Omelie 2017 di don Giorgio: TERZA DOPO L’EPIFANIA

22 gennaio 2017: TERZA DOPO L’EPIFANIA
Es 16,2-7a.13b-18; 2Cor 8,7-15; Lc 9,106-17
Per correttezza premetto che alcuni spunti per questa omelia li ho presi dal commento ai brani di oggi di don Angelo Casati. Prendere spunti, comunque, non significa, tanto per chiarire, che faccio copia e incolla: gli spunti possono essere utili, ma come stimoli per approfondire ulteriormente la parola di Dio, anche con delle riflessioni personali.
Ci manca sempre qualcosa, ovvero siamo mendicanti
Martin Lutero, poco prima di morire, ha tracciato alcune parole su un biglietto. Sono state trovate sul suo scrittoio: “Siamo mendicanti, ecco la verità”.
Forse intendeva dire che tutti dipendiamo da qualcosa o da qualcuno. Nessun essere umano è talmente autosufficiente da poter dire: “Basto a me stesso! Ho tutto ciò che può bastare per vivere”. La storia ci insegna tante cose, tra cui una verità che purtroppo dimentichiamo: oggi siamo in piedi, sani belli e felici, e domani saremo per terra. Oggi abbiamo, e domani la stessa presunzione ci spoglierà di ogni nostro bene. Ma succede che vogliamo ancora di più e ciò porterà inevitabilmente alla rovina.
Il vero male moderno non è la povertà materiale, ma la povertà morale: abbiamo, ma non siamo, abbiamo cose ma siamo poveri di realtà spirituali. E la politica contestataria o populista non fa che aggravare la povertà morale. La stessa religione è indecisa tra il corpo e lo spirito, intendendo per spirito l’anima da salvare. Ma che cos’è l’anima per la Chiesa? E che significa salvarla: da chi o da che cosa, in vista di chi o di che cosa? Si parla e si straparla di anima, ma non si rinuncia ad accarezzare la pancia della gente, con feste culinarie o altro.
“Siamo mendicanti, ecco la verità”. Ma medicanti di che cosa? Già dire cosa ci porta lontano dalle esigenze dello spirito che ha fame e sete di una realtà, che è tutt’altro che qualcosa, perché è l’Infinito divino. Lo spirito ama lo Spirito.
Oggi dire “mendicante” è offensivo, preferiamo parlare di precariato, ma nel suo aspetto di ingiustizia sociale materiale. Eppure la parola “precario” deriva da “prex”, ovvero preghiera. Precario di per sé è colui che prega, colui che supplica, colui che si sente bisognoso, perché gli manca qualcosa.
Siamo per natura mendicanti o precari, e se siamo autosufficienti o boriosi o presuntuosi o superbi è perché andiamo contro la nostra stessa natura di precariato. Nasciamo precari, e moriremo precari. Più ci apriamo allo spirito, più sentiamo bisogno d’infinito. Ma qui siamo in un altro campo, che purtroppo sembra inaccessibile all’uomo di oggi, che vive totalmente alienato, fuori di quel sé che è la sorgente della vita.
Mancanza di acqua, di vino, di cibo, di risorse e di pane 
Domenica scorsa, i brani della Messa avevano parlato della mancanza dell’acqua per il popolo ebraico accampato davanti alla roccia e della mancanza del vino al banchetto di nozze in Cana di Galilea. Oggi il libro dell’Esodo parla della mancanza del cibo nel deserto per il popolo in cammino verso la terra promessa; inoltre, la lettera dell’apostolo Paolo ci ricorda l’indigenza materiale della chiesa madre di Gerusalemme, mentre il Vangelo  ci ripropone il miracolo della moltiplicazione dei pani.
Forse oggi parleremmo di altre mancanze, ben più gravi sotto un certo punto di vista, ed è la mancanza di libertà, pur disposti ancora ad essere schiavi ma satolli, come era successo per il popolo ebraico nel deserto, che si era pentito di essere stato liberato dalla schiavitù dell’Egitto, dove c’era la pentola sempre piena di carne. Tra parentesi, l’espressione “rimpiangere le cipolle d’Egitto” deriva dal libro dei Numeri (11,5): «Ci ricordiamo dei pesci che mangiavamo in Egitto gratuitamente, dei cetrioli, dei cocomeri, dei porri, delle cipolle e dell’aglio. Ora la nostra gola inaridisce…».
Meglio tutto gratis, anche se schiavi, piuttosto che soffrire per guadagnarsi il pane nella libertà o nella democrazia. Anche oggi è così. Non è cambiato nulla. L’uomo non vuole proprio capire che la libertà e la democrazia hanno i loro costi. No: tutto e subito, anche al prezzo della nostra coscienza.
Manna, man-hu: che cos’è?
Prima dicevo che l’essere umano è per sua stessa natura un mendicante: mendicante di acqua, di pane, di saggezza, di libertà, di valori spirituali, ma è anche mendicante di interrogazioni. Ci poniamo ogni giorno tante domande. E guai se non le ponessimo!
Nel primo brano c’è un particolare interessante: gli israeliti, alla vista di “quella cosa minuta e granulosa, minuta come è la brina sulla terra”, si chiedono: “man-hu?”, ovvero “che cos’è?”. Ecco la domanda: una domanda che dovrebbe allargarsi su tutto il creato, su ogni evento della storia, per scoprire, al di là di ciò che dicono i sensi, il significato profondo delle cose. Che cos’è? L’uomo moderno risponde con i sensi, o, meglio, lui non risponde, sono i sensi a rispondere per lui. Se usasse, oltre ai sensi e all’intelletto, il terzo occhio, come direbbe Raimon Panikkar, ovvero l’occhio contemplativo o mistico, saprebbe trovare autentiche risposte.
Ogni cosa è un dono, ovvero è gratuità
L’occhio contemplativo o mistico ci porta a scoprire che ogni cosa è un dono, ovvero è gratuità. Noi credenti siamo faciloni nel parlare di doni di Dio, come se fossero qualcosa di esterno alla realtà creata. Ogni realtà è sacra, nel suo essere più profondo, ovvero rispecchia la gratuità divina. I sensi non ci aiutano, e neppure talora l’intelletto, ma occorre il terzo occhio: quello mistico.
Ogni cosa è per tutti, e non è accumulabile  
Ascoltiamo le disposizioni di Mosè per quanto riguarda il raccolto della manna: «Raccoglietene quanto ciascuno può mangiarne, un omer a testa, secondo il numero delle persone con voi. Ne prenderete ciascuno per quelli della propria tenda». Ciò che veniva preso in più del necessario, imputridiva. Se fosse così per gli accumuli dei ricchi e dei potenti! Ma prima o poi la storia ce lo insegna: chi vuole troppo, cade nella fossa che lui stesso si è scavato. Lo stesso peso dei beni accumulati (capitalizzati) schiaccia chi li possiede. Non invidio chi ha troppo, ma lo detesto perché toglie il diritto ad un altro ad avere ciò che è suo per vivere. È una vergogna che ancora oggi ci sia un tale squilibrio tra i beni da creare quelle disuguaglianze sociali che tutti vediamo, condanniamo e che poi in realtà noi stessi procuriamo con quel volere più del necessario, che fa dimenticare il dovere di rispettare i diritti altrui.

 

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