Omelie 2017 di don Giorgio: SECONDA DI AVVENTO

19 novembre 2017: SECONDA DI AVVENTO
Is 51,7-12a; Rm 15,15-21; Mt 3,1-12
Premetto che commenterò solo le parole di Giovanni il Battista: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”-
“… dicendo: Convertitevi…”
Ecco in un parola la predicazione di Giovanni: “Convertitevi”. Un solo ordine, un solo verbo. Ma che significa quel “convertitevi”?
Parlare di conversione prima di spiegare l’etimologia della parola sarebbe come dire tutto e il contrario di tutto.
La parola “conversione”, che deriva dal latino “conversio”, significa “volgersi verso qualcuno o verso qualche cosa”, “cambiare direzione” o “cambiare strada”. Dunque, suggerisce l’immagine di una persona che, accorgendosi di camminare su una strada sbagliata, decide di tornare sui suoi passi e di incamminarsi in una direzione diversa.
Sarà capitato a tutti di sbagliare strada e, accortosi dello sbaglio, di fermarsi e di tornare indietro, per prendere quella giusta. Frequentemente capita anche a me, soprattutto quando percorro qualche sentiero sconosciuto e, davanti a un bivio, non so dove andare. Magari prendo la direzione sbagliata, e poi sono costretto a tornare indietro.
Anche nell’Antico Testamento il concetto di conversione è direttamente collegato ad alcuni termini ebraici che indicano “volgersi, tornare, ritornare”. Ma è nel Nuovo Testamento che troviamo due termini greci importanti. Dico termini greci perché, come tutti sapete, il testo dei vangeli che ci è giunto è quello greco. Non conosciamo il testo originario scritto in ebraico. Perciò dobbiamo confrontarci con parole greche.
Metànoia
I due termini greci che indicano la conversione sono: “epistrophé” che significa “rivolgersi”, e “metànoia”, che indica “cambiare mentalità” (da “meta”, al di là, oltre, e “noèo”, intendo, penso). Giovanni Battista ha detto, secondo il testo greco (è chiaro che parlava aramaico, la stessa lingua di Gesù Cristo): “Metanoèite”, ovvero: “Cambiate mentalità, il modo di pensare”, e perciò il vostro modo di comportarvi, di agire.
Anche Gesù Cristo inizierà il suo ministero pubblico, con questo caloroso e pressante invito. Lo scrive Marco all’inizio del suo vangelo: «Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1,14).
Anche gli apostoli, dopo la risurrezione del loro Maestro, invitano alla conversione. Pietro, il giorno di Pentecoste, dopo un discorso appassionato e pieno dello Spirito santo, agli ascoltatori di Gerusalemme che si sentono trafiggere il cuore e che gli pongono la domanda: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?», risponde: «Convertitevi (“metanoèsate)…». Il verbo è lo stesso: cambiate, dunque, mentalità!.
Pensate già al significato profondo della parola “metànoia”, che traduciamo per conversione. Non si tratta solo di cambiare strada: anche nel caso che si cambi strada, si potrebbe sempre prendere un’altra sbagliata. Occorre, anzitutto, cambiare il nostro modo di pensare. E qui le cose si complicano o, meglio, la conversione si fa difficile.
Uno può anche accettare di cambiare qualche opinione, ma per cambiare la mente ci vuole coraggio. Eppure, è proprio dalla mente che inizia la conversione radicale.
Per una conversione radicale
Che cosa s’intende per conversione radicale?
Stando al Vangelo, troviamo frequentemente l’invito alla conversione, ma come rinuncia: una scelta radicale che implica rinunciare a se stessi, “abnegare seipsum”, perdere la propria anima (cfr. Lc 9,23), odiarla (cfr. Gv 12,25), “morire” per poter rinascere (cfr. Gv 3,3-8) e portare frutto (cfr. Gv 12,24).
E qui entrano in scena i grandi Mistici. Nella Mistica, conversione non ha il significato di passaggio da una religione a un’altra o dall’ateismo alla “fede”, ma è intesa nel senso originario di un radicale mutamento di direzione, di prospettiva: uno “sguardo nuovo”, come dice Simone Weil o, più ancora, come un “nuovo essere”.
In uno dei suoi famosi Sermoni latini Meister Eckhart, il più grande mistico medievale, commenta la frase del Vangelo di Giovanni (12,25): “Qui odit animam suam”, dove, naturalmente, per anima da odiare non intende il fondo dell’anima, ovvero l’anima nella sua semplicità, purezza e nudità, ma da odiare, da cui distaccarsi radicalmente, è la “propria” anima, oggi diremmo quella psichica, prigioniera del corpo.
Tra l’altro Eckhart dice: «Ciò che, nell’anima, è in questo mondo, o rivolto a questo mondo, o ciò che di essa è in contatto e rivolto all’esterno, essa deve odiarlo. (da I Sermoni, n. 17, Paoline, Milano, 2002, p. 201)
Mito della Caverna di Platone
Non posso concludere senza dire che anche Platone, nei suoi Dialoghi, usa un termine greco, “periagoghé”, che indica “girarsi, voltarsi, cambiare direzione”.
E dobbiamo dire la verità: l’origine classica di conversione è già nel celebre “Mito della Caverna”, narrato da Platone nel libro settimo della Repubblica. In sintesi.
Nel mito della caverna la condizione umana è paragonata a quella di prigionieri in una caverna, legati, col viso rivolto al fondo della spelonca stessa, dove sono in grado di vedere solo ombre degli oggetti esterni, riflesse da un fuoco alle loro spalle. Tali dalla nascita, ritengono che quelle parvenze siano la realtà. Se uno di essi viene slegato e condotto “a forza” verso l’uscita, in salita, dopo che gli occhi si sono abituati alla luce riuscirà a vedere la realtà come essa è davvero e a guardare infine il sole, che è ciò che rende tutto visibile. Solo allora capirà di quali illusioni era stato vittima nella caverna e soffrirebbe qualsiasi cosa pur di non vivere più in quel modo, anche se, d’altra parte, tornando là dentro, con gli occhi abituati alla luce e non più al buio, ci vedrebbe di meno dei compagni, suscitando il loro scherno, addirittura il loro odio, qualora tentasse di condurli fuori.
Che dire? È un mito, ma che contiene una verità sacrosanta. Conversione, allora, significa uscire dalla caverna, dove la mente è prigioniera. Ma c’è un’altra caverna, quella del cuore, dove c’è il sole che illumina la nostra mente.

 

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