Recuperare la dimensione divina

L’EDITORIALE
di don Giorgio

Recuperare la dimensione divina

Concludiamo con questo articolo la presentazione dei “sutra” (“insegnamenti sapienziali”) che esemplificano il progetto meta-politico di Raimon Panikkar.
Dopo di aver presentato: 1. “Demonetizzare la cultura”; 2. “Superare la democrazia con una nuova cosmologia”; 3. “Demolire la Torre di Babele”; 4. “Ricondurre la scienza entro i propri limiti”; 5. “Sostituire la tecnocrazia con l’arte”; 6. “Recuperare l’animismo”; 7. “Fare pace con la Terra”. Vediamo con questo ultimo articolo gli ultimi due “sutra”.
Anche qui troviamo un dialogo immaginario tra il maestro Panikkar e un giovane studente (vedere libro “Raimon Panikkar: profeta del dopodomani”, di Raffaele Luise).

8. Recuperare la dimensione divina

Commenta Raimon Panikkar:
«Occorre andare oltre tutti i teismi, compreso l’ateismo, che ne è una forma alternativa sebbene negativa. Il politeismo, come pure il monoteismo e il deismo, appartengono già a una cosmologia in decadenza. Le vecchie controversie su ragione e fede, credenti e non credenti cominciano a sapere di stantio. Il Mistero divino non si lascia incasellare in categorie filosofiche esatte. La pura trascendenza è una contraddizione in termini. La mera immanenza diventa superflua, dal momento che farebbe del divino un doppione del mondo. Il divino è più che immanenza o trascendenza, implica l’accettazione di “qualcosa” di irriducibile e pur tuttavia relazionato a noi, che è “al di sopra” di tutte le nostre facoltà e che al tempo stesso tutte le “pervade”. La dimensione divina è la “terza” dimensione della totalità trinitaria, irriducibile ma non indipendente dalle altre due, per cui non è un “oggetto” dei sensi o dell’intelletto, ma neppure ha senso senza di essi. Vi è una dimensione di libertà e di infinità che permea tanto la materia che lo spirito, tanto i sensi che l’intelletto. I greci la chiamarono “mystika”, lo “spazio” in cui pensiamo e viviamo».

9. Lo strumento politico per la pace e il dialogo

«La pace è il frutto dell’armonia metapolitico-religiosa, che implica la rinuncia a ogni sovranità, tanto politica che confessionale. E nell’armonia non c’’è un filo conduttore, un monarca, un monoteismo, un capo, un principio supremo. Nemmeno un principio politico supremo, perché ogni politica è circoscritta a un ambiente e non ha criteri universali. La pace richiede, insomma, il riconoscimento del pluralismo, che è costitutivo della realtà nella polarità io-tu. Ecco perché lo strumento politico per la pace è il dialogo dialogale, anch’esso inscritto nella realtà. Non possiamo però dimenticare che c’è una difficoltà enorme che si frappone alla dimensione dialogica della politica. Potremmo formularla brutalmente cos^: bisogna essere tolleranti con l’intollerante, e aprire il dialogo con i fondamentalisti di tutti i tipi. Senza dimenticare che il fondamentalismo si annida in tutti noi».
«Ma aprire il dialogo con chi si chiude al dialogo è un’impresa quasi disperata, maestro».
«È certamente molto più difficile, ma la strada è obbligata, perché se io, contro tutte le leggi dialettiche, non lascio una porta aperta al fanatico, al fondamentalista, all’integralista, all’estremista, allora non soltanto egli ha chiuso, ma anche io ho accettato la chiusura. E quindi ho pensato che lui sia il padrone del rapporto. Ma se il rapporto è veramente tale, non cessa nemmeno se uno dei due chiude. Soltanto il potente può dire: se non vuole parlare con me, che se ne vada. Se privo la politica della mia umanità, di questa credenza che, malgrado tutto, l’altro è degno almeno di interesse, e forse d’amore, e che è portatore di un aspetto di realtà che a me sembra molto negativo ma che pure esiste e che devo accettare, allora non c’è soluzione, e il dialogo si riduce a una caricatura. Ma anche se difficilissimo io credo, per esperienza personale, che il dialogo con il fondamentalista sia possibile, a condizione però di saper attingere alla sfera del mythos e di far “parlare” i rispettivi mondi simbolici».

Riflessione personale

Raimon Panikkar ha un suo modo di esprimersi che non è semplice e talora ci mette in difficoltà, ma è questione di terminologia. Egli usa un linguaggio comunicativo che sul momento ci lascia un po’ perplessi, poi, al di là del linguaggio, la sostanza non cambia dal pensiero talora filosofico talora teologico talora mistico. Ci verrebbe la tentazione di dire: che cosa di nuovo Panikkar ha detto al di là di un linguaggio talora apparentemente nuovo?
Per quanto egli dice a proposito del “dialogo dialogante” (anche quest’espressione è tipica di Panikkar, che mi sembra felice), certamente colpisce quando parla del “dovere” di dialogare con tutti, anche con i fondamentalisti, gli integralisti, i fanatici: lasciare sempre una porta aperta. Io, ad esempio, farei fatica, e non penserei neppure di tentare un dialogo. Partirei dal pregiudizio che sarebbe del tutto inutile e impossibile. Panikkar al contrario dice che il dialogo è possibile, che è necessario se vogliamo la pace. Dovrei a lungo meditare sulle parole: «Se privo la politica della mia umanità, di questa credenza che, malgrado tutto, l’altro è degno almeno di interesse, e forse d’amore, e che è portatore di un aspetto di realtà che a me sembra molto negativo ma che pure esiste e che devo accettare, allora non c’è soluzione, e il dialogo si riduce a una caricatura».
(6/Fine)
19 ottobre 2019
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