Omelie 2016 di don Giorgio: SECONDA DI AVVENTO

20 novembre 2016: SECONDA DI AVVENTO
Bar 4,36-5,9; Rm 15,1-13; Lc 3,1-18
Gerusalemme come una vedova disperata
L’immagine di Gerusalemme, che ci viene offerta in modo suggestivo dal profeta Baruc, segretario del profeta Geremia in Babilonia durante l’esilio (VI secolo a.C.), è quella della vedova, a cui, oltre ad essere stata privata del marito, sono stati strappati anche i figli. Essa siede per terra, vestita a lutto e con il velo sul capo. Non si nutre più, non si lava, non si fa bella. È disperata: non pensa più al futuro. La vedova è l’immagine di  Gerusalemme, rimasta sola a piangere per i figli dispersi.
Ma ecco la sorprendente notizia, annunciata dal profeta di Dio: i figli stanno tornando dopo un lungo tempo di esilio.
Ed ecco la grande bella notizia
L’esilio a Babilonia era durato circa cinquant’anni, da quando nel 587 a.C. i babilonesi avevano occupato Gerusalemme e distrutto il Tempio, deportando gli ebrei a Babilonia. La vittoria di Ciro, re dei Medi e dei Persiani, permetterà con l’editto del 538 agli ebrei esuli a Babilonia di tornare in patria.
Ora Gerusalemme è invitata a rialzarsi e a correre in cima al monte, e, da lassù, a guardare verso oriente, da cui stanno arrivando i figli deportati, mentre cantano salmi di gioia, gli stessi che i  pellegrini cantavano alla vista di Gerusalemme.
Ecco il caloroso invito del profeta: «Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre». Gerusalemme, dunque, è invitata a cambiare l’abito. Il vestito indicava, soprattutto nel mondo ebraico, la dignità, la gloria, la grandezza e lo splendore interiore come indossare abiti maestosi. Non serviva solo a ripararsi dal freddo o a proteggere il pudore, ma il vestito indicava l’onore della persona stessa. Gerusalemme diventa splendente e unica, perché si riveste della gloria che viene da Dio.
Ed ecco il secondo invito: «Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio». E così Gerusalemme riceve un nome nuovo: «pace della giustizia e gloria della pietà». Forse non bastava che il nome Gerusalemme indicasse “città della pace”: ora occorre aggiungere altri due nomi: giustizia e pietà. La giustizia, nel Vecchio Testamento, indica fedeltà, lealtà, solidarietà. La pietà indica una vera religiosità profonda, che si collega alla bellezza ed alle scelte di Dio. Dunque: pace, giustizia e pietà.
Potremmo star qui delle ore per approfondire che cos’è la pace senza la giustizia e la pietà, o che cos’è la giustizia senza la pace e la pietà, o che cos’è la pietà senza la pietà e la giustizia. Purtroppo, noi esseri mortali, abituati a dividere e a suddividere, a separare e a distinguere, anche per comodità ed opportunismo, facciamo enorme fatica ad avere una visione d’insieme. Già l’ho detto altre volte, ma vorrei ripeterlo in continuazione: che cos’è in realtà l’egoismo? Separare il tuo dal mio, l’universale dal particolare, i diritti altrui dai diritti miei, e ci giustifichiamo aggrappandoci alle singole parole, come se la pace non fosse anche giustizia e pietà. E se sulle parole “pace e giustizia” crediamo di avere almeno qualche idea chiara, sulla parola “pietà” abbiamo idee fortemente confuse.
Già dire “pietas” rimanda a qualcosa di interiore, che non appartiene al mondo religioso, come purtroppo invece abbiamo sempre ritenuto. La “pietas” ci prende come mente e cuore, come anima e spirito, ma in quell’Uno che è il Mistero di Dio, che armonizza il nostro agire con il nostro essere. Solo chi è umano comprende e vive la “pietas”.
Giovanni oggi avrebbe confezionato una serie di querele
Passiamo al Vangelo. Qui scendiamo a picco nel concreto, e nessuno di noi si salva, se non mettendo quella maschera che copre anche quel minimo di pudore che ci resta.
Anzitutto, Luca mette in scena la figura di Giovanni, inquadrandolo in una cornice storica, nominando ben sette personaggi, e che personaggi! Uomini di potere: Tiberio Cesare, Ponzio Pilato, Erode, Filippo, Lisània; e capi religiosi: i sommi sacerdoti Anna e Caifa.
La parola di Dio dove scende? Nei palazzi del potere politico o religioso? No: scende nel deserto: luogo di solitudine, di silenzio, di essenzialità; ma anche di prove, di tentazioni, di rinunce. Ma c’è il deserto fisico e il deserto interiore: quello fisico è rimasto come meta turistica o una moda d’evasione alla ricerca di chissà quali parole; il deserto interiore è in ogni essere umano e, volere o no, ci perseguita, ma nulla può fare, quando noi siamo all’esterno del nostro essere, vittime di una società che ci stordisce e ci acceca.
Ed ecco la figura di Giovanni apparire sulla scena: un personaggio strano, quasi stravagante, senza peli sulla lingua. Ne ha per tutti: ricchi e poveri. Se fosse qui oggi e dovesse ripetere certe espressioni, come “razze di vipere”, forse si prenderebbe un mare di querele. Certo, anche allora dire certe parole poteva avere delle conseguenze, come quando Cristo ha inveito più e più volte contro l’ipocrisia degli scribi e dei farisei o come quando ha dato della volpe a Erode Antipa.
“Razze di vipere”! Ma contro chi ha lanciato queste invettive? Contro i potenti? No. Contro i ricchi? No. Contro i caporioni religiosi? No. Le ha lanciate contro la folla di poveracci che accorrevano per farsi da lui battezzare. Non è strano? Certo, oggi sarebbe strano prendersela con i più poveri, e in fondo, tutti quanti ci sentiamo, quando occorre, precari e sfortunati, anzi: “prima noi, poi gli altri”. Ed ecco dove sta l’invettiva di Giovanni: “Razze di vipere, che vi credete con la coscienza a posto perché vi credete i primi, i privilegiati, i puri di razza”. E Giovanni continua: «Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco». Altra immagine, quella della scure, posta alla radice degli alberi sterili e morti, che dovrebbe farci paura: alberi pronti ad essere messi sul fuoco. Altro motivo per ritenere lui, questo predicatore maleducato e violento, pronto al fuoco delle nostre vendette. E alle folle accorse che lo interrogavano: «Che cosa dobbiamo fare?», Giovanni risponde: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto». Più chiaro di così. Ma Giovanni non parlava di generosità, ma di un dovere di giustizia. Se hai due cose, l’una va a chi ne ha bisogno. E non trovare scuse, dicendo che ti sono necessarie, perché i tuoi diritti hanno prevaricato il concetto di giustizia sociale.
Potrei continuare, ma il tempo a mia disposizione è finito. Giovanni non si è fermato, perché le folle non erano andate nel deserto, misurando il tempo. Noi al massimo sopportiamo qualche minuto in più, e pensare che sciupiamo la maggior parte del tempo a sentire i borbotti della pancia.

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