Omelie 2015 di don Giorgio: SESTA DI AVVENTO

20 dicembre 2015: Dell’Incarnazione o della Divina Maternità della B. V. Maria
Is 62,10-63,3b; Fil 4,4-9; Lc 1,26-38a
Uscire dal cerchio maledetto del male di vivere
Oggi, sesta e ultima domenica di Avvento, la Liturgia ambrosiana la dedica all’Incarnazione, oppure alla Divina Maternità della Beata sempre Vergine Maria. In realtà, non si tratta di una duplice possibilità che ci viene offerta: o anticipare quasi, a pochi giorni dalla Festività natalizia, la Nascita di Gesù nel concepimento del Figlio di Dio nel grembo di Maria, come annuncia il Vangelo di oggi, oppure, ancora una volta, porre l’accento sulla ragazza di Nazaret che accetta il misterioso disegno divino.
Credo che dovremmo fare un salto, e andare oltre o, meglio: scendere nel profondo di un Mistero che anticipa la stessa creazione o, come dice la Genesi, anticipa il tempo.
So che parlare di cose troppo elevate si rischia di dire cose belle ma poco interessanti per gente abituata ad affrontare la dura realtà della vita, perciò che ha ben altro a cui pensare. Come quando, di fronte al pericolo concreto del terrorismo, mi si proponesse come via di uscita la cultura. Lo guarderei in faccia e gli direi: “Mi stai prendendo in giro?”. Eppure, chi si fa prendere in giro è l’uomo moderno che pensa solo a risolvere i problemi esistenziali, rimanendo cocciutamente nel solito maledetto cerchio del controbattere il male con il male, oppure con la miope politica di usare gli stessi sistemi del terroristi, ovvero la forza bruta. Ecco perché occorre uscire da questa spirale, e proporre una nuova via, che apparentemente potrebbe sembrare perdente o paradossalmente fuori di qualsiasi logica.
Ho fatto l’esempio del terrorismo più violento, ma, nelle sue forme meno estreme, ci sentiamo ogni giorno condizionati, ad esempio dalla paura di vivere, di affrontare gli ostacoli, creando quel malessere che Eugenio Montale ha definito “il male di vivere”. Ecco allora gli inviti pressanti alla gioia, presenti nel brano di San Paolo, ma soprattutto la prima parola che l’arcangelo Gabriele dice a Maria: “Rallegrati!”.
Siamo in esilio
Il primo brano della Messa ci potrebbe aiutare. L’invito a passare per le porte, a sgomberare e a spianare la strada, a liberarla dalle pietre non riguarda la via del Signore, ma la strada del popolo ebraico perché possa tornare dall’esilio. Esilio: ecco la parola-chiave che potrebbe illuminarci.
Al di là dell’evento storico dell’esilio babilonese, che cosa significa “esilio” nel suo significato simbolico o mistico? Semplicemente significa che siamo fuori di casa, ovvero lontani dal nostro essere, da ciò che i mistici chiamano il “fondo dell’anima”. Sì, siamo fuori, all’estero, in superficie. Viviamo un’esistenza da esiliati. Pretendiamo di risolvere i nostri problemi esistenziali, da esiliati. Il problema è che non ci accorgiamo sapendo di essere fuori, in esilio. Ognuno pensa di essere a casa. Ci sembra così naturale vivere fuori che riteniamo folli coloro che ci propongono la via del ritorno.
Il Signore, tramite i suoi profeti, ci invita continuamente: “Passate, passate per le porte, sgombrate la via al popolo, spianate, spianate la strada, liberatela dalle pietre…”. E, tutte le volte, ci chiediamo: “Che Dio è mai questo che ci invita o, meglio, ci comanda di rientrare. Rientrare dove? Noi non siamo alienati! Comunque, qual è la strada che dovrei prendere per tornare in patria? E di quale patria si tratta?”.
“Metanoèite”, ovvero rientrare in sé
Il Vangelo che cosa ci dice, quando riferisce le parole di Gesù? C’è una pagina, quella introduttiva al Discorso della Montagna: una pagina che gli esegeti definiscono come un portale d’ingresso, nota come le Beatitudini. L’evangelista Matteo dà un significato “spirituale” alle parole di Gesù, a differenza di Luca che invece è più radicale. Per Matteo il povero è quello in spirito, mentre per Luca povero è quello che fatica a vivere. In ogni caso, ci troviamo di fronte a qualcosa di sconvolgente, che capovolge ogni logica umana. Per logica umana s’intende quella mentalità o modo di pensare per cui la felicità o beatitudine consiste nell’essere fortunati, nell’avere ciò che si vuole, nel godersi il più possibile gli attimi fuggenti. Ecco perché Cristo ha iniziato il suo ministero pubblico con l’imperativo: “Convertitevi e credete al vangelo” (Mc 1,15). L’italiano “convertitevi” traduce il greco “metanoèite”, che significa: “cambiate mente, cambiate pensiero”. “Metanoèite” deriva da “metànoia”, dove “nous” in greco significa intelletto, mente, pensiero. In altre parole, Gesù ha indicato chiaramente la via da seguire: tornare dall’esilio di schiavitù, rientrare in patria, ovvero in se stessi, nel nostro essere più profondo.
E, allora, incarnazione che cosa significa? Che il Figlio di Dio è venuto per stare accanto a noi, esuli, alienati, soltanto per consolarci o per dirci qualche buona parola? Giustamente Marco Vannini, uno dei più grandi conoscitori della Mistica, fa notare che «il Natale, riferimento a una nascita del divino nel tempo, ha dunque il senso di ri-cordare, nel suo senso etimologico di riportare all’interiorità, risvegliare nell’anima nostra ciò che le è proprio ed essenziale: il divino che è nel suo fondo più intimo. Questo è il passaggio […]  da una verità esteriore, che non ha alcun effetto, a una verità interiore, che salva davvero. La salvezza non è infatti dal peccato di un altro, Adamo, da cui un altro, Cristo, ti deve liberare, ma da quel peccato davvero “originale” che è l’amore di sé. In te è Adamo, in te è Cristo, ovvero tanto l’amore di te stesso quanto l’amore del Bene, e la salvezza ti appare nella sua realtà, non futura ma presente, non sperata ma reale, quando il bene degli altri ti è caro quanto il tuo, assolutamente, in nulla di meno […] Il senso vero del Natale non va dunque cercato all’esterno ma in se stessi, non in una costruzione teologica, ma nel vuoto, nel distacco. Questo è anche il senso profondo della storia che precede e rende possibile la nascita del Figlio, come del resto ogni nascita umana, cioè la storia della Madre: Maria fu capace di generare il divino per la sua umiltà, per la sua verginità, che non significa una condizione fisica, ma il vuoto fatto in se stesso […] La nascita di Dio non è dunque quella in cui una sola volta, in un solo luogo e in una sola persona, il divino è nato sulla terra, perché Dio si genera e nasce nell’anima umana appena essa è vuota, nuda e rivolta verso la luce. Perciò, secondo le parole di Origene, il divino si genera nell’anima in ogni istante, in ogni luogo e in ogni uomo, in ogni pensiero che egli rivolge a Dio con purezza, in ogni gesto di amore che compie».
Vergognatevi!
Vorrei aggiungere. Il Natale è arrivato fino a noi, ancora carico di miti, di leggende, di racconti edificanti che, lungo i secoli, hanno preso il sopravvento sull’unico dato storico, ovvero sulla nascita fisica di Gesù, e così la Chiesa cattolica è riuscita a trasformare l’intimità del Mistero in una melassa di buoni sentimenti e di riti suggestivi, legati ad una religione che si vanta di essere l’unica depositaria del Divino.
Siamo ancora qui a scandalizzarci se il presepe viene tolto dalle scuole, quando il vero scandalo siamo noi cristiani che abbiamo fatto di un simbolo religioso la copertura delle nostre contraddizioni: buttiamo in mare i profughi e poi difendiamo simboli cristiani che dovrebbero metterci con le spalle contro il muro e urlare: Vergognatevi!

 

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