Omelie 2021 di don Giorgio: PRIMA DI QUARESIMA

21 febbraio 2021: PRIMA DI QUARESIMA
Is 57,21-58,4a; 2Cor 4,16b-5,9; Mt 1-11
La liturgia definisce momenti “forti” l’Avvento e la Quaresima: dunque, due periodi liturgici ricchi di intensità interiore per una fede profonda e per un impegno coerente e essenziale.
Fede profonda o contemplativa
Che significa anzitutto fede profonda?
Prima che ritualismo, la fede è interiorità, il che significa che è contemplazione del Mistero più puro e più divino.
A noi sembra già tanto pregare e meditare, che è solo una premessa, e come tale dovrà portare alla contemplazione del Mistero divino. Se non portano alla contemplazione, la preghiera e la meditazione servono a poco, anzi si fermano alla porta: sì, in effetti è così.
Purtroppo, la nostra vita cristiana è rimanere sulla soglia: ci manca la gioia di entrare in casa o nel regno di Dio. E può succedere che più preghiamo usando formule ritualistiche, o più ci leghiamo alla meditazione, e più rimaniamo sull’uscio di casa.
Che delusione se fosse così! Solo la contemplazione ci permette di varcare la porta o la soglia o l’uscio per entrare nel Mistero divino.
Mi viene sempre in mente l’episodio di quel vecchietto, che veniva spesso in chiesa e rimaneva a lungo a guardare il tabernacolo. A chi gli chiedeva: “Che cosa di bello chiedi al Signore?”, rispondeva: “Nulla! Io lo guardo e Lui mi guarda!”.
Ecco che cos’è la contemplazione mistica: un incrocio di sguardi, senza dirsi nulla. Senza gesti, senza inchini: tra Dio e l’essere umano. Virus o senza virus, la contemplazione è puramente mistica, ma non avviene tra due esseri umani, ma tra il nostro essere e l’Essere divino.
Dio sa già ciò di cui abbiamo bisogno. Lui ci chiede di contemplarlo nella purezza del nostro essere. Che bellezza! Che semplicità! Che gioia!
Stupidamente la Liturgia ci chiede un segno di pace con gli sguardi, quando i nostri occhi non sono puri, ma riflettono solo carnalità, e poi la stessa Liturgia impone tra noi e Dio un legame idolatrico.
Impegno coerente e essenziale
La Quaresima ci chiede inoltre un impegno coerente e essenziale. Anche qui, non si tratta di fare qualche fioretto. Si tratta invece di fare la cosa più necessaria: staccarci dal superfluo, ma in modo radicale, non momentaneo.
Quanta ipocrisia! Ci si illude di vivere bene la Quaresima, facendo qualche fioretto, che, appena terminata la Quaresima, svanisce nel nulla.
Impegno essenziale significa puntare sul distacco per togliere ciò che non è essenziale, un distacco però radicale, che va oltre la Quaresima.
A ogni Quaresima togliere qualcosa di troppo, e così di anno in anno ci si purifica nello spirito, riscoprendo via via la strada della libertà interiore.
Il brano evangelico delle tentazioni
Ora, quale riflessione sul brano del Vangelo, ovvero sul racconto delle tentazioni di Gesù. Diciamo subito che non è una pagina da prendere alla lettera per non cadere nel ridicolo. Tutto è avvenuto nell’animo o nello spirito di Cristo. Nulla dunque di esteriore, nulla dunque di carnale. Il racconto va letto in senso spirituale. Solo così assume un senso sempre attuale, che riguarda ciascuno di noi.
Qualche esegeta parla di un racconto che sintetizza le prove a cui Cristo ha dovuto affrontare nel suo ministero pubblico. In altre parole, tutta la vita pubblica di Cristo è stata una prova, così è da intendere la parola tentazione, che di per sé non ha un senso negativo. Anche Cristo è stato soggetto a tentazioni, ovvero a prove, tanto più che a tentarlo, ovvero a metterlo alla prova era il Padre celeste.
Quindi, più giusto sarebbe parlare di prova da parte del Padre, più che da parte del Diavolo. Non dimentichiamo ciò che è successo nell’Orto degli Ulivi e soprattutto sulla Croce, quando Gesù, recitando le prime parole del Salmo 21 (o 22), grida: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
Sentirsi abbandonati dal Padre: questa è la vera prova del Figlio, questa è la vera prova di ogni credente. Qui il Diavolo non c’entra nulla!
Gli evangelisti fanno notare una cosa interessante: dopo il battesimo è lo stesso Spirito santo che porta Gesù nel deserto. Matteo usa il verbo “condurre, Luca il verbo “guidare”, Marco addirittura usa il verbo “sospingere”.
Non è paradossale? Lo Spirito santo spinge Gesù nel deserto, e qui affronta il Tentatore, il quale sembra agire in nome del Padre celeste, citando la stessa Parola di Dio, a cui Cristo risponde citando altri passi della Bibbia.
Due modi diversi di leggere la Bibbia. Tutto si gioca sulla parola di Dio.
Anche qui non sembra paradossale che Cristo, il Logos, ovvero la Parola incarnata, affronti la prova su se stesso, Parola del Padre?
La prova si svolge in tre momenti, che non sono separati tra loro: il momento del pane che soddisfa la pancia, il momento del miracolismo spettacolare o momento taumaturgico, e infine il momento del potere dell’avere.
Tutto sul piano di una carnalità portata agi estremi: trasformare le pietre in pani, buttarsi già dal pinnacolo del tempio e possedere tutti i beni materiali della terra.
Tutto parla avere, possedere, apparire, idolatrare.
Ma il popolo si inganna, ingannato dalla sua stessa imbecillità: pretendere che una pietra si trasformi in pane, chiedere miracoli dai giocolieri più populisti, genuflettersi davanti ai ricconi più farabutti e ladri.
In realtà, tutto avviene non in modo spettacolare, ma nella apparente normalità di una esistenza che è una prova originata dallo stesso Dio che sembra talora divertirsi nel denudare la stupidità di figli che si sono ridotti a giocattoli di se stessi.
Almeno capissimo che le prove provengono da Dio! No, tutto viene come scaricato sul Diavolo, secondo la religione origine di tutto il male.
La Chiesa dovrebbe dirci che le vere prove o tentazioni provengono da Dio stesso. Solo così impareremo a comprendere che Dio ci vuole figli maturi, coscienti, pronti a essere se stessi.

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