Italia, più di un milione di ragazze in uscita da studio e lavoro

Attività extrascolastiche in uno dei “Punto Luce” gestiti dalla Ong – Giuliano Del Gatto per Save The Children
da AVVENIRE
17 novembre 2020
Infanzia a rischio.

Italia,

più di un milione di ragazze

in uscita da studio e lavoro

Luca Liverani
L’allarme di Save The Children: l’11,4% dei minori in povertà assoluta. Smottamento demografico: in Italia il 16% di minorenni contro il 20,5% di Irlanda. Il Covid accelera le diseguaglianze di genere

Non è un Paese “a misura di bambini” quello che ha affrontato l’emergenza della pandemia da Coronavirus. Ma l’Italia è ancor meno un Paese “a misura di bambine”. La povertà in cui già versa 1 minore su 9 verrà aggravata dalla crisi economica e dalle chiusure delle scuole decise per frenare i contagi. La conseguenza? Circa 1 milione e 140 mila ragazze tra i 15 e i 29 anni rischiano entro la fine del 2020 di ritrovarsi nella condizione di non studiare, non essere inserite in alcun percorso formativo, non lavorare. A lanciare l’allarme è Save The Children nell’XI edizione dell’Atlante dell’infanzia a rischio in Italia «Con gli occhi delle bambine». La presentazione del dossier arriva alla vigilia della Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 20 novembre, che celebra la data in cui le Nazioni unite approvarono la Convenzione di New York nel 1989.

La condizione dell’infanzia in Italia dunque registra tassi in crescita di povertà minorile e diseguaglianze educative da Nord a Sud, che approfondiscono la differenza tra maschi e femmine. Rischia quindi di ampliarsi seriamente, anche per colpa del Covid-19, il “limbo” in cui resta intrappolata già oggi quasi 1 ragazza italiana su 4, con picchi che arrivano addirittura al 40% in Sicilia e Calabria. La disuguaglianza di genere si fa notare anche in territori più virtuosi, visto che in Trentino Alto-Adige a fronte di un 7,7% di ragazzi Neet (cioè che non studiano, non frequentano corsi di formazione, non lavorano) le ragazze sono il 14,6%, il doppio. Naturale che il tasso di mancata occpuazione tra le 15-34enni poi sia del 33%, un terzo, mentre per i giovani maschi è del 27,2%, dato comunque preoccupante.
Anche il rapporto dell’ong internazionale evidenzia una piaga tutta italiana: lo «smottamento demografico» di un Paese che «sta perdendo il suo capitale umano più importante: i bambini». Un crollo delle nascite «che procede a passo sempre più spedito: negli ultimi anni abbiamo perso oltre 385 mila minori, che oggi rappresentano il 16% del totale della popolazione mentre l’incidenza degli 0-14enni è la più bassa tra i Paesi dell’Ue (13,2% contro il 20% della capofila Iralnda)». La maglia nera della denatalità va alle province sarde di Oristano e Sud Sardegna (12,5% e 12,9%, seguite dalla ricca Ferrara (13,2%). Molto meglio stanno Bolzano (19%), Napoli (18,8%) e Caserta (18,5%).
Solo nel 2019 l’Italia con poco più di 420 mila nascite ha registrato una diminuzione di oltre 19 mila nati (meno 4,5% rispetto all’anno precedente) e l’annod della pandemia dovrebbe secondo l’Istat conoscere un nuova riduzione di 12 mila nascite che nel 2021 si dovrebbero fermare a quota 393 mila. «A ridurre il brusco calo – scrivono i ricercatori di Save The Children – è solo l’incidenza dei minori con cittadinanza straniera che oggi sono l’11% del totale, con Prato (28,4%), Piacenza (22,2%), Milano (19,2%) e Lodi (18,9%)» come province con le percentuali più alte di bambini “nuovi italiani”. «Un esercito di bambine e bambini spesso nati e cresciuti in Italia – afferma la ricerca – che reclamano i loro diritti di cittaduinanza».
Se le coppie decidono di fare pochissimi figli un motivo importante è senza dubbio il numero totalmente insufficiente di asili nido: «Un privilegio per pochi: nell’anno scolastico 2018/2019 solo il 13,2% dei bambini ha avuto accesso ai servizi pubblici offerti dai Comuni», con percentuali non degne di un paese industrializzato soprattutto in Calabria (3%), Campania (4,4%) e Sicilia (6,4%). Molto meglio fanno la provincia autonomia di Trento (28,4%) e l’Emilia-Romagna (27,9%).
Il rischio di rimanere indietro comincia prima di quanto si pensi. Le premesse per la povertà economica si costruiscono a scuola. La povertà educativa era preoccupante in Italia già prima della pandemia, visto che quasi un quarto degli studenti al secondo anno delle superiori (il 24%) non raggiungeva le comptenze minime in matematica e italiano, il 13,5% abbandonava la scuola prima del tempo e oltre un quinto (il 22%) andava a incrementare le schiere dei Neet (i giovani not in education, employment or training). Sempre nel 2018/2019 la metà (il 48%) dei minori tra i 6 e i 17 anni non ha letto nemmeno un libro oltre a quelli di scuola, i due terzi non è mai adndato a visitare un monumento o a teatro, in tempi cioè in cui non esistevano le chiusure anti Covid.
«Nonostante l’impegno di tanti docenti ed educatori – sottolinea Raffaela Milano, direttrice dei programmi Italia-Europa di Save the Children – il funzionamento a singhiozzo delle scuole e la didattica solo a distanza stanno producendo in molti bambini non solo perdita di apprendimento, ma anche perdita di motivazione nel proseguire lo studio. Dai territori riceviamo segnalazioni di bambini e ragazzi che spariscono dal radar delle scuole. Le mappe dell’Atlante indicano con chiarezza quali sono le “zone rosse” della povertà minorile e della dispersione, dove è necessario intervenire subito e in via prioritaria per affrontare una doppia crisi: quella sanitaria e quella educativa», conclude la responsabile della ong.
A pagare il conto più salato saranno le ragazze, nonostante leggano di più (non sfoglia un libro il 53,6% dei maschi rispetto al 41,8% delle femmine) e abbiano risultati scolastici migliori (non raggiunge le competenze minime in italiano e matematica il 26,1% dei maschi contro un 22,1% delle femmine). Impegno e dedizione allo studio più diffuso tra le bambine e le adolescenti non basta, se poi il tasso di occupazione delle laureate tra i 30 e i 34 anni era del 76% contro l’83,4% dei maschi. Ancora peggio tra le diplomate: lavorano solo il 56,7% a fronte di un 80,9% dei maschi. «Senza un intervento tempestivo e mirato oggi rischiamo un’impennata nel numero delle Neet, cancellando le aspettative di futuro di più di un milione di ragazze in Italia». Questo anche perché «la mancanza di servizi per la prima infanzia e la necessità di prendersi cura dei bambini inn questa fase difficile sta inoltre pregiudicando il futuro lavorativo delle mamme».

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