«Frustate e bastonate per aumentare il ritmo di lavoro»: la denuncia choc di un operaio

da Il Corriere della Sera
LECCO

«Frustate e bastonate

per aumentare il ritmo di lavoro»:

la denuncia choc di un operaio

Il 40enne, dipendente di un’azienda del Lecchese: «Il responsabile del personale ha afferrato una verga di plastica e ha iniziato a colpirmi. So di non essere l’unica vittima». Indagano i carabinieri
di Barbara Gerosa
«Ha afferrato una verga di plastica e ha iniziato a frustarmi. Un colpo mi ha colpito in pieno viso, lasciandomi un profondo solco sul volto e un ematoma sotto un occhio. Non riuscivo a credere a quello che stava accadendo. C’erano stati altri episodi di intemperanze verbali e minacce, ma il capo non era mai arrivato a tanto. Solo dopo ho scoperto, secondo quanto mi hanno riferito alcuni colleghi, che io non ero stato l’unica vittima». A raccontare cosa accadeva in azienda un operaio quarantenne di una piccola impresa Lecchese attiva nel settore delle materie plastiche. Quando un dipendente non faceva il proprio dovere, il responsabile del personale usava un bastone per incentivare la produzione. Non una storia di sfruttamento risalente a fine Ottocento, ma la denuncia raccolta nei mesi scorsi dall’ufficio vertenze della Cisl Monza Brianza Lecco.
«La pratica è aperta, stiamo procedendo con le verifiche del caso – misura le parole Stefano Goi, responsabile del servizio -. La persona che si è rivolta a noi è stata l’unica che ha trovato il coraggio di esporsi mettendo a rischio il posto di lavoro, che poi in effetti ha perso, ma il sospetto è che fosse una pratica diffusa. Ce lo dice l’esperienza di tanti anni: chi arriva ad usare le mani con i sottoposti l’ha già fatto in precedenza». Accertamenti sono in corso da parte dei carabinieri a cui l’operaio, un passato di lavoro interinale e le speranze di un posto fisso andate in fumo sotto le frustate del padrone, ha presentato denuncia dopo aver fatto ricorso alle cure del pronto soccorso.
«A causa delle lesioni riportate non ho potuto lavorare per quaranta giorni – spiega l’uomo, che chiede di mantenere l’anonimato fino a quando le cause civili e penali non arriveranno a sentenza -. Lo faccio per tutelare me, ma anche i miei colleghi che non sono riusciti a ribellarsi alle angherie. Penso che umiliarsi e sopportare tutto non possa essere la ricetta giusta per conservare lo stipendio. Ci sono testimoni che hanno assistito alla scena, nel mio caso un episodio singolo. Ma nei giorni precedenti una dipendente sarebbe stata spinta contro una porta e mi hanno riferito anche di un collega scaraventato contro un tavolo. Nessuno però ha presentato denuncia».
Ci sono i condizionali d’obbligo, fino a quando l’iter sindacale e giudiziario non potrà dirsi concluso, in questa storia che sembra però richiamare il clima di terrore instaurato all’interno della ditta di Mandello del Lario Gilardoni Raggi X dall’allora titolare Maria Cristina Gilardoni. L’indagine della squadra mobile è sfociata in un processo ancora in corso. «Rientrare in fabbrica dopo quanto accaduto era impensabile. Mi sono dimesso per giusta causa – aggiunge il quarantenne -. Inutile dire che l’azienda, dove lavoravo da un anno, non l’ha riconosciuta, altrimenti avrebbe dovuto ammettere le proprie responsabilità. Così adesso mi trovo senza l’assegno di disoccupazione. Ho vissuto mesi terribili, il trauma psicologico è stato fortissimo. Ma non mi pento di quanto fatto. Sfruttati, sottopagati e trattati male: non deve più accadere. Bisogna trovare la forza di ribellarsi».
«Purtroppo è solo una delle tante storie che raccogliamo quasi quotidianamente -conclude Stefano Goi -. Con la scusa della crisi sono sempre più le imprese che non pagano gli stipendi, che pretendono dai lavoratori prestazioni oltre quanto previsto dai contratti o che si lasciano andare a comportamenti inqualificabili. E guai a opporsi o a parlare con i sindacati. La minaccia è sempre la stessa: chi denuncia, perde il posto».

 

1 Commento

  1. Patrizia ha detto:

    Se fosse vera una cosa del genere sarebbe allucinante.
    Ma mica per tenersi un posto di lavoro, ci si può far calpestare nella dignità.
    Ma che cavolo stiamo diventando, un popolo di conigli?

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