Omelie 2013 di don Giorgio: Seconda domenica dopo l’Epifania

20 gennaio 2013: Seconda dopo l’Epifania

Est 5,1-1c.2-5; Ef 1,3-14; Gv 2,1-11

Vorrei soffermarmi sul brano del Vangelo di oggi. Diciamo subito che, secondo l’evangelista Giovanni, il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino avvenuto a Cana di Galilea è la terza manifestazione di Gesù, dopo l’epifania dei Magi e dopo l’episodio del Battesimo al Giordano. Ho detto miracolo, avrei dovuto dire “segno”, che è il termine originale usato da Giovanni per indicare i miracoli compiuti da Gesù. Sono “segni” perché racchiudono un “significato” profondo: rivelano appunto che Gesù è il vero Messia. Quindi anche i miracoli sono delle epifanie, ovvero delle manifestazioni.
Altra cosa da chiarire subito. Il quarto Vangelo è quello più teologico, chiamato dagli antichi autori cristiani, insieme a Clemente Alessandrino, Vangelo “spirituale”: non significa che si tratta di un Vangelo disincarnato dalla realtà (è proprio Giovanni a dirci che il Verbo si è fatto carne!), ma che tocca la parte più intima di Dio e dell’uomo. Occorre perciò saper cogliere dietro a ogni fatto narrativo il senso profondo che contiene. Possiamo anche dire che quello di Giovanni è il Vangelo più simbolico tra i quattro. Bisogna dunque non limitarsi ai fatti narrati, ma cercare di scendere nel profondo, ed è quello che faremo analizzando il brano di oggi.
Vediamo anzitutto di inquadrarlo cronologicamente. Sì, ho detto cronologicamente: infatti il capitolo 2 inizia con una indicazione di tempo che la liturgia di oggi tralascia: “il terzo giorno vi fu una festa di nozze…”. Perché “il terzo giorno”? Per rispondere dobbiamo leggere le pagine precedenti.
Ormai dovremmo saperlo: il quarto Vangelo è introdotto dal Prologo, un inno in prosa ritmata, che abbiamo più volte letto e meditato durante i giorni natalizi. Subito dopo il Prologo, Giovanni inizia la narrazione della vita pubblica di Cristo, presentando una settimana di avvenimenti. È questa la cosa interessante.
Primo giorno: il battesimo di Gesù presso il Giordano. “Il giorno dopo…” (così annota Giovanni), ovvero il secondo giorno, il Battista indica in Gesù “l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo”. “Il giorno dopo…”, perciò il terzo giorno, Giovanni e Andrea incontrano il Signore e lo seguono. “Il giorno dopo” (quarto giorno) ancora Gesù chiama Filippo. Ed ecco il brano di oggi che inizia con “il terzo giorno” (dal quarto giorno), perciò siamo al settimo giorno, la conclusione di una settimana. Perché Giovanni presenta i primi fatti riguardanti l’attività di Gesù come se fossero avvenuti in una settimana?
Gli studiosi ci dicono che questa prima settimana è fondamentale, come sarà fondamentale l’ultima settimana della vita terrena di Gesù, la settimana santa. Questa prima settimana, sempre secondo gli studiosi, richiamerebbe nell’intento di Giovanni la prima settimana della Bibbia, ovvero della creazione che, secondo il libro della Genesi, durò sei giorni, e allo scadere del settimo Dio si riposò da tutto quello che aveva fatto. Dunque l’evangelista Giovanni sembra suggerirci che con la sua incarnazione il Figlio di Dio è venuto a riprendere e a completare l’opera della creazione a partire dal punto in cui Dio l’aveva lasciata, ovvero dalla prima frattura che si è verificata con il peccato originale tra il maschio (Adamo) e la femmina (Eva) ancora nel paradiso terrestre.
In parole più semplici: il Figlio di Dio, incarnandosi, vuole porre rimedio, ristabilendo l’armonia tra l’umanità intera e Dioe tra gli esseri umani tra di loro.
Tra questa prima settimana narrata da Giovanni e l’ultima, quella pasquale, c’è un collegamento? Sembrerebbe di sì. L’espressione “il terzo giorno”, tipica della tradizione cristiana, ci rimanda alla Pasqua, tanto più che Gesù parla anche di un’ora particolare. Dice alla madre: “Non è ancora giunta la mia ora”. Noi sappiamo che nel quarto Vangelo l’Ora è la manifestazione della gloria di Gesù: secondo Giovanni la crocifissione è la glorificazione del Cristo. In altre parole: la Croce è già illuminata dalla Risurrezione.
Gesù dunque partecipa a un banchetto di nozze. Arriva con i suoi discepoli quando la festa è già iniziata. Maria li aveva preceduti. Anche questo particolare potrebbe sembrare strano a noi occidentali abituati alla puntualità, ma non lo era per gli orientali di allora. Avevano un altro concetto del tempo. Si sentivano più liberi. Forse noi siamo più schiavi del tempo, anche perché il ritmo della vita è completamente diverso. Noi non siamo padroni del tempo, siamo posseduti dal tempo.
Torniamo all’episodio. È davvero interessante che il primo miracolo o segno di Gesù riguardasse una festa di nozze, e non invece, come hanno narrato gli altri tre evangelisti, riguardasse fin dall’inizio un malato, o un lebbroso, o un cieco, o uno storpio. Gesù si presenta subito come colui che dà la gioia. Già qui notiamo un forte contrasto con la dura penitenziale predicazione di Giovanni Battista. Commenta Padre Ermes Ronchi: «Con tutte le situazioni tragiche, le morti e le croci d’Israele, Gesù dà inizio alla sua missione quasi giocando con dell’acqua e con del vino. Schiavi e lebbrosi gridavano la loro disperazione e Gesù comincia non da loro ma da una festa di nozze. Deve esserci sotto qualcosa di molto importante: è il volto nuovo di Dio, un Dio che viene come festa. A lungo abbiamo pensato che Dio non amasse troppo le feste degli uomini. Il cristianesimo ha subìto come un battesimo di tristezza. Dice un filosofo: «I cristiani hanno dato il nome di Dio a cose che li costringono a soffrire!». Nel dolore Dio ci accompagna, ma non porta dolore. Lui benedice la vita, gode della gioia degli uomini, la approva, la apprezza, se ne prende cura. Scrive Bonhoeffer: dobbiamo amare e trovare Dio precisamente nella nostra vita e nel bene che ci dà. Trovarlo e ringraziarlo nella nostra felicità terrena».
Che cosa rappresentavano le nozze per un ebreo? Richiamavano l’alleanza di Dio con il suo popolo. Un tema caro ai profeti dell’Antico Testamento. Un tema che Gesù stesso riprenderà poi nelle sue parabole.
Maria dice al figlio: “Non hanno vino”. Sappiamo l’importanza del vino nelle nozze degli orientali, e non solo per le nozze. La sua mancanza poteva costituire un disagio gravissimo per gli sposi. Maria interviene proprio sul vino. Davvero commovente sapere che alla Madonna interessasse anche gli aspetti più concreti della vita. Ma anche qui Giovanni ha colto un significato profondo. Il vino, in tutta la Bib¬bia, è simbolo di gioia e di amore, ma la gioia e l’amore sono sempre sotto minaccia, sono a rischio, possono venir meno, anche per una semplice disattenzione, una noncuranza, un perdere i valori perdendosi dietro ad altre cose banali. Ecco: il venir meno del vino meno buono può essere l’occasione perché si innesti qualcosa di nuovo. Talora ci si abitua alle troppe cose che abbiamo. Quando vengono meno, facciamo una tragedia, eppure basta poco perché riprendiamo a sperare, a credere in qualcosa di più vero, di più autentico.
Il vino, nella Bibbia, simboleggia anche la sapienza. La sapienza, come dice la parola stessa, dà il gusto o il sapore alla vita. Sapienza, dove sei? Sei proprio del tutto sparita da questa società dove abbonda invece la stoltezza su tutte le nostre mense?
Tralascio la discussione che è nata tra Gesù e Maria. Ancora oggi gli studiosi non hanno trovato una spiegazione convincente. C’è stata una incomprensione tra madre e figlio? Un diverbio? Non lo sappiamo. Ciò che sappiamo è che Gesù a un certo punto interviene, e compie il miracolo. Ed è qui che vorrei fare qualche riflessione.
Si parla di sei grosse anfore di pietra che servivano per le purificazioni rituali dei giudei. Anzitutto, si parla di acqua. Chissà perché Gesù trasforma l’acqua in vino? Non è più importante l’acqua? Sappiamo che cosa l’acqua rappresenti in una società dove tutto è ormai mercato, preda degli interessi delle multinazionali. Sì, anche l’acqua, bene universale, la stanno togliendo dai nostri diritti. Io sinceramente non capisco più nulla di ciò che si sta tramando sull’acqua, con i vari giochetti politici dietro nomi o sigle che nessuno conosce bene. Una cosa è certa: ci stanno fregando l’acqua! Ma Gesù prende l’acqua lustrale, quella adibita al culto e a un culto del tutto banale. Anche qui, il bene prezioso dell’acqua  può essere usata male. Usata ad onorare esteriormente Dio quando Dio stesso ci ha fatto dono dell’acqua perché servisse alla nostra vita. Qui potremmo riallacciarci all’episodio della samaritana: l’acqua diventa addirittura simbolo della grazia di Dio. Da notare: grazia deriva da gratis: è quindi un dono. Torna la gratuità dell’acqua.
Gesù, dunque, trasforma le acque adibite alla purificazione rituale in un ottimo vino. In tutto questo, Giovanni vede un simbolo. Il simbolo sta già nel numero sei, che indica incompiutezza: il sei presso gli antichi era il numero della imperfezione. Cristo dunque è venuto per dare pienezza al disegno originario di Dio: il settimo giorno Dio si riposò. Ecco perché il numero sette indica la perfezione. Ecco perché la domenica, settimo giorno della settimana, è il giorno anche del nostro riposo: il giorno in cui dovremmo almeno sentire il desiderio di qualcosa di diverso, il giorno in cui goderci di qualcosa di più autentico. Oggi sembra che la domenica sia diventata il giorno dello stress, della noia, di una evasione senza senso, di maggiori compere. Anche la visita ad un museo potrebbe essere il godimento di qualcosa di bello.
Se avete fatto caso, nel racconto gli sposi non intervengono mai. A parte Maria e Gesù,  intervengono solamente i servi che ricevono l’ordine di riempire fino all’orlo d’acqua le anfore (probabilmente c’era poca acqua) e colui che dirige il banchetto che appena s’accorge della bontà del nuovo vino lo fa presente allo sposo. Probabilmente Giovanni nel suo racconto, giocando un po’ sulla equivocità, per sposo intendeva Gesù. Lui sapeva benissimo da dove proveniva quel vino. I servitori chi sono? Sono i discepoli che sono fedeli agli ordini del Maestro. E la Chiesa nei suoi capi, gli sposi del banchetto dove sono? Il racconto sembra quasi ignorarli.
Se il vino rappresentava nella Bibbia la sapienza, qui si tratta di una nuova sapienza. Quella antica sembra scomparsa. Una sapienza che in Cristo ha sostituito la legge. Forse sarà una coincidenza fortuita, ma nulla è fortuito nella Bibbia. Nel libro dell’Esodo, capitolo 19, si dice che il dono della legge ha luogo il terzo giorno. E il terzo giorno Gesù compie il miracolo del vino nuovo. Un dono gratuito e sovrabbondante. Le anfore furono riempite fino all’orlo.

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