Omelie 2019 di don Giorgio: QUINTA DI PASQUA

19 maggio 20129: QUINTA DI PASQUA
At 4,32-37; 1Cor 12,31-13,8a; Gv 134,31b-35
Quando si parla di una esperienza comunitaria, fondata sul principio secondo cui ogni bene materiale è in vista del bene comune, rinunciando ad ogni diritto di carattere privatistico, per cui nulla è mio o tuo o nostro, ma di quel bene che ci accomuna come fratelli della stessa famiglia umana, si pensa al primo brano della Messa di oggi che, secondo alcuni, forse in modo azzardato, anticiperebbe di quasi 19 secoli quel fenomeno socio-politico che popolarmente è noto come “comunismo”.
Si dice che, durante il drammatico incontro, nell’arcivescovado di Milano, tra Benito Mussolini e il cardinal Ildefonso Schuster (25 aprile 1945), al Duce che vantava i suoi principi socialisti, il cardinale, rifacendosi al brano di oggi, rispose: “Siamo stati noi cristiani i primi socialisti”.
Già dire socialismo allarga la visuale del comunismo come partito che, come tutti sanno, è la traduzione nel campo politico della ideologia marxista, che è un pensiero filosofico che riguarda una rivoluzionaria concezione dell’uomo e della storia.
Dire socialismo fa meno paura che dire comunismo, perché il comunismo rimanda ai regimi dittatoriali e criminali dell’Unione Sovietica e dei suoi satelliti.
La Chiesa cattolica ha condannato il marxismo nella sua ideologia atea e materialista, e ha scomunicato (1949) gli iscritti al Partito comunista e tutti coloro che, in qualsiasi modo, lo appoggiavano.
Si sa che la Chiesa nel medioevo condannava l’eresia, condannando a morte gli eretici o scomunicandoli, illudendosi che, con la morte di tutti gli eretici, si riuscisse a sradicare un  pensiero filosofico o mistico. È vero che, condannando al rogo gli eretici, bruciava anche i loro scritti, ma “bruciate pure tutti i loro libri”, il pensiero rimarrà intatto, se non più vivo, nei secoli futuri. È quanto è successo alla mistica beghina medievale Margherita Porete, la cui opera, “Lo specchio delle anime semplici”, bruciata o fatta sparire, è stata riportata alla luce dalla studiosa italiana Romana Guanieri, nel 1944. E oggi viene letta in tutto il mondo, con l’approvazione della Chiesa, che prima uccide i profeti e poi li canonizza, citando i loro scritti anche nei documenti pontifici. È successo anche per il mondo della Mistica, condannata definitivamente alla fine del ‘600. Ma i libri sono tuttora vivi, e si assiste ad un provvidenziale risveglio.
Il comunismo, più che il marxismo, ha tolto il sonno alla Chiesa, avendo coinvolto nella sua adesione milioni e milioni di operai, a differenza del mondo della Mistica, per lo più privilegio di alcune menti elette. Oggi il comunismo reale sembra del tutto scomparso, mentre il pensiero filosofico di Carlo Marx è ancora tutto da scoprire nella sua perenne attualità. Ma la Mistica, prepotentemente scomunicata e anche violentemente repressa, sta tornando alla grande, se non altro come interesse, anche se l’uomo d’oggi è sempre alienato e carnale. Ma credo che basterebbe un solo Mistico per purificare la Chiesa istituzionale. Ma la Chiesa si convertirà quando scoprirà il segreto di quell’essere umano, di cui tuttora nessuno parla, e tanto meno la Chiesa, secondo il principio che con il silenzio e l’oblio si ottiene di più che con mille scomuniche (ogni scomunica suscita un vespaio, e perciò risolleva il problema).
Il Manifesto del Partito comunista, scritto a Londra nel febbraio del 1848, inizia con queste parole: «Uno spettro s’aggira in Europa: lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono alleate, per cacciarlo, in una santa crociata: il papa e lo Zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi». E termina con il proclama:  «Proletari di tutto il mondo unitevi!».
Lo spettro mise in ginocchio non solo l’Europa socio-politica, per più di un secolo, ma anche la stessa Chiesa istituzionale, la quale, invece che fare un serio esame di coscienza, pensò bene di lanciare scriteriate scomuniche, che ebbero gravi ripercussioni sui poveri cristi, ovvero sugli operai, i quali se ne fregavano del pensiero filosofico di Carlo Marx, del suo ateismo e della sua visione materialistica della storia e dell’uomo. Gli operai erano solo anti-clericali, perché contestavano non un dogma religioso, ma la Chiesa istituzionale per averli abbandonati, senza essere difesi nei loro diritti umani. Distinguiamo: gli operai non erano marxisti, ma anti-clericali. E allora perché scomunicarli come se fossero atei, sostenitori di una visione materialistica dell’uomo e della storia? Questo gravissimo abbaglio la Chiesa lo pagherà caramente!
Parlando di ateismo, sapete che i Mistici si definivano atei? La parola ateo è composta di due termini: a- (privativo, ovvero senza) e dio: dunque, senza dio. Ecco la domanda: senza quale dio? I Mistici erano atei, perché rifiutavano il dio della religione, avendo scoperto il Divino presente nell’essere umano. Famose le parole di Meister Eckhart: “Prego Dio perché mi liberi da dio!”.
Sì, gli operai contestavano alla Chiesa di averli traditi, e la Chiesa rispose privandoli dei sacramenti. Sarebbe interessante parlare anche della esperienza dei preti operai. Si poteva per lo meno chiudere un occhio. No! La Chiesa che cosa ha fatto? Li ha condannati senza pietà, trattandoli come lebbrosi. Se non altro, doveva rispettarli!
Un’ultima osservazione. Oggi il mondo operaio, in genere, mi fa pena, mi fa rabbia, mi mette a disagio. È venuta meno la solidarietà, lo spirito di corpo: ognuno per sé. Tutto è iniziato con il crollo del comunismo, sgretolato anche dal benessere economico, e con l’avvento del berlusconismo che ha contaminato la mente degli operai, ed ora l’ideologia leghista ha completato l’opera con la distruzione della coscienza anche degli operai.
Interpretazione di Carlo Maria Martini
Il primo brano di oggi va interpretato evitando di cadere nell’estremismo di chi pensa che i primi cristiani rinunciassero alla proprietà privata, mettendo insieme tutti i loro beni. Anche qui ci aiuta il cardinal Martini, il quale ci spiega che non si trattava di una rinuncia radicale alla proprietà, ma della “disponibilità” a mettere i propri beni al servizio degli altri, per venire incontro alle necessità dei bisognosi, quando la situazione lo richiedeva.
Proviamo a riflettere. Qui c’è qualcosa di ben più impegnativo che non fare una scelta radicale di rinuncia che vale per tutta la vita. Uno che ha rinunciato a tutti i beni non ci pensa più, ma si sente quasi in uno stato perenne di inutilità. Se invece posseggo dei beni, sono continuamente provocato dalle esigenze, mettendomi disponibile ad aiutare quando uno ha bisogno. Essere disponibili ad ogni emergenza umanitaria, a partire dal piccolo gesto, aiutando i più bisognosi: non dovrebbe essere questa la carità del cristiano di oggi?

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