo, facendo però perdere il significato autentico del tema in questione: nel nostro caso il bene comune.

I paletti non si mettono per restringere il senso del bene comune, ma per chiarezza: la chiarezza, si sa, restringe l’obiettivo su un determinato oggetto, più allargo l’obiettivo e più finisco per sfocare l’oggetto in questione.

So che non è facile chiarire concetti che sono di dominio pubblico, e si sa che la gente prende facilmente una cosa per l’altra, non guarda tanto alle sottigliezze, soprattutto se si tratta di concetti che neppure gli studiosi o i cosiddetti colti riescono a mettere a fuoco, tanto più che – anche se avessero qualche idea chiara in testa – il loro linguaggio è così tecnico e astruso che la gente capisce poco o nulla. Trovare le parole giuste e chiare per mettere tutti d’accordo è talora la dote dell’inganno.

Ciò che mi preme ora chiarire non è il termine “bene”, ma l’aggettivo “comune”. Partirei dal Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, che dice: «Il Bene Comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale. Essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro».

Parole che meritano un maggiore approfondimento. Lascio la parola ad un professore di Economia Politica, Luigino Bruni, il quale così commenta:

«Il bene comune rimanda ad un noi, ad un “nostro” che, per definizione, non è mio: un bene che è di tutti perché non è proprio di nessuno. Se volessimo usare una metafora, dovremmo dire che il bene comune non nasce da una somma di tanti “privati”, ma da una sottrazione, dove ciascuno retrocede dal proprio, rinuncia cioè a qualcosa di privato, e tutti assieme costruiamo il bene comune che poi, in un secondo momento, si rifletterà anche nel bene individuale di tutti. C’è, però, bisogno di un passaggio attraverso un “non”, o un sacrificio, senza il quale non si dà vita ad alcuna forma di bene comune.
L’economia moderna, invece, ha seguito, fin dalla sua nascita, una strada che l’ha allontanata radicalmente dalla tradizione del bene comune. Il “bene comune” che ha in mente l’economia moderna, non è generato da chi se lo prefigge come obiettivo diretto e intenzionale, ma, piuttosto, da chi cerca, con prudenza, il proprio interesse personale indifferente al bene degli altri. L’economia moderna nasce ancorata all’idea di bene immune, che si sostituisce a quello di bene comune: il bene dell’economia (ricchezza, sviluppo, consumo) non richiede nessun rapporto tra le persone; anzi è bene che questo rapporto non ci sia, se si vuole raggiungere l’efficienza: “non ho mai visto fare qualcosa di buono da chi si prefiggeva di trafficare per il bene comune”, commentava Adam Smith come corollario del suo teorema della “Mano Invisibile” nella sua Wealth of Nations (1776) (Una inchiesta sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni)».
Continua il professor Bruni: «Ecco perché tra il bene comune e il bene pubblico o collettivo della scienza economica attuale non c’è alcun rapporto. Per la teoria economica, come è noto, siamo in presenza di un bene pubblico quando due o più persone, ad esempio, utilizzano insieme lo stesso ascensore: i due “consumano” il bene indipendentemente, senza che tra di loro ci siano “interferenze”. È l’assenza dell’interferenza, la “mutua indifferenza” tra i consumatori che rende il bene pubblico (e non privato): una definizione che non richiede ai soggetti coinvolti nel consumo del bene alcuna azione interpersonale positiva (ad esempio parlare e fare conoscenza lungo il “viaggio”).
Il bene comune, invece, è essenzialmente un rapporto tra persone mediato dalle cose consumate, l’opposto del bene pubblico che è un rapporto tra l’individuo e la cosa, senza nessun bisogno di un “tra”, di un rapporto tra i consumatori coinvolti nell’atto del consumo.
Il dibattito attuale su immigrati e sicurezza è un tipico problema associato al bene comune, perché ha a che fare con rapporti tra persone e tra persone e istituzioni. Invece viene sempre più gestito con la cultura del “bene immune”, trovare cioè soluzioni che ci immunizzino dal problema, invece di affrontarlo entrando nel terreno sempre pericoloso, ma sempre vitale e vero, della relazione interumana. In questo modo, però, i problemi delle relazioni umane non si risolvono, e prima o poi esplodono».

Fin qui il professor Bruni. A me pare – non so a voi – che sia riuscito nell’intento di chiarire qualche idea sul bene comune. Due cose vorrei dire: anzitutto, ciò che mi ha colpito è l’aver posto l’accento sulla importanza della inter-relazione personale, presente nel concetto di bene comune. E da qui deriva la distinzione netta tra il bene comune e il bene pubblico. Non so quanti hanno idee chiare in proposito. Penso che la maggior parte della gente e anche dei politici confonda il bene comune col bene pubblico. E non è una cosa irrilevante o solo teorica, se è vero che da tale confusione derivano conseguenze deleterie.

Proprio per chiarire ancora di più alcuni termini ricorrenti vorrei ora proporvi un altro brano: è di Stefano Zamagni, Ordinario di Economia Politica Università degli Studi di Bologna.

«Che la categoria di bene comune viva, oggi, una situazione di crisi – vale a dire, di transizione – è cosa risaputa e ampiamente confermata da una pluralità di segni. Uno di questi – non certo dei minori – è la duplice confusione in continua crescita, per un verso, tra bene comune e bene totale e, per l’altro verso, tra bene comune e interesse generale. Mentre il bene totale è una somma di beni individuali, il bene comune è piuttosto il prodotto degli stessi. Ciò significa che il bene comune è qualcosa di indivisibile, perché solamente assieme è possibile conseguirlo, proprio come accade in un prodotto di fattori: l’annullamento di anche uno solo di questi, annulla l’intero prodotto. Essendo comune, il bene comune non riguarda la persona presa nella sua singolarità, ma in quanto è in relazione con altre persone. Il bene comune è dunque il bene della relazione stessa fra persone, tenendo presente che la relazione delle persone è intesa come bene per tutti coloro che vi partecipano. Comprendiamo allora la profonda differenza con il bene totale: in quest’ultimo non entrano le relazioni tra persone e, di conseguenza, neppure entrano i beni relazionali, la cui rilevanza ai fini del progresso civile e morale delle nostre società è ormai cosa ampiamente risaputa.
Del pari diffusa, nel lessico politico ed economico corrente, è la confusione tra bene comune e interesse generale, come se i sostantivi bene e interesse, da un lato, e gli aggettivi comune e generale, dall’altro, fossero sinonimi. Eppure, generale si oppone a particolare, mentre comune si oppone a proprio. Nel bene comune il bene che ciascuno trae dal suo uso non può essere separato da quello che altri pure da esso traggono».

Continua il professor Zamagni: «… È interessante fare qui menzione del pensiero di Antonio Rosmini. Dopo aver definito il bene comune fine della società civile, il celebre teologo e filosofo scrive: “Il bene comune è il bene di tutti gli individui che compongono il corpo sociale e che sono soggetti di diritti; il bene pubblico all’incontro è il bene del corpo sociale preso nel suo tutto, ovvero preso, secondo la maniera di vedere di alcuni, nella sua organizzazione”. Nel linguaggio contemporaneo, il bene pubblico di cui parla Rosmini corrisponde al bene collettivo, cioè al bene indistinto della società – come suggerisce il comunitarismo – mentre il bene comune è il bene delle persone che vivono e che si costituiscono in società».

Infine, scusate un’altra citazione. È un breve brano di Silvano Scalabrella, Docente di Dottrina Sociale della Chiesa.  

«Un progetto politico oggi deve trovare il coraggio di fondarsi su un’etica del bene comune, compresa all’interno della legge naturale fondamentale, capace di dar senso ai principi della convivenza civile e della libera partecipazione e soprattutto alla irriducibile affermazione dei valori dell’uomo che risiedono nella natura stessa umana, anteriori a qualsiasi “contratto sociale”. Tale etica muove infatti dalla convinzione fondamentale per cui principi quali “solidarietà” e “sussidiarietà” hanno origine dalla legge morale naturale e non da un qualsiasi ‘contratto’ o ‘patto’. Una concezione contrattualistica, qualunque essa sia, necessariamente persegue un fine utilitaristico (individuale o collettivo); l’etica del bene comune è orientata, invece, alla conservazione-accrescimento del bene di tutti, di ognuno, di tutto l’uomo: rifugge così da una concezione liberista e collettivista o assistenzialista, perché in esse vede una distorsione del concetto di persona, piegato al conseguimento di interessi che esaltano o l’individuo o la collettività o il potere dirigista della burocrazia, piuttosto che la natura dell’uomo che è nel contempo personale, sociale, universale.
Pertanto il bene comune non coincide con la volontà della maggioranza, intesa come la somma delle volontà individuali. In tal senso “bene comune” e “democrazia”, se intesa esclusivamente come il luogo di legittimazione degli interessi della maggioranza, divergono: il primo è rivolto a tutti, il secondo affida al Potere il discernimento del bene pubblico. Così “bene comune” e “bene pubblico” non sono la stessa cosa».

4 Commenti

  1. meneghindemeneghini ha detto:

    A Milano il bene comune non è certamente quella demenza di riaprire i navigli, che fa il paio con la Roma imperiale di Mussolini. Altro che sostenibilità, è un cantiere interminabile e costoso allo sproposito molto peggio di centomila tav.
    E poi non ci sono i fondi per realizzare la Biblioteca Europea a Porta Vittoria, sul terreno messo a disposizione da Albertini e ora abbandonato.Chi diceva che la cultura non dà da mangiare?

  2. MICHELE G. ha detto:

    E’ bello occuparsi del “bene comune” !
    Così si esprimeva ieri il Ministro Passera circondato dai giornalisti.- Detto da Lui è senz’altro una boutade, una battuta di spirito, che però non fa ridere. Perché il Bene Comune che ha in testa il Governo di cui fa parte non coincide con quello dei cittadini.- Infatti stanno svendendo e privatizzando i gioielli di famiglia per fare cassa, ignorando perfino i recenti referendum popolari. Alla fine di questa prodigiosa operazione tutto il patrimonio dello Stato, cioè nostro, passerà nelle mani di privati i quali, nel caso si tratti di servizi, ce li faranno pagare a caro prezzo e alle condizioni da loro stabilite.- I Professori, chiamati da Napolitano, sanno quello che fanno, a prescindere dai danni che producono. Le Piazze e le strade italiane, in questi ultimi sei mesi, si riempiono ogni giorno di gente “entusiasta” dell’opera del Governo Monti, per dargliene atto con manifestazioni di giubilo !
    Si stanno veramente occupando del Bene Comune, da conservare ed ampliare, perché esso si traduce nel “benessere” di tutti i cittadini, come, di fatto, sta avvenendo ! O no ! Forse ci siamo distratti e non abbiamo notato come siano migliorate le condizioni di vita, come si sia riaccesa la speranza, come siano diminuite la disoccupazione e la precarietà, come tanti piccoli imprenditori abbiano chiuso le loro botteghe per andare a divertirsi.- Insomma, tutto va bene Madama la Marchesa.- Ne sanno qualcosa i cittadini Greci che vivono momenti di grande gioia ed euforia per ciò che li attende nell’immediato radioso futuro.- Siamo cittadini di una Europa Unita, governata da persone di grande intelligenza politica, di grande generosità , di grande umanità, di grande saggezza e lungimiranza, di grande sobrietà ed umiltà !!.- Siamo veramente fortunati !!
    Evviva, evviva !
    18 Giugno 2012 MICHELE G.

  3. Gianni ha detto:

    Difficile definire il bene comune, molto difficile, e sopratutto difficile realizzarlo.

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