Casapound non si tocca. Il mancato sgombero è una vergogna di Stato

da Democratica
Roberto Morassut

20 febbraio 2019

Casapound non si tocca.

Il mancato sgombero è una vergogna di Stato

Ancora una volta, chi da anni si riempie la bocca di parole come legalità e sicurezza si rende complice di chi commette reati
Il governo salva CasaPound dallo sgombero e lo fa in modo burocratico, prolungando a tempo indeterminato l’occupazione illegale di un intero palazzo nel centro di Roma. Da quanto si legge in una lettera inviata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze guidato da Giovanni Tria al Comune di Roma, il palazzo occupato dal 2003 dai “fascisti del terzo millennio” non è a rischio crollo né presenta particolari problemi sotto il profilo igienico e per questo “non rientra tra le priorità sul fronte sgomberi”.
È l’ennesima doccia fredda che il Governo giallo-verde impone all’evanescente sindaca della Capitale, Virginia Raggi, che grazie a un accordo più unico che raro con il Partito Democratico aveva approvato una mozione per inserire lo stabile situato all’Esquilino tra quelli da sgomberare. Il Mef ha poi precisato che “l’effettuazione dello sgombero dovrà essere valutata dal Prefetto di Roma, che non lo ritiene prioritario in forza dei criteri stabiliti ad hoc”. Un indegno scaricabarile da repubblica delle banane per nascondere una verità che è ormai sotto gli occhi di tutti: il vero capo dell’esecutivo è il “ministro in divisa” Matteo Salvini, che anche sullo sgombero della sede dell’organizzazione neofascista ha imposto la sua linea agli alleati del Movimento 5 Stelle, figuranti sempre più marginali nel governo più estremista e di destra della storia della Repubblica.
Si sa, Salvini va a braccetto con CasaPound ormai da tempo. In molti avranno visto una foto datata 12 maggio 2015 in cui il leader della Lega appariva sorridente a cena in compagnia dei leader dell’organizzazione neofascista, tra i quali Simone Di Stefano, Gianluca Iannone e Francesco Polacchi. Sulla questione della sede occupata da ben 16 anni, già nell’ottobre scorso il ministro dei travestimenti aveva ribadito che lo sgombero del palazzo non era tra le priorità. Detto, fatto: il fedele Tria ha confermato la linea, puntuale come un orologio svizzero. Se sapesse gestire anche le finanze con la stessa cura degli svizzeri saremmo tutti meno preoccuparti.
Dal canto loro, i “fascisti del terzo millennio” sostengono che nel palazzo non c’è una sede politica ma 18 famiglie in emergenza abitativa.
Una tesi bizzarra, dato che nelle “case” di quelle famiglie si svolge da anni attività politica, con tanto di iniziative e seminari: molti ricorderanno le polemiche per la partecipazione del direttore del Tg La7, Enrico Mentana, a uno degli incontri. Malignamente, verrebbe da pensare che quelle 18 famiglie siano un becero pretesto per continuare a occupare lo stabile, dei veri e propri “scudi umani” da tenere lì come degli ostaggi lasciati per giorni in mezzo al mare su una nave militare, mi si perdoni la metafora.
CasaPound è un’organizzazione ai limiti della legalità, le idee che professa sono contrarie ai valori della Costituzione e molti dei suoi dirigenti e militanti hanno precedenti penali spesso legati a fatti di violenza. Una violenza che per chi si dichiara fascista è legata alla lotta politica, è insita nell’ideologia, ieri come oggi. Lo stesso Simone Di Stefano, già candidato a sedere sullo scranno più alto del Campidoglio, fu arrestato nel 2013 perché colto in fragranza di reato per aver cercato di rubare una bandiera europea che sventolava sopra un edificio istituzionale. Ci sono poi i rapporti dell’organizzazione con esponenti della malavita locale, come quelli del clan Spada di Ostia, rapporti emersi in molte inchieste giornalistiche.
Ancora una volta, chi da anni si riempie la bocca di parole come legalità e sicurezza, vestendo in modo indegno gli abiti di servizio utilizzati da chi ogni giorno rischia la vita per garantire ai cittadini legalità e sicurezza, si rende complice di chi commette reati. La desolante immagine offerta è quella di uno Stato che si piega in modo vergognoso alla prepotenza di un gruppo neofascista che in più occasioni non ha esitato a minacciare agenti delle forze dell’ordine. È proprio vero che l’abito non fa il monaco.

 

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