Omelie 2019 di don Giorgio: DEDICAZIONE DEL DUOMO DI MILANO

20 ottobre 2019: DEDICAZIONE DEL DUOMO DI MILANO
Is 60,11-21 opp. 1Pt 2,4-10; Eb 13,15-17.20-21; Lc 6,43-48
Ogni anno, la terza domenica di ottobre, la liturgia ambrosiana festeggia la dedicazione o consacrazione del Duomo di Milano. Non mi soffermo sui dati storici di questa consacrazione. Vorrei, invece, soffermarmi sul primo brano della Messa, in riferimento anche alla importanza che ha non solo la nostra bellissima Cattedrale milanese, ma anche ogni casa di Dio, a partire dalle chiese dei nostri paesi e dalle comunità dei credenti che vivono della presenza di Dio.
“Le tue porte saranno sempre aperte…”
Il primo brano è tolto dal Libro di Isaia, che, come già sappiamo, è composto di tre parti, di tre autori diversi. La prima parte (capitoli dall’1 al 39) è opera di Isaia, profeta che è vissuto nell’VIII secolo avanti Cristo: profetizzò nel Regno del Sud, ovvero di Giuda, con capitale Gerusalemme. La seconda parte del libro (capitoli dal 40 al 55) è opera di un altro profeta, di cui non conosciamo il nome: visse negli anni successivi al 538 a.C., quando il re persiano Ciro, vinti i Babilonesi, aveva permesso agli Ebrei esuli di tornare nella terra dei padri, abbandonata nel 586 a.C., al momento della distruzione di Gerusalemme. Gli ultimi capitoli del libro di Isaia (dal 56 al 66) sono attribuiti a un altro profeta (o più profeti) anonimo, vissuto durante la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme e negli anni successivi (dal 520 a.C. in poi). Gli studiosi parlano del Primo, del Secondo e del Terzo Isaia.
Non sono notizie puramente curiose, ma fondamentali, perché il Libro di Isaia contiene temi molto diversi tra loro: si va da una specie di chiusura nazionalista verso una sempre maggiore apertura universale. Pensate: si passa dall’VIII secolo fino al VI secolo a.C. Il popolo ebraico aveva sofferto tragiche avventure, la più dura quella dell’esilio babilonese. Dalla distruzione del Tempio di Salomone si passa, nel Terzo Isaia, alla ricostruzione di un nuovo Tempio ad opera di Zorobabele.
Il brano della Messa è tolto dal capitolo 60, perciò fa parte del terzo Isaia. Ed è proprio al nuovo Tempio che il profeta anonimo si riferisce quando scrive: «Le tue porte saranno sempre aperte; non si chiuderanno né di giorno né di notte,  per lasciare entrare in te la ricchezza delle genti».
Naturalmente le parole si riferiscono anche alla città e alla comunità di Gerusalemme. Commenta don Angelo Casati: «Le porte aperte di giorno e di notte, un sogno, mi direte. Sì un sogno, ma verso cui andare. Dice una direzione, anche se la meta è lontana. Con le porte chiuse, dice Dio, fai opera di insensatezza, perché ti precludi la ricchezza delle genti (popolazioni)».
Qui per ricchezza non s’intende solo quella materiale, ma anche e soprattutto quella di carattere spirituale, di carattere culturale. Quando si parla di poveri, solitamente intendiamo quelli che non hanno nulla di materiale (né casa, né cibo, né possibilità di sopravvivere), dimenticando che magari, senza magari, sono ricchi interiormente, ed è di questa ricchezza interiore che noi occidenti, diventati poveri dentro, abbiamo bisogno.
Continua don Angelo: «Se il sogno che ci conduce sono le porte aperte, camminiamo verso la bellezza della convivenza. Se il sogno che ci conduce invece sono i muri, camminiamo verso la bruttezza del convivere».
Bellezza e bruttezza
Don Angelo parla di bellezza e di bruttezza. Vorrei fare una considerazione strettamente personale. Certe volte mi chiedo: che senso ha che una volta i Templi anche pagani, e oggi le Cattedrali cristiane e in genere i luoghi di culto siano opere altamente artistiche, perciò di una affascinante bellezza anche estetica, e poi succede che siano quasi proibiti agli stranieri? La Bellezza è il volto più attraente del Bene assoluto, e noi ne facciamo qualcosa di nostro? Forse la cosa ancor più drammatica che è che noi di casa neppure ci accorgiamo delle bellezze che abbiamo in casa. Come si può, allargo il discorso, vivere tra bellezze naturali e vivere da bruti, da bifolchi? La bellezza, anche quella naturale, non dovrebbe aprirci il cuore, l’animo, la mente, lo spirito? E se poi parliamo della Bellezza divina, allora è difficile capire la ragione per cui i credenti siano così ottusi, ciechi, ostinatamente egoisti.
Commenta ancora don Angelo: «Allora sono a chiedermi se il mio ingresso nella cattedrale ha l’effetto straordinario di aprire le mie porte, le mie porte dell’anima. Se esco con  le porte chiuse, la casa di Dio è stata muta per me e le mie porte chiuse la stanno sconsacrando».
È sempre questione di spirito, che è la realtà più profonda del mio essere, ed è questione della Realtà divina, che è lo Spirito santo. Finché una cattedrale, pur maestosa e architettonicamente favolosa, resta un qualcosa di materiale, anche se la bellezza artistica va al di là del materiale, avremo quattro mura che parlano di Spirito senza farsi ascoltare. La bellezza estetica e artistica (dire artistica è dire di più, molto di più che dire estetica, perché la vera Arte impegna la Mistica) del nostro Duomo di Milano richiama il nostro essere, e lo impegna a farsi uno con la Bellezza divina.
Il “vuoto” del Duomo di Milano
Forse sarà una mia impressione, ma vedo il Duomo di Milano tremendamente vuoto del Divino, pur richiamato, quasi imposto, dalle sue strutture architettoniche. Mi viene in mente quel particolare, che sfugge quando leggiamo i racconti che danno inizio alla grande Settimana di Passione di Gesù.
Prendiamo il Vangelo di Marco, capitolo 11. Gesù lascia Betania ed entra trionfante in Gerusalemme a dorso di un asino, accolto festosamente dai numerosi pellegrini. La giornata si conclude con il ritorno a Betania. Prima però entra nel Tempio, preludio alla sua purificazione che avverrà il giorno seguente con la scacciata dei venditori.
Più che il trionfo tributato al Signore, trionfo comunque di breve durata, ciò che colpisce è lo sguardo di Gesù nel Tempio: cerca qualcosa che non trova. Marco scrive: «Ed entrò in Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno (il verbo greco dice di più: περιβλεψάμενος, un giro degli occhi a 360 gradi), che cosa ha visto: il nulla, non il nulla divino, ma il nulla umano. Tante cose belle: oggetti preziosi, ma l’essere umano era assente. E nelle nostre chiese, Gesù che cosa vedrebbe?

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