Le mafie? Stanno molto bene. E il Covid aiuta

Un fermo immagine di un video della Guardia di finanza: un’operazione che ha portato al sequestro di beni alla mafia siciliana – Ansa / Guardia di Finanza, 16 febbraio 2021
da AVVENIRE
18 febbraio 2021
L’analisi.

Le mafie?

Stanno molto bene. E il Covid aiuta

Pino Ciociola
La più potente è la ‘ndrangheta, la più sanguinaria quella foggiana, la camorra continua a essere frammentata, cosa nostra non soffre crisi. E tutte sanno essere ‘moderne’
Stanno molto bene e il Covid aiuta. Sparano, ammazzano, intimidiscono sempre meno, preferiscono comprare uomini, istituzioni, politica, aziende e, quando possono, entrarci dentro. Hanno fatturati da giramento di testa e regole. Non si ostacolano più fra loro. Sanno mettere in piedi una sorta di welfare parallelo, così da guadagnare consenso sociale e poter poi passare all’incasso (reclutando manovalanza). La pandemia ha aperto loro nuove, enormi ‘opportunità’ e scenari, che non stanno certo lasciandosi sfuggire. Le mafie nostrane, insomma, godono ottima salute. Tutte. E se la più potente e pericolosa è la ‘ndrangheta, la più sanguinaria è la mafia foggiano-garganica.
‘Ndrangheta. La mafia calabrese ormai è una “dinamica e spregiudicata holding economico-finanziaria – scrive la ‘Direzione nazionale antimafia’ (Dna) nella sua ultima Relazione al Parlamento: ha grande capacità espansiva (anche internazionale) e d’infiltrazione e grande forza corruttiva. Una “mafia innovatrice”, dotata anche di “una sovrastruttura occulta e riservata” con una componente elitaria che assicura la riuscita del crimine “negli ambiti strategici della politica, dell’economia e delle istituzioni”. A volte gestisce direttamente la cosa pubblica “dall’interno, attraverso funzionari apicali, consiglieri comunali, assessori e talvolta gli stessi sindaci, veri e propri affiliati”.
Nessun dubbio: la ‘ndrangheta è “l’organizzazione criminale più pericolosa e più potente tra le mafie”. Per i volumi di affari raggiunti (specie grazie “ai traffici internazionali di droga, alle attività estorsive e al controllo degli appalti pubblici”). Controllare buona parte del consenso, sociale e politico, è “la sua forza principale ormai non più solo in Calabria”, ma anche in Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, Valle d’Aosta. Mentre in Toscana, Abruzzo, Trentino e Friuli Venezia Giulia “continua a manifestare la propria presenza attraverso imprenditori collusi e, comunque, di fiducia”.
Cosa nostra. Morto Totò Rina (2017), nessuna guerra per la successione, ma “la capacità camaleontica di scegliere la strada di una pacifica convivenza”, che evita danni ai “consolidati meccanismi di produzione di reddito criminale dai traffici di sostanze stupefacenti, dalle estorsioni, dalle infiltrazioni nel settore di giochi e scommesse e dagli altri strumenti di controllo e di infiltrazione nell’economia legale, soprattutto nel settore degli appalti pubblici e privati”. Cosa nostra si muove allora fra tradizione e moderne strategie di potere.
La sua crisi dopo la stagione stragista degli anni ’90? Un’illusione. Manifesta piuttosto ‘una notevole resilienza’, sa cambia e “soprattutto resistere ad ogni evento negativo”, ha affinato “la capacità di condizionare le scelte amministrative e politiche degli enti territoriali, con metodi indifferentemente mafiosi e/o corruttivi”. Sebbene ciò che conti non è la forza d’intimidazione, ma “il potere economico, fortemente persuasivo nei rapporti con le imprese e con le pubbliche amministrazioni”. Per esempio, la Dna racconta delle “interferenze di cosa nostra nelle diverse competizioni elettorali: le amministrative locali, le regionali del 5 novembre 2017, le ultime elezioni nazionali del 4 marzo 2018”. E spesso “sono i rappresentanti locali della politica che si offrono ai mafiosi”. Tra gli affari più redditizi, predilige le agenzie di scommesse. E poi le ‘richieste’ di pizzo “avvengono ormai quasi sempre senza azioni violente”. In forte crescita anche l’interesse di cosa nostra per il traffico di stupefacenti, in alcuni casi con “l’impegno diretto dei vertici dell’organizzazione mafiosa per attivare canali di collegamento con fornitori e trafficanti in Campania e Calabria”. I guadagni (a palate) col traffico di droga, vengono riciclati “attraverso il reinvestimento nel settore terziario e dell’edilizia”.
Cosa nostra cavalca infine un nuovo business: “Compravendita di concessioni d’energie rinnovabili, di impianti fotovoltaici, eolici e di biometano”. Semplice: piccole società, con capitale sociale quasi irrisorio, sviluppano progetti milionari per “rivendere il terreno su cui deve sorgere l’impianto alle grandi aziende ‘chiavi in mano’, ossia con il procedimento autorizzativo già concluso”. Cioè “sofisticata e profittevole attività speculativa”.
Camorra. La camorra (diversamente da ‘ndrangheta e cosa nostra) continua a non avere “un’organizzazione unitaria ed omogenea” e “frammentazione e fluidità, erroneamente interpretate in passato come una camorra allo sbando, ne spiegano la straordinaria capacità d’espansione affaristica, anche nelle altre regioni e nei mercati internazionali”. Espansione (sempre diversamente dalle altre mafie) che non comporta quasi mai il radicamento territoriale di articolazioni dei gruppi criminali, ma, nella sua dimensione extraregionale e internazionale, solo “il trasferimento dei legami fiduciari che ne sostengono reinvestimento speculativo e legittimazione sociale”.
Le gerarchie restano quelle: “La vera realtà camorristica è rappresentata dalla leadership di quei cartelli criminali che spesso coincidono con ramificate e sofisticate costellazioni di imprese, attraverso cui si realizzano forme di dominio territoriale, che si sovrappongono e convivono con quelle strutture, subalterne e marginali, regolate dal ricorso alla violenza”.
Una camorra, allora, che “intercetta le risorse pubbliche destinate a infrastrutture e opere pubbliche”, grazie a “reti collusive e corruttive di eccezionali dimensioni”. Che “regola sapientemente gli spazi da lasciare ai gruppi marginali per le tradizionali attività delittuose (droga ed estorsioni, soprattutto), con una ancor più sapiente regia di attività criminose segnate dalla capacità di generare enormi profitti e ridotto rischio giudiziario: dalle truffe di ogni genere al global service di supporto delle reti di commercio internazionale originate dalle tradizionali attività dei magliari e del contrabbando, dalle frodi fiscali di enormi dimensioni al trasporto e riciclo dei rifiuti, anche industriali, fino a ogni servizio strumentale alle gestioni ospedaliere”.
Camorra che si caratterizza per i suoi legami con la politica e la propensione alla gestione dei grandi affari, al passo coi tempi: più centri commerciali e meno appalti, più grande contrabbando e meno estorsioni, più investimenti mobiliari che immobiliari. E non si contrappone al mercato, ma ne è componente ordinaria.
Sacra corona unita. E mafia foggiana. C’è sempre stato un equivoco ‘identitario’ sulle mafie pugliesi. “Minimizzando la gravità delle manifestazioni criminali, si riteneva che nei circondari di Bari e Trani le stesse fossero microcriminalità violenta e nella zona foggiano-garganica faide pastorali”. Via via, invece, “la continua e, purtroppo, sempre più marcata scia di sangue che tinge ogni parte di quei territori e la metodologia”, hanno svelato l’endemica, capillare esistenza di una criminalità di stampo mafioso autonoma rispetto alla sacra corona unita”, che si distingue nel leccese.
Adesso la mafia foggiana è “pienamente riconosciuta”, come pure l’espressione “quarta mafia” (appunto quella foggiano-garganica) viene comunemente utilizzata. Nel frattempo però si è radicata, evoluta e infiltrata nelle attività economiche e politico-amministrative, senza che l’azione di contrasto di magistratura e forze dell’ordine “fosse adeguatamente supportata dalle Istituzioni locali e centrali e dalla stessa società civile”. Così l’area di Bari e Foggia “appare dominata da una pluralità di sodalizi” su composizione prevalentemente familiare, che hanno tirato dentro “sempre nuovi sodali attraverso affiliazioni anche nelle carceri” e con una “vera e propria occupazione progressiva dei territori dell’hinterland”.
Niente cupole, nè gerarchie, alleanze stabili, strategie concordate: la quarta mafia appare “magmatica, mutevole e sempre incandescente”. Cambia con “scissioni interne, nuove piccole realtà criminali locali o di fuoriusciti da altri clan, cicliche e imprevedibili sanguinose guerre”. Privilegia il traffico di stupefacenti, il contrabbando e, con un trend in notevole ascesa, la gestione del gioco e delle scommesse on line, ma anche impegni più “facili” e strategici come l’estorsione e l’usura che garantiscono, anche con il semplice utilizzo della fama criminale, un gran ritorno sia di redditività che di ‘immagine’ criminale, oltre che il controllo del territorio. Aggiungendo “un’enorme disponibilità di armi”, va quasi da sè che ogni problema venga sbrigativamente risolto nel sangue. Anche per “il dinamismo e l’ingestibilità delle nuove leve, impazienti di scalare le gerarchie e disposte a tutto pur di ricoprire ruoli apicali”.
Lo spaccato più drammatico dell’area foggiano-garganica è “la commistione tra affari criminali e politico-amministrativi di una mafia che sa essere insieme rozza e feroce, ma anche affaristicamente moderna”, capace di “continuare ad uccidere vendicando torti subiti decenni addietro e porsi come interlocutore e partner di politici e pubblici amministratori”. E “il terreno su cui la mafia e la cosa pubblica si sono incontrate è quello delle feste e incontri conviviali, delle inaugurazioni di esercizi commerciali, delle partite di calcio”, con gli apparati amministrativi si è concretizzata in atti di assunzione per parenti di mafiosi, rilascio di certificazioni utili per partecipare a pubbliche gare e favori di ogni genere. Legami accertati tra mafia e politica che “non gioveranno certamente a rafforzare il rapporto, sempre caratterizzato da una certa ‘timidezza’, tra comunità civile e istituzioni”.

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