Covid, Umberto Galimberti: «Spaesati tra smartworking e abitudini perse»

da Il Corriere della Sera
L’INTERVISTA

Covid,

Umberto Galimberti:

«Spaesati tra smartworking e abitudini perse»

Il filosofo: «L’umanità è più fragile rispetto a quella uscita dalla Seconda guerra mondiale. Abbiamo una società debole, non abituata alla fatica, alla solidarietà»
di Walter Veltroni
Il professor Umberto Galimberti, acuto filosofo e analista del pensiero umano, ha recentemente pubblicato Heidegger e il nuovo inizio. Il pensiero al tramonto dell’Occidente. A lui chiediamo di ipotizzare ciò che sta accadendo, nel profondo delle coscienze, nel terremoto prodotto da questi mesi angosciosi.
«Nella prima parte, con il lockdown di marzo, quella che si era verificata era una sorta di angoscia. Che non è la paura, perché la paura è un ottimo meccanismo di difesa. Vedo un incendio, scappo. Ha come oggetto qualcosa di determinato.
Mentre l’angoscia non ha qualcosa di nitido davanti a sé. È quello che provano i bambini quando si spegne la luce nella loro stanzetta e loro non sono ancora addormentati. La sensazione spiacevole di non avere più punti di riferimento. Sia Heidegger, sia Freud che neanche si conoscevano, o quantomeno non si erano reciprocamente letti, definiscono l’angoscia il nulla a cui agganciarsi. Durante la prima crisi l’angoscia per la minaccia costituita dal rischio del contagio — chiunque poteva infettare chiunque — ha generato angoscia e consentito, per reazione, una disciplina generalizzata. Oggi invece, dopo il rilassamento estivo, la stanchezza di essere confinati e una imprevedibile sorta di superficialità nel considerare il pericolo ci hanno fatto ripiombare nell’incubo. E la condizione allora è quella di spaesamento, non più di angoscia. Cosa dobbiamo fare, come ci dobbiamo comportare… Sabbie mobili. È un sentimento che oscilla tra il ribellismo, la rassegnazione e la disperazione non solo dei parenti di coloro che muoiono, ma anche di quelli che perdono il lavoro o chiudono il negozio o l’impresa. Ci si muove in un clima di assoluto spaesamento. Non abbiamo più il paesaggio in cui abitare la nostra vita quotidiana con una certa quiete. Abbiamo perduto la normalità del nostro vivere».
Che cosa può produrre questo spaesamento?
«Questo spaesamento finisce per invocare in qualche maniera una forte richiesta di decisionismo. E questa non è la cosa più bella in ambito democratico perché dal desiderio di decisionismo alla clonazione dell’uomo forte il passo è molto breve. Quello che si vuole è che qualcuno riesca a delimitare i confini, per costruire un paesaggio dove si possa vivere con una certa previsionalità ed una certa quiete. E lo spaesamento è una condizione psicologica abbastanza pericolosa. C’è chi invoca il dittatore illuminato, per esempio. Ma non siamo all’epoca di Federico II. E poi dov’è il dittatore illuminato? Questo sentimento attraversa anche parte della sinistra, cioè persone che non sono populiste, ma che non possono sopportare lo stato di incertezza determinato dallo spaesamento».
Il distanziamento sociale è sopportabile come condizione esistenziale?
«Io lo chiamerei distanziamento virale più che sociale, perché se cominciamo a mettere in gioco la società di relazione finisce che ci abituiamo a considerare la società come un’appendice dell’individuo. Questo è tipico della cultura cristiana, lo devo dire con chiarezza. I Greci per esempio: Aristotele diceva “Se uno entra in una comunità e pensa di poter fare a meno degli altri o è bestia o è Dio”. E di Dio dice “Forse Dio non è felice perché è monakos”. Perché è solo. Invece il cristiano ha messo in circolazione il concetto di individuo. “L’anima la si salva a livello individuale”. Ad un certo punto la società è stata percepita semplicemente come qualcosa che non deve costruire il bene comune ma, lo dice sant’Agostino, è incaricata di togliere gli impedimenti che si frappongono alla salvezza dell’anima. Quindi un lavoro solamente negativo. Nel Contratto sociale Rousseau dice che il cristiano non è un buon cittadino, lo può essere di fatto ma non di principio, perché il suo scopo è la salvezza dell’anima. Ora questa cultura dell’individuo, che non era greca ma propriamente cristiana, ha fatto sì che oggi ci si lamenti dell’individualismo, dell’egoismo, del narcisismo. In sostanza del fatto che ciascuno pensi solo a se stesso. Per duemila anni l’Italia è stata governata da una popolazione straniera. Per questo si è introiettato e diffuso il concetto che lo Stato è il nemico, il nemico da contrastare, il nemico da far fuori. Questa cultura che permane anche dopo centocinquanta anni di unità d’Italia ha generato forme macroscopiche di individualismo. Questo spiega comportamenti non frequenti in altre democrazie: evadere le tasse, la corruzione, accedere al lavoro, dal più umile a quello più importante, attraverso le raccomandazioni. Tutto ci fa pensare che noi italiani non siamo ancora cittadini in relazione al nostro merito. Siamo ancora parenti, in funzione di una struttura sociale familistica. Da questo punto di vista la mafia è solamente la punta dell’iceberg di una cultura diffusa, nel senso che la dimensione della famiglia, quindi della conoscenza personale, della raccomandazione ha il vantaggio su tutto e su ciascuno. Non è un caso che un’infinità di giovani oggi vada all’estero per poter riuscire ad esprimere pienamente ciò per cui hanno studiato e si sono impegnati».
Si stanno recidendo una serie di fili sociali fondamentali: una persona non va più in ufficio, chiude il suo negozio, non può vedere gli altri. Che effetto può avere questo sugli individui?
«Non penso sia catastrofico, la gente vive comunque nell’ipotesi che il contagio non sarà la forma eterna della nostra convivenza. Prima o poi se ne uscirà. Certo che questa sospensione ci mette in uno stato di stand by abbastanza disagevole e non solo perché le attività vengono interrotte. Infatti le attività non sono solo produzione, lavoro, profitto, cose tutte legittime. Ma sono anche “Cosa sto facendo nella mia vita in questa sospensione?”. In quello che prima chiamavamo spaesamento? Noi riusciamo a vivere molto spesso trascinati ma anche rassicurati nelle nostre abitudini quotidiane, e quando queste si interrompono cominciamo a chiederci chi siamo. Questa domanda sarebbe interessante se fosse davvero approfondita. Cosa siamo diventati? Siamo funzionari di apparati che quando si interrompe automaticamente perdono identità? E la nostra identità chi ce la dà? L’apparato? Conta di più il ruolo che noi abbiamo rispetto a chi siamo? Questi sono i sentimenti secondo me appena accennati nell’animo di ciascuno e poi rimossi, perché sono inquietanti. Sarebbe invece il caso che ciascuno, proprio in questa dimensione stagnante, cominciasse a pensare se la sua vita è stata quella che avrebbe voluto oppure se è delegata agli apparati che ti danno, oltre allo stipendio, anche l’identità e tutto il resto».
Lei non ha la sensazione che viviamo in un tempo in cui le tre dimensioni passato, presente, futuro si siano appiattite in una sola? Cioè si sia persa un po’ la tridimensionalità della vita?
«Anche qui la cultura cristiana ha stabilito che il passato è male, il peccato originale, il presente è redenzione e il futuro è salvezza. Questa cultura è diventata universale in Occidente soprattutto perché il cristianesimo ha immesso una sorta di indotto ottimismo nella nostra cultura. Senza nasconderci in maniera ipocrita dietro un dito va detto che l’Occidente ha fatto un grosso passo avanti, per se stesso, con questo ottimismo. Ha stabilito che il futuro è sempre positivo. Anche la scienza, che si tende a contrapporre alla religione, pensa che il passato sia male, ignoranza, il presente ricerca e il futuro progresso. Cristianesimo puro. Sotto questo profilo può essere considerato cristiano anche Marx: il passato è negativo, ingiustizia sociale, il presente è far esplodere le contraddizioni del capitalismo e il futuro è giustizia sulla terra. Anche Freud scrive un libro contro la religione: la nevrosi si colloca nel passato, il presente è terapia e il futuro è guarigione. Non è vero che il futuro è, per definizione, un tempo positivo. Il futuro è positivo se ci si attiva, non certamente per il fatto che sia futuro automaticamente è un rimedio ai mali del passato. Io sono d’accordo con Pasolini quando ha detto che aveva tolto la parola speranza dal suo vocabolario. Ogni volta che sento i politici che dicono “speriamo, auguriamoci, auspichiamo” penso che siano tutte parole della passività: stiamo fermi e aspettiamo e vediamo cosa succede. Non succede niente, se non ci diamo da fare. Questo i giovani lo hanno perfettamente capito, almeno la maggioranza. Non tutti. Esiste un piccolo settore di giovani che io chiamo i “nichilisti attivi”, che non nega di muoversi in un’epoca nichilista, non rinnega il nichilismo. Nichilismo vuol dire, secondo Nietzsche, che manca lo scopo, che il futuro non è più una promessa. Manca la risposta al perché dell’esistenza. Perché mi devo impegnare, perché mi devo dare da fare. Il futuro non è più una promessa. C’è un pezzo di mondo giovanile che vive in una sorta di rassegnazione: non c’è più niente da fare e quindi cosa faccio? Sono arrivato persino a pensare che l’alcool e la droga, a cui i giovani oggi si dedicano in particolare, non sia per loro solo un elemento di piacere, ma finisca con lo svolgere una funzione anestetica. Io non guardo avanti perché il futuro mi angoscia, non mi appare come una promessa ma come una minaccia. Quantomeno come imprevedibile e foriero di ansia. Perciò vivo l’assoluto presente».
È difficile, oggi, il mestiere di vivere, per i giovani…
«Oggi abbiamo un’umanità molto più debole, molto più fragile, molto più incerta rispetto a quella uscita dalla Seconda guerra mondiale. Ogni generazione che ha avuto a che fare con le guerre, poi si è data da fare per la ricostruzione della società e della propria vita. E in questo ha trovato il senso, individuale e collettivo del proprio cammino. Noi siamo da settanta anni in uno stato di pace beneficiati da una cultura consumistica che accontentava ogni nostro desiderio. Ma una società disattrezzata psicologicamente per affrontare le difficoltà. Una società debole, non abituata al sacrificio, alla fatica, all’impegno, alla solidarietà. E allora è più difficile sopportare le tragedie come può essere questa. Perché siamo meno forti, molto meno forti di prima».
Cos’è in una società il trauma di una guerra o quello, come in questo momento, di una guerra senza armi? È una linea di frattura?
«La differenza è abissale. La guerra voleva dire bombe, crollo di case, parenti al fronte. Ora la guerra non è più una guerra tra due eserciti, è una minaccia generalizzata su tutto il territorio e in tutti gli strati sociali. La guerra era una cosa molto più tragica, ovviamente, di quanto non sia il contagio e di quanto non sia persino una pandemia. Inoltre la guerra era animata dalla dimensione del nemico: un nemico che si conosce e in qualche modo è visibile. Ora invece c’è l’invisibilità del nemico, una cattiva percezione di chi è il nemico. E poi c’è questa dimensione negazionista che collabora alla non visualizzazione della minaccia. Un virus non si vede, quindi chiunque può dire quello che vuole e allora nascono quei retroscena paranoici con cui si dice che questa è stata tutta un’operazione politica mondiale per tutelare particolari interessi, peraltro come sempre sconosciuti e misteriosi. Questa negazione collabora alla mancata percezione del nemico e fa sì che i nostri comportamenti non siano rigorosi, responsabili. Sono imprecisi per la scarsa percezione di dove sia e chi sia, ciò che ci fa star male».
Questo pregiudizio crescente nei confronti della scienza dove nasce?
«Dall’ignoranza di coloro che la criticano. Quello che dobbiamo riuscire a capire è che la scienza non dice la verità, dice cose esatte. La parola esatto viene dal latino ex-actu che significa ottenuto da le premesse da cui si parte. Essere “esatti” è un obiettivo che si raggiunge secondo una logica processuale, sperimentale. Ora cosa succede? Ogni volta sento parlar male degli scienziati che si contraddicono tra di loro, lamentarsi che ognuno dica una cosa diversa dall’altra. Ma, signori, questo è il cammino normale e naturale della scienza. Perché la scienza dice le cose che ottiene dalle premesse che la muovono. Alcune delle quali verranno verificate, altre invece falliranno alla verifica e quindi verranno abbandonate. La scienza procede per prove e per errori. Proprio per questo non dobbiamo meravigliarci della diversità delle opinioni scientifiche, così come non dobbiamo credere che la scienza dica la verità. Dice le cose che la sperimentazione le consente di verificare come positive o come negative. Non c’è un criterio di verità nella scienza, non dobbiamo sposare i modelli di verità che abbiamo per esempio nella religione. Uno crede in Dio e lui è fonte di verità. No, la scienza non procede in questa maniera, procede attraverso la sperimentazione. Bisogna abituarsi a questo relativismo».
L’altro da sé in questi mesi è al tempo stesso un bisogno e una minaccia, sentiamo il peso della solitudine però al tempo stesso, se incontriamo un altro, egli può essere la fonte della nostra malattia. Come disciplinare questa doppia dimensione dentro di sé?
«Noi ci eravamo già abbastanza allontanati dalla socializzazione con l’informatica, diciamolo chiaramente. Non avevamo bisogno del Covid, per creare un’altra forma di distanziamento. Perché da tempo molti giovani parlano attraverso il computer, molta gente lavora avendo davanti a sé non il prossimo, ma uno schermo. L’informatica ha già creato un distanziamento sociale, una comunicazione che non è guardarsi in faccia, uno di fronte all’altro. La relazione si è già diluita nella configurazione informatica che non è più un io e te, ma io e la tua rappresentazione nello schermo che sta davanti a me. Naturalmente questo lavoro a distanza, questa forma di comunicazione da lontano sono diventati paradossali in occasione della pandemia. Paradossali anche dal punto di vista didattico. Quando diciamo che la scuola può funzionare a distanza sosteniamo un desiderio, non una realtà. A distanza non si insegna, la formazione ha bisogno del rapporto degli studenti con l’insegnante, il luogo, i compagni di classe. Lo ha detto anche il cardinal Ravasi. E poi esiste un profilo che ha a che fare con la giustizia sociale: non tutti hanno accesso a queste macchine. Aggiungo che non tutti vogliono mostrare le loro case. Allo stesso modo non so giudicare se sia meglio o peggio il lavoro a distanza. Per la gente che ha un senso del dovere spiccato, diventa superlavoro, perché ha una sorta di poliziotto interiore molto più severo di chi li sorveglia sul luogo di produzione. Ma molti altri che non hanno questo senso del dovere si muovono in un contesto di rilassamento e deresponsabilizzazione. Non so se lo smart working abbia le stesse caratteristiche positive di quando si lavora insieme, si scambiano costantemente esperienze e parole».
Improvvisamente l’uomo moderno, che viveva con un tempo organizzato, scandito e frenetico, si trova di fronte a delle praterie di ore. Quale è il modo migliore per occuparlo?
«Se uno non scappa da sé come dal peggior nemico può essere una buona occasione per cominciare a riflettere sulla propria vita. Come mi comporto in termini di affettività con i miei figli e con mia moglie o mio marito? Com’è la mia relazione con il prossimo? Questo deve essere un momento di interiorizzazione. La mia impressione è invece che la gente abbia paura di indagare se stessa e questo lo possiamo dedurre anche dal fatto che, se è vero che io sono un funzionario d’apparato dal lunedì al venerdì, il sabato e la domenica potrei usarli per leggere un libro, per vedere altri orizzonti, per assistere ad altri scenari, per capire quali sono le forme autentiche di relazione e di sentimento. Ma non va così. Il week end è una fuga all’esterno, non un viaggio all’interno. Bisognerebbe cominciare a farlo da piccoli, insegnare ai bambini a capire e gustare chi si è, cosa si fa, e che cosa si vuole fare domani nel mondo. Se questi pensieri cominciassero ad essere introdotti già dalla scuola forse ci sarebbe un modellino interiorizzato per farlo poi da adulti. Perché vivere a propria insaputa è la cosa peggiore che possa accadere nella propria esistenza».

1 Commento

  1. Luigi Sirtori ha detto:

    Quando manca il senso dell’orientamento ci si trova sperduti dentro la stessa realtà dove viviamo. Chi come me ha avuto un periodo dedicato all’osservazione del cielo, sa dell’importanza di questo senso. Ricordo sul lavoro con l’introduzione dei computer la mancanza di collegamento tra il software e l’hardware vanificava il lavoro fatto con il primo. Quando mi si accese la lucina che l’hardware aveva bisogno di un punto d’orientamento nel software è stata una liberazione da un incubo di un lavoro fatto inutilizzabile. Il senso d’orientamento lo troviamo dentro di noi. E’ il senso che ci aiuta a non soccombere agli insulti e a tutti i veleni (veleno viene da virus) che vengono inoculati anche dai pii farisei odierni sui social o sui blog portando a tragedie umane, speculando sulle tragedie umane. Don Giorgio ne sa qualcosa. Scrivo solo su questo blog e non leggo i social. Mi affido alle persone più affidabili per capire per esempio nullità come Salvini o la Meloni che cavalcano la plebaglia deformando la democrazia in oclocrazia perchè incapaci di soluzioni per governarla. Il populismo sia di destra che di sinistra nella storia ha fatto danno enormi all’umanità. Se non si capisce questo penso sia inutile la politica perchè si ritornebbe alla barbarie o alle leggi della giungla.

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