Omelie 2015 di don Giorgio: Dedicazione del Duomo di Milano, Chiesa Madre di tutti i fedeli ambrosiani

18 ottobre 2015: Dedicazione del Duomo di Milano, Chiesa Madre di tutti i fedeli ambrosiani
Is 26,1-2.4.7-8; 54,12-14a; 1Cor 3,9-17; Gv 10,22-30
Il condono di Dio
Il primo brano della Messa raccoglie alcuni versetti del secondo Isaia, anonimo profeta, che riferisce i fatti riguardanti la deportazione degli ebrei a Babilonia ((VI secolo a.C.) e il loro ritorno in patria. Si tratta di oracoli di speranza, di fiducia: il popolo eletto era stato punito, ed ora bisognava consolarlo. Se Dio è un severo giudice, è anche un padre che perdona.
Ricordiamoci che il perdono di Dio, secondo la Bibbia, non è mai un condono, ma un avvertimento perché si torni sulla retta via. Ogni condono di Dio è un impegno perché ci si converta al bene. Troppo comodo andare a confessarsi, e poi riprendere la vita di prima. Non vorrei entrare in questo argomento, perché non ne uscirei più, e sarei costretto a dire cose spiacevoli. Ma non posso tacere sul prossimo giubileo, che per me sarà, non nelle intenzioni del papa, che possono essere le migliori di questo mondo, un’altra occasione di ipocrisia. Che significa perdonare o condonare i peccati, magari con l’aiuto di tante indulgenze?
C’è ancora oggi gente che prende i condoni, anche nel campo socio-politico, pensate anche a quello edilizio, come se fossero grazie ricevute a buon mercato, in vista di altri condoni, che potranno redimere altre violazioni della legge che nel frattempo, dopo il primo condono, saremo subito pronti a compiere.
Dio non ci condona i peccati senza chiederci un impegno di rinnovamento, anche se egli conosce le nostre debolezze, ed è sempre pronto a sostenerci.
Aprite le porte…
Leggendo le prime righe del brano, mi ha particolarmente colpito l’invito, quasi un imperativo, ad aprire le porte. Ed è strano, visto che la primaria preoccupazione del popolo di ritorno dall’esilio è stata quella di costruire “mura e bastioni” per difendersi dai popoli nemici.
Le porte si aprono per uscire, ma anche per entrare. In questo caso, si aprono per far entrare. Chi? “Una nazione giusta, che si mantiene fedele”. Ma Dio come intende la giustizia, il diritto? Per rispondere, bisognerebbe distinguere la città terrena e la città ideale, quella celeste. Nella Bibbia, le due città si contrappongono, anche nel loro aspetto politico. La città terrena è rappresentata il più delle volte da Babilonia, la città dell’idolatria. La città ideale o celeste è rappresentata da Gerusalemme, città santa.
È chiaro che si tratta di una contrapposizione che va al di là della città intesa in senso geografico. La contrapposizione sta invece tra l’idolatria e la sacralità interiore. L’idolo è l’immagine che ci si fa di qualcosa che viene divinizzato, ma che in realtà rappresenta il peggio del nostro pensiero e delle nostre aspirazioni. Ogni idolo è qualcosa che riflette il nostro io, ma lo riflette come se fosse il nostro ideale. In altre parole: ciò che di peggio abbiamo lo idealizziamo, e una volta idealizzato, come se fosse qualcosa di divino, lo adoriamo. Ecco gli idoli, le immagini, le trasfigurazioni delle nostre passioni, delle nostre più squallide aspirazioni.
Così giustifichiamo, in nome del nostro io sublimato, tutte le peggiori ingiustizie, che vengono invece prese come se fossero i nostri diritti più sacrosanti. E succede che le porte si chiudono, preferendo restare al sicuro, con i nostri idoli che adoriamo come se fossero un unico dio, e così ci vantiamo di essere monoteisti. In realtà, il monoteismo è sì riconoscere un dio solo, ma un dio che è la somma di tanti idoli quanti sono le raffigurazioni che ci siamo fatti di noi stessi.
Certo, apriamo le porte, ma per uscire alla conquista (diciamo, proselitismo o evangelizzazione) di coloro che secondo noi sono gli idolatri da combattere.
Quando il Dio della Bibbia parla di monoteismo – Io sono l’unico Dio! – intende quell’Essere supremo che non accetta nessun altro idolo, perché il Dio dell’Alleanza è il Dio dell’Essere, e non l’immagine di cose o di ciò che rappresenta la peggiore umanità.
Ed ecco allora la necessità di aprire le porte all’Umanità, da parte di una Chiesa che, per secoli e secoli, l’ha tenuta fuori dalle sue mura, dai suoi bastioni, da ponti levatoi alzati, e sempre pronti ad abbassarsi ma solo per andare alla conquista delle anime “perdute”.
Ma aprirsi all’Umanità richiede ben altro che compiere gesti più o meno superficiali, abbracciare i confini del mondo ma solo per dare più credibilità ad una Chiesa che, però, rimane sempre Chiesa-religione-struttura. L’Umanità, “anima mundi”, è il respiro dell’essere umano, e per restare tale, ovvero respiro vitale, non può essere imprigionata in nessuna struttura, e ancor meno in quella religiosa.
Perché nella Diocesi milanese torni il sole
Oggi, la nostra Diocesi milanese commemora la dedicazione del suo Duomo: un’occasione perché gli ambrosiani ricordino di essere eredi di una tradizione secolare di fede e di cultura. Abbiamo avuto nel passato grandi vescovi, che hanno lasciato una forte impronta pastorale.
Anche la nostra Diocesi è una storia di luci e di ombre. Quando le ombre sembrano prevalere sulle luci, abbiamo il dovere-diritto di sperare, pregando, che torni il sole, e che l’Umanità apra le porte della Cattedrale, perché torni il fascino di una Parola che incanta e libera, accoglie e rinnova la terra ambrosiana.
Il Vangelo di oggi presenta Gesù, mentre a Gerusalemme sta celebrando la Festa della Dedicazione per la consacrazione del Tempio, rinnovata ai tempi di Giuda Maccabeo (165 a.C.), dopo la profanazione di Antioco Epìfane. Alcuni ebrei approfittano della presenza di Gesù per provocarlo sulla sua vera identità, anche favoriti dal fatto che, in preparazione della festa solenne, una festa tra l’altro di luci e perciò di gioia, si leggevano alcuni testi biblici, tra cui probabilmente il capitolo 34 del profeta Ezechiele, dove c’è la celebre profezia del Messia, che viene presentato come il vero pastore suscitato da Dio. Da qui lo spunto per la discussione provocatoria suscitata dagli ebrei nei riguardi di Gesù.
Vorrei leggervi un brano della profezia di Ezechiele. Le dure parole del profeta si commentano da sole.
«Mi fu rivolta questa parola del Signore: “Figlio dell’uomo, profetizza contro i pastori d’Israele, profetizza e riferisci ai pastori: Così dice il Signore Dio: Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge.
Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza […].
Così dice il Signore Dio: Eccomi contro i pastori: a loro chiederò conto del mio gregge e non li lascerò più pascolare il mio gregge, così non pasceranno più se stessi, ma strapperò loro di bocca le mie pecore e non saranno più il loro pasto. Perché così dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna […].
Le condurrò in ottime pasture e il loro pascolo sarà sui monti alti d’Israele; là si adageranno su fertili pascoli e pasceranno in abbondanza sui monti d’Israele. Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia […]”» (Ez 34,1-31).

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