Omelie 2015 di don Giorgio: Terza di Pasqua

19 aprile 2015: Terza di Pasqua
At 16,22-34; Col 1,24-29; Gv 1-11a
Il primo brano della Messa narra uno tra i tanti episodi che hanno caratterizzato il cammino della Chiesa primitiva, tra gesti miracolosi, interventi divini e anche difficoltà di ogni tipo. Luca, autore del libro “Atti degli Apostoli”, non nasconde nulla: descrive anche le debolezze e le miserie umane dei primi missionari.
Ma c’è una cosa interessante da sottolineare. Sembra che la diffusione del Cristianesimo fosse dovuta anche e soprattutto alle persecuzioni e ai contrasti talora duri tra cristiani ed ebrei. E così ogni occasione, anche quella più ostile, era buona per convertire i pagani.
Talora mi chiedo: come mai, qui da noi, nei nostri paesi da secoli cristianizzati, manca quel mordente evangelico che ci spinge a uscire da un certo stallo, da un certo immobilismo? Perché, in altre parole, facciamo fatica a metterci in uno stato di perenne conversione, che significa: tornare al Vangelo più autentico?
Ho una mia idea. Forse ci mancano le persecuzioni, forse ci siamo adattati a tutto, forse ci siamo costruiti un nostro angolino (mi riferisco anche alle comunità cristiane) e qui ci troviamo bene. La nostra è una fede che non dà fastidio a nessuno. Ce la prendiamo con gli extracomunitari, ma solo perché li vediamo come nemici, ma non dal punto di vista religioso. Se non vogliamo le moschee è solo perché pensiamo che diventino covi di terroristi. Tutto qui. Se potessimo (e non è che non arriverà il momento), prenderemmo della religione islamica ciò che ci farebbe comodo.
In fondo, anche papa Francesco ci fa comodo, nel suo buonismo, nelle sue più o meno apparenti aperture, nel suo modo di fare che dà quell’impressione di una Chiesa dove tutti ci stanno bene. Solo una domanda: in realtà, in noi personalmente, nelle comunità cristiane, nei preti, nella Chiesa in genere è cambiato qualcosa? Forse il seme è ancora invisibile, ma a me non sembra di notare una profonda rivoluzione.
Torniamo al brano di oggi. Vediamo il contesto. Paolo sta per fare il suo secondo viaggio apostolico. Anche questo viaggio sarà lungo e avventuroso, oltre che faticoso. Pensate che allora non c’erano i treni, gli aerei; le imbarcazioni non erano quelle di oggi. Il viaggio durerà più di due anni, dal 50 al 52 d.C. Paolo parte da Gerusalemme, per attraversare la Siria, la Cilicia, la Galazia, arriva in Macedonia, si ferma a Filippi, poi a Tessalonica, raggiunge Atene, Corinto, Rodi, attraversa il Mar Mediterraneo, e infine approda a Cesarea. Come sempre, Paolo anche questa volta viaggia accompagnato da qualche discepolo. Ma ogniqualvolta nascevano tra loro delle discussioni. Paolo non aveva un carattere facile, era molto esigente, e non tutti accettavano di proseguire, quando Paolo decideva di attraversare luoghi particolarmente difficili. E così Giovanni Marco, l’autore del primo Vangelo, e Barnaba lo lasciano. Paolo si prende Sila come nuovo collaboratore.
Il brano di oggi riguarda il soggiorno di Paolo e di Sila a Filippi. Siamo in Macedonia. Paolo libera una schiava indovina dallo spirito malvagio. Ciò suscita lo sdegno dei padroni della ragazza, che si vedono sottratta una facile fonte di guadagno. Infatti, gli abitanti del posto andavano da lei a farsi consultare, e naturalmente pagavano.
Una riflessione. Dal libro “Atti degli Apostoli” risulta evidente la netta distinzione tra il Cristianesimo genuino e le varie sette o forme superstiziose che pullulavano anche a quei tempi.
Spesse volte gli apostoli avevano a che fare con dei maghi. Curioso l’episodio del mago giudeo Bar-Iesus, detto anche Elimas, al seguito del proconsole Sergio Paolo. Il proconsole vuole conoscere l’apostolo Paolo, ma il mago fa di tutto per impedirlo. Allora Paolo lo smaschera di fronte a tutti, chiamandolo: «Uomo pieno di ogni frode e di ogni malizia, figlio del diavolo, nemico di ogni giustizia… » (At 13,10). Poi scaglia contro di lui le parole del castigo di Dio, predicendogli una cecità temporanea.
Oggi, dopo duemila e più anni di Cristianesimo, esistono ancora forme di superstizione? Cosa pensiamo di quei maghi che spuntano ovunque? Dei cartomanti? Degli indovini?
Torniamo al racconto. Paolo e Sila vengono catturati, poi denudati, percossi e rinchiusi in carcere. Per evitare che fuggano, sono gettati nella cella più interna, con i piedi serrati nei ceppi. Ciò che segue lo sappiamo dal racconto di oggi. Il carceriere e i suoi familiari vengono battezzati.
Altra conferma di quanto dicevo all’inizio. Gli apostoli erano più pericolosi, quando si pensava che fossero innocui perché incatenati o chiusi in un carcere.
Paolo, mentre era prigioniero a Roma in attesa della condanna – siamo negli ultimi anni della sua vita: 65/67 d.C. – scrive tre lettere (chiamate pastorali perché indirizzate a responsabili di comunità cristiane e anche perché richiamano i doveri del ministero pastorale), una a Tito e due a Timoteo (Tito era a capo della Comunità di Creta, mentre Timoteo era a capo di Efeso). Nella seconda Lettera a Timoteo, scrive: « […] io soffro fino a portare le catene come un malfattore. Ma la parola di Dio non è incatenata». Come dire: metteteci pure in prigione, ma nessuno potrà impedire che la parola di Dio si diffonda, libera come il vento. Anzi, come dice l’autore del Salmo 147, versetto 15: «La sua parola corre veloce». Ma a metterle i freni, siamo soprattutto noi cattolici, che temiamo che questa parola possa sfuggirci di mano.
Una brevissima riflessione sul secondo brano della Messa. C’è una frase molto controversa, che, secondo gli studiosi, è stata tradotta male. È all’inizio del brano, che fa parte della Lettera scritta da San Paolo ai cristiani di Colosse, città dell’Asia Minore, non molto lontana da Efeso. La frase è stata intesa come se ai patimenti di Cristo mancasse qualcosa: la passione di Cristo sarebbe incompleta e insufficiente, perciò avrebbe bisogno delle sofferenze di Paolo (e dunque dei credenti) per essere condotta a pienezza, e dunque le sofferenze dei credenti avrebbero un valore redentivo. Dal punto di vista teologico ciò sarebbe inaccettabile. A pensarci bene, sarebbe anche aberrante, nel senso che Gesù Cristo si sarebbe risparmiato nel soffrire, lasciando una parte a ciascuno di noi. Invece, secondo gli studiosi, ciò che manca non è tanto la sofferenza in sé, ma la nostra partecipazione di credenti alle sofferenze di Cristo. E non si tratterebbe neppure di sofferenze fisiche, emotive o morali, ma di ciò che sta dietro, ovvero dell’amore che dà valore alle sofferenze. Già l’ho detto parlando della passione di Cristo: non è tanto la quantità della sofferenza fisica di Cristo che dobbiamo sottolineare, ma la causa nobile che sta dietro: l’amore immenso per l’umanità.
Quindi, attenzione! Non dobbiamo dire: tanto più soffro fisicamente, tanto più sono vicino a Cristo. O peggio: tanto più metto gli altri nella condizione di soffrire, tanto più li aiuto a santificarsi.
Pensate a certi sistemi di educazione, di formazione ascetica dei conventi, ecc. Queste sì che sono cose aberranti! Attenzione anche alle mortificazioni corporali. Casomai, mortifichiamo il corpo togliendogli gli eccessi. La vera mortificazione deve riguardare il superfluo, ciò che danneggia il nostro essere. Dio non è un sadico: non vuole che noi soffriamo. Quindi, attenzione: chi cerca la sofferenza o fa soffrire il corpo, proprio o altrui, per amore di Dio, in realtà non è un vero cristiano. Il Cristianesimo è rivalutazione di tutto ciò che è Umano. Pensate a ciò che è successo nella storia millenaria della Chiesa. Anche andare contro il progresso, quello umano, è anticristiano.
C’è di più. Qualche studioso fa notare che la parola “tribolazione” usata da San Paolo è un termine tecnico per indicare la fatica dell’azione apostolica e missionaria, e l’espressione “di Cristo” non è complemento di specificazione, ma significa “per causa” e “in nome” di Cristo. Ciò che manca alle tribolazioni di Cristo, dunque, non ha nulla a che vedere con il sacrificio della croce, ma è correlato all’attività evangelizzatrice.
Non voglio neanche minimamente accennare al campo pastorale della Chiesa. Solo una domanda: qual è lo spirito del nostro darci da fare nel campo ecclesiale? Lo spirito lo si nota dallo stile pastorale. E lo stile riflette l’idea che abbiamo di Dio e dell’essere umano.

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