Omelie 2015 di don Giorgio: Ottava dopo Pentecoste

19 luglio 2015: Ottava dopo la Pentecoste
Gdc 2,6-17; 1Ts 2,1-2.4-12; Mc 10,35-45
L’idolatria: il più grave peccato davanti a Dio
Il primo brano della Messa è tolto dal libro che prende il nome dai Giudici, uomini scelti da Dio per guidare il popolo d’Israele nel difficile periodo che segue la morte di Giosuè (dal 1225 al 1030 circa a.C.). Non dimentichiamo che Mosè e Giosuè furono i due grandi personaggi che seppero, pur tra mille difficoltà, tenere uniti gli ebrei, dopo la liberazione dalla schiavitù egiziana. Dopo di loro, le varie tribù divise cercarono di conquistarsi un proprio spazio territoriale, sconfiggendo le popolazioni locali.
I Giudici (il cui termine ebraico non corrisponde alla nostra concezione del sostantivo) erano personaggi scelti da Dio e dotati di un particolare carisma, con il compito di liberare dall’oppressione nemica non tanto l’intero popolo, ma solo una o alcune tribù. In tempo di pace, tuttavia, alcuni Giudici esercitavano la giustizia ordinaria, stabilendo il diritto e governando con autorità. Interessante questo aspetto: chi stabiliva la giustizia, aveva in mano anche il potere diciamo politico. Quindi, il ministero dei giudici era limitato nel tempo (altro aspetto interessante), con un compito specifico e a favore solo di alcune tribù.
Nel brano di oggi troviamo già chiaro uno schema religioso scandito in quattro tempi: peccato, punizione, pentimento, liberazione. Queste quattro fasi le troviamo ripetersi nei quadri storici che raccontano le vicende dei dodici Giudici. Il ciclo religioso delinea il peccato d’Israele nel suo aspetto più caratteristico: è descritto con due termini biblici molto efficaci: prostituzione e adulterio. Il brano di oggi termina con queste parole: «Ma neppure ai loro giudici davano ascolto, anzi si prostituivano ad altri dèi e si prostravano davanti a loro».
Dunque, ecco il ciclo: se una tribù peccava, perché tradiva l’alleanza di Dio (ecco l’adulterio), il Signore la puniva, con l’oppressione di una popolazione locale, però il castigo era come una “punizione medicinale”, orientato alla conversione. Per mezzo del giudice, poi, Dio mostrava la sua misericordia salvifica. Alla morte del giudice, però, chiudendosi il ciclo, il popolo tornava a corrompersi. E il ciclo si apriva di nuovo.
Vorrei fare alcune riflessioni. La storia, comunque la leggiamo, sia da un punto di vista religioso o da un punto di vista strettamente laico, è un continuo alternarsi di un ciclo che comprende le quattro fasi: peccato, punizione, pentimento, liberazione. Diamo pure al termine “peccato” un senso più vasto, ma la realtà non cambia. La Bibbia dà sempre al peccato un significato strettamente religioso, ma è evidente che si tratta in ogni caso di qualcosa che ci tocca come esseri umani. La distruzione dell’ambiente non è forse una mancanza grave, indipendentemente dalla nostra visuale religiosa? È evidente che per un credente ci dovrebbe essere un maggior rispetto del creato, se è vero che la parola “creato” richiama il Creatore. Ma non sempre è stato così.
Ultimamente, la Chiesa si è come svegliata da un coma durato millenni. E non mi pare che, nemmeno nell’ultima enciclica del Papa, “Laudato si’”, ci sia un riconoscimento di quanto rispetto, invece, è stato presente da millenni nelle filosofie e nelle spiritualità orientali. Nemmeno un accenno!
Che cos’è, dunque, il peccato? La Chiesa ci dice ancora che il peccato è la violazione di una legge di Dio che, guarda caso, corrisponde sempre ad una norma ecclesiastica. La legge di Dio è quella scritta nell’essere profondo di ciascuno di noi. Non è tanto la legge scritta che va rispettata, ma quella che è conforme alla legge interiore.
Un’altra osservazione. Nella Bibbia i termini “prostituzione” e “adulterio” inizialmente avevano un significato prettamente religioso. Successivamente, sono passati a indicare comportamenti morali riguardanti il nono comandamento: non desiderare la donna d’altri.
Il vero peccato per un ebreo era il tradimento dell’Alleanza, in altre parole: era l’idolatria, ovvero correre dietro a divinità straniere pensando di avere più protettori comodi in cielo. Il Dio d’Israele era troppo esigente, non permetteva scappatoie. Ma le divinità straniere erano una falsificazione, erano solo immagini, idoli appunto, che non rappresentavano la purezza del vero Dio. Immagini e idoli che, in fondo, non erano altro che una apparente sublimazione delle passioni umane, talora dei desideri e delle voglie peggiori.
L’idolatria, presso ogni religione, consiste nel deformare la vera immagine di Dio. D’altronde, Dio è un Ente del tutto spirituale, è l’Essere infinito, è puro Spirito, perciò ogni tentativo di definirlo, di classificarlo, di darne una qualsiasi forma, di attribuirgli dei nomi, è tradire la purezza di Dio. Il Dio che noi crediamo è un idolo, nient’altro che un idolo costruito e ricostruito man mano da una Chiesa che, con i suoi dogmi, con la sua morale, è riuscita a portarci ben lontano dall’Essere incontaminato.
Un Vangelo annunciato senza menzogna
San Paolo, e non è la prima volta, nella sua prima lettera ai cristiani di Tessalonica fa una specie di auto-elogio per il suo indefesso impegno, tra difficoltà, fatiche, sacrifici e incomprensioni, con l’unico scopo di proclamare la purezza del Vangelo.
Sappiamo, in realtà, quanto sia stato difficile per la Chiesa mantenere fede al vero Vangelo di Cristo. Sappiamo quanto sia stato invece facile compromettersi, allearsi con i potenti, farsi prendere dalla tentazione del consenso.
C’è un versetto (non capisco perché la Liturgia l’abbia tolto dal brano della Messa), dove San Paolo scrive: «il nostro invito alla fede non nasce da menzogna, né da disoneste intenzioni e neppure da inganno”. Menzogna, intenzioni disoneste e inganno sono parole che non dovrebbero far parte del vocabolario di un cristiano. Eppure, sono gli strumenti più efficaci del maligno, che, più che nel male sfacciato, è presente nel bene adulterato. L’ha detto Gesù: il demonio ci inganna con i miracoli più strepitosi, con rivelazioni di qualcosa di eccezionale, con il consenso generale per una Chiesa che mostra un volto apparentemente misericordioso e comprensivo.
Il Vangelo di Cristo va predicato in tutta la sua autenticità, senza menzogna, senza inganno, senza tanti sorrisi, a destra e a sinistra.
Il vero servire è l’anti-potere
Il brano del Vangelo presenta un episodio curioso. I due fratelli, Giacomo e Giovanni, chiedono al Maestro di poter stare accanto a lui, nel nuovo regno. Gesù, pur rispondendo in un modo enigmatico, fa capire che ciò non sarà possibile, su richiesta dei singoli. Il criterio di Dio è del tutto diverso dal criterio umano.
Succede che gli altri dieci apostoli se la prendono con i due fratelli, e ne nasce una vivace discussione. Gesù approfitta per insegnare ai futuri responsabili della Chiesa la vera legge che dovrà essere il cuore di chi vorrà seguirlo: la legge del servizio, per farsi ultimi con gli ultimi. E Gesù così la riassume: non farsi servire, ma servire.
In teoria, tante belle cose si sono dette su queste parole, tanti libri e documenti anche degni di attenzione sono stati scritti. In pratica, sappiamo quanto sia difficile incarnare nel pensiero e nella vita la legge evangelica del servire.
Ho detto, anzitutto “nel pensiero”: sì, il comportamento dipende dal pensare. E il pensare attinge all’essere. La malattia del mondo moderno, così sopraffatto dal pragmatismo, è il divario tra il pensare e l’agire. Potremmo dire che è l’agire a condizionare il pensiero.
E ho detto “legge evangelica”: lo stesso Gesù ha fatto l’esempio del potere politico, rimarcandone il primato del comando, del dominio, del rendere schiavi i sudditi. Eppure, anche chi ha una responsabilità politica o amministrativa non dovrebbe sentirsi esente dalla legge del servizio. Oggi diciamo: servitori del Bene comune, oppure: al servizio dei cittadini. Già la parola “ministro” significa farsi “meno”, mettersi sull’ultimo gradino.
Ma per un credente non ci sono alibi, non ci sono giustificazioni, non ci sono scuse. La Chiesa è ministra di Cristo, e non di se stessa. Già la parola “gerarchia” quanto è contraddittoria: indica un rapporto di supremazia e di subordinazione di tipo piramidale: io comando e tu obbedisci. Già i titoli che ci sono nella Chiesa fanno capire quanto siamo distanti dalle parole di Cristo.
Cristo ha detto una cosa molto chiara: chi ha responsabilità deve servire di più. Già la parola “potere” è l’esatto opposto della parola “servizio”.

 

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