Omelie 2018 di don Giorgio: TERZA DOPO L’EPIFANIA

21 gennaio 2018: TERZA DOPO L’EPIFANIA
Nm 11,4-7.16a.18-20.31-32a; 1Cor 10,1-11b; Mt 14,13b-21
Tre doverose precisazioni
Vorrei anzitutto fare tre precisazioni, una per ogni brano della Messa di oggi. La prima riguarda il brano tolto dal libro dei Numeri. Come potete vedere dalla citazione iniziale che trovate sul vostro foglietto, ancora una volta la liturgia ama spezzettare il brano, per cui ci rimane difficile comprenderne il senso. Lo so che basta una parola della Bibbia per fare una meditazione per un’intera giornata. Ma si rischia di stare nel vago. D’altronde, se Dio ci ha dato la Bibbia, perché lasciarla come un pozzo inesplorato?
Il popolo è punito per il troppo cibo che si fa nausea
Una cosa è chiara dal primo brano: Dio, tramite Mosè, vuole venire incontro alle lamentele del suo popolo che non ha pane e acqua a sufficienza. Eppure, doveva sapere che attraversare un deserto avrebbe comportato dei disagi. No! Il popolo non ci sta! Vuole già i conforti della terra promessa, tanto più che la terra promessa era stata dipinta in tutte le sue delizie: una terra dove scorrono latte e miele (Es 3,8), espressione che diventerà famosa per indicare fertilità e benessere.
E succede che gli ebrei rimpiangono le cipolle dell’Egitto. Meglio schiavi, ma con la pancia satolla! È sempre stata la tentazione di sempre. La libertà ha i suoi costi, ma questi non devono superare certi limiti, soprattutto quando di mezzo c’è la pancia. Allo spirito penseremo quando la pancia sarà piena: peccato che, quando la pancia sarà piena, lo spirito si sarà addormentato nella pace dei sensi.
E Dio come punisce il popolo eletto? Dando tanto cibo da nauseare la gente! Questo è un aspetto davvero interessante. Su cui riflettere. La peggiore punizione è quando si ha ogni ben di dio, tale da creare nausea, ma la punizione aumenta, perché si vuole di più, sempre di più, anche perché le cose si consumano e devono essere sostituite, e non si sente mai la mancanza di un altro cibo, quello che nutre lo spirito dell’essere umano.
Ma devo dire qualcosa di più allarmante, a partire dalla missione di Mosè che, quando faceva da vero intermediario tra Dio e il suo popolo, otteneva qualche effetto positivo, come quando, un fuoco, con cui Dio voleva punire le mormorazioni del suo popolo, stava per bruciare l’accampamento. L’episodio è narrato nei tre versetti precedenti il brano di oggi. Mosè allora intervenne a intercedere presso il Signore, e il fuoco si spense. Ma a proposito invece della mormorazione del popolo a riguardo del cibo, Mosè non sembra intercedere presso il Signore, anzi sembra condividere le lamentele del popolo. E Dio punisce Mosè e il popolo.
Non entro nel merito degli interventi diretti di Dio, così come li presenta la Bibbia, ma un dato è certo: oggi mi sembra che manchi chi faccia da tramite tra il mondo del Divino e il mondo dell’umano. Poniamoci seriamente una domanda: la Chiesa ci aiuta a riscoprire quella realtà, che è l’unica a far da tramite tra il Divino e l’umano: lo Spirito, il quale richiede lo spirito del nostro essere? Certo, la religione da sempre vuole fare da tramite tra il mondo interiore dell’uomo e il Divino in noi, ma la fa creando un muro tra lo Spirito santo e il nostro spirito interiore.
Un miracolo tutto da riscoprire
Passiamo al brano di Matteo, che narra il miracolo della moltiplicazione dei pani. Qui, la precisazione riguarda proprio la parola “moltiplicazione”. Nel racconto non si trova questa parola, ma c’è scritto che Gesù “spezzò i pani”: dunque, li ha divisi, ma non moltiplicati. Non è una sottigliezza. Credo che tutti colgano l’enorme differenza tra dividere e moltiplicare. Qui sarei subito tentato di fare una riflessione sulla Messa.
Nei primi tempi del cristianesimo, si parlava di “fractio panis”, ovvero dello spezzare il pane. E noi, lungo i secoli, invece che spezzare il pane eucaristico, abbiamo moltiplicato fin all’inverosimile le Messe. E con quale risultato? Lascio a voi la risposta.
Non mi sembra che abbiamo ancora capito il significato profondo dell’Eucaristia come “spezzare il pane”, al di là delle solite scontate noiose considerazioni di carattere sociale o assistenziale o caritativo.
Anche per il racconto dei pani spezzati dobbiamo dire qualcosa sul fatto, per esempio, che abbiamo ben sei versioni evangeliche: due in Matteo e in Marco (per cui si è parlato di due miracoli diversi), una versione in Luca e una in Giovanni.
Anche questo miracolo, più che nella sua spettacolarità, andrebbe letto nella sua ricca simbologia, che del resto è bene evidenziata dal discorso successivo che Gesù tiene nella sinagoga di Cafarnao sul pane della vita (vedi Giovanni capitolo 6). Gesù dice: «Io sono il pane della vita». Non intendeva dire: io sono il pane che nutre il corpo, ma la vita, ovvero la realtà spirituale dell’essere umano. Come vedete, il Vangelo è chiaro, ma purtroppo viene sempre letto in modo fortemente riduttivo.
Ma ci sarebbe un’altra osservazione da fare, ma ciò richiede che allarghiamo il contesto del racconto di oggi. Qualche acuto esegeta ha fatto notare che il miracolo di Gesù che divide i pani alludendo alla mensa eucaristica fa da contrasto ad un altro banchetto, che viene narrato da Matteo all’inizio dello stesso capitolo 14, dove si parla di un pranzo in cui si decide la morte di Giovanni Battista. Il pranzo del potere che uccide il profeta, e un pranzo nel deserto con cui Gesù nutre una folla assetata di verità.
Cibo spirituale, bevanda spirituale, roccia spirituale 
Passiamo brevemente al brano di San Paolo, che rilegge la storia del deserto in cammino verso la terra promessa in senso del tutto allegorico, e perciò ci dà uno spunto a dir poco mirabile per cogliere la realtà del nostro spirito interiore. Vi rileggo l’inizio del brano: «… i nostri padri… tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo». Sono andato a controllare il termine greco usato da Paolo per indicare l’aggettivo italiano “spirituale”. L’Apostolo non usa “psichicòs”, da “psiche”, anima, ma “pneumaticòs”, da “pneuma”, termine usato già dagli antichi filosofi greci per indicare lo spirito, la realtà più profonda dell’essere umano.
Dunque, Cristo è una roccia spirituale, che ci deve accompagnare per tutta la nostra vita, da cui attingere la vera acqua, quella che nutre lo spirito. Prima di Paolo l’aveva detto lo stesso Gesù alla samaritana: Cristo è l’acqua che zampilla per la vita eterna. Non il Cristo storico, non il Cristo anima, ma il Cristo spirito è la roccia che disseta e nutre il nostro essere.

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