Omelie 2015 di don Giorgio: Quinta Domenica di Quaresima

22 marzo 2015: Quinta di Quaresima
Dt 6,4a.20-25; Ef 5,15-20; Gv 11,1-53
A parte la risurrezione di Cristo, nei Vangeli troviamo tre miracoli di risurrezione: Gesù ridà la vita a una fanciulla, figlia di Giàiro, capo della sinagoga (miracolo raccontato dai tre sinottici); inoltre, Gesù restituisce la vita a un ragazzino, figlio di una vedova di Nain (solo Luca racconta questo miracolo); infine, c’è la risurrezione di Lazzaro, che è il racconto del Vangelo di oggi, presente solo nel vangelo di Giovanni.
Già vorrei farvi notare la predilezione di Gesù verso i piccoli, ovvero verso coloro che sono all’inizio della vita. Tutti siamo attaccati a questa vita, anche noi anziani, ma se Dio dovesse concedere qualche anno in più, i privilegiati non dovremmo essere noi, ma i più piccoli. Ma c’è un’altra domanda: noi adulti quanto spazio vitale diamo ai bambini? Non è che talora li soffochiamo con le nostre pretese di adulti al tramonto?
Anche se ciascun evangelista ha un proprio criterio nella scelta dei miracoli compiuti da Gesù, tuttavia possiamo lecitamente chiederci come mai i tre sinottici, che hanno messo per iscritto il loro Vangelo decenni e decenni di anni prima di Giovanni, abbiano ignorato la risurrezione di Lazzaro.
L’apparente dimenticanza può essere risolta in questo modo. Giovanni, alla fine del suo Vangelo, scrive: «Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere». Inoltre, c’è da dire questo: Giovanni non ha parlato delle altre due risurrezioni, ma ha scelto la risurrezione di Lazzaro, seguendo il solito criterio della ricca simbologia che un tale miracolo poteva offrire. Già l’abbiamo visto a proposito del miracolo di Cana, dell’incontro con la Samaritana e del miracolo del cieco nato.
Tuttavia, dobbiamo riconoscere che nei tre miracoli c’è qualcosa che li accomuna. Vediamo.
Si parla di “sonno”. A proposito della figlia di Giàiro, Gesù dice ai parenti e agli amici: «Non piangete. Non è morta, ma dorme». Così, quando gli annunciano che Lazzaro è morto, esclama: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Anche i discepoli intendono la parola “sonno” nel senso comune, e gli dicono: «Signore, se si è addormentato, si salverà». C’è di più. Gli evangelisti usano il verbo “alzare” per indicare il gesto di Gesù che restituisce la vita. Alla figlia di Giairo, dà un ordine: «Fanciulla, io ti dico: Alzati!».  Così, al figlio della vedova di Nain: «Ragazzo, dico a te: alzati!». Gli studiosi fanno notare che si tratta dello stesso verbo usato poi dagli evangelisti per indicare la risurrezione di Cristo.
Pensiamo a quanti significati può assumere il verbo “alzare” o “alzarsi”. Capitano a tutti momenti di stanchezza, di delusione, di abbattimento e di crisi: la prima cosa che si fa è sedersi, restare fermi, immobili. Che ci aspetteremmo? Che qualcuno ci dicesse: “Alzati, torna a vivere”! L’atteggiamento del risorto, del rinato, è quello di tornare in piedi, di riprendere a camminare. Immaginate un ragazzino o una ragazzina che non si agita più, non si muove, non cammina, non corre? Immaginate un giovane bloccato da uno stato di passività, di inerzia. Non parlo tanto in senso fisico, quanto in senso spirituale.
Ecco, forse Gesù direbbe a migliaia o a milioni dei ragazzi di oggi: “Alzatevi! Dov’è la vostra vita, la vostra esuberanza, la vostra vitalità?”. E per esuberanza e vitalità non s’intende correre all’impazzata o come una trottola, agitarsi sotto l’effetto di qualche eccitante, scontrarsi con il nulla. Talora sento dire: “La gioventù di oggi è come una massa di zombie, di spettri, di cadaveri ambulanti”. Forse in parte è vero. Gesù, se fossi qui oggi, spenderebbe tutto il suo tempo a dire: “Alzati, e cammina sulla strada della vita nuova”. Ma che cosa far sì che i ragazzi di oggi mettano in moto le loro migliori energie?
Sulla parola “sonno”, usata da Gesù, le cose si complicano un po’. Gli antichi parlavano di uno stato “pre-morte”, ovvero precedente la morte in senso fisico. D’altronde, Gesù non poteva ignorare la concezione che quelli del suo tempo avevano della vita. Dunque, in poche parole, non si tratterebbe, nel caso dei Vangeli, di una morte reale, ma solo apparente. Oggi, diremmo: il ragazzino, la ragazzina e Lazzaro non erano ancora entrati definitivamente nell’aldilà, ma stavano per fare il passaggio per raggiungere l’altra sponda. Non so fin dove sia corretto vedere in questo modo i miracoli della risurrezione. Ma una cosa è certa, e su questo i teologi sono tutti d’accordo: lo stato dell’aldiqua è così diverso dallo stato dell’aldilà (che è uno stato di beatitudine eterna, della visione di Dio), che, una volta raggiunto, nessuno poi desidererebbe tornare su questa terra. È come se fossi sul punto di toccare la vetta, e poi, di colpo, mi fermassi e tornassi indietro. D’altro, la risurrezione del fanciullo, della fanciulla e di Lazzaro non ha risolto per sempre i problemi esistenziali. Prima o poi, saranno morti. E la stessa risurrezione di Cristo è stata un’altra cosa: Gesù non è tornato di nuovo sulla terra.
La contraddizione di una certa teologia, ma, diciamo meglio, di una certa Chiesa sta proprio in questo. Da una parte parla dell’aldilà come di qualcosa da attendere con tutta la nostra fede, la nostra speranza, quasi con ansia. Resto sempre impressionato leggendo l’ardente desiderio di Ignazio di Antiochia di andare a Roma e di morire martire, tanto da supplicare caldamente i cristiani a non intercedere per la sua salvezza: «Lasciate che io sia pasto delle belve; per mezzo delle quali mi sarà possibile raggiungere Dio. Sono il frumento di Dio, macinato dai denti delle fiere, per diventare pane puro di Cristo». E, dall’altra parte, la Chiesa fa di tutto per ritardare il nostro incontro con il Signore, prolungando la vita eterna oltre la legge stabilita dalla natura. Pensate alla polemica attorno al testamento biologico.
Il cuore del racconto di Giovanni sono le parole: «Io sono la risurrezione e la vita». “Io sono”: è la definizione stessa di Dio. Dio “è” la risurrezione e la vita. Che significa? Che già in questa vita Dio ci dice: “Io sono”. Già nel nostro vivere su questa terra, corto o lungo che sia, c’è la risurrezione. Il vero miracolo non è la restituzione della vita terrena, o il suo prolungamento, ma vivere in pienezza, sfruttando al meglio quelle risorse divine che ci sono in noi. Non sono gli anni che contano, ma la qualità della nostra esistenza.
Sarebbe interessante soffermarsi anche sulla finale del racconto, quando Gesù grida a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Chissà perché Gesù urla, se Lazzaro era morto! Avrebbe più senso, se Lazzaro si fosse solo addormentato. Il morto esce, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Immaginate la scena! Ed ecco il bello: Gesù si rivolge ai presenti, invitandoli a slegarlo: «Liberatelo e lasciatelo andare!».
Sì, Gesù ci dona e ci ridona la vita, ma tocca a noi togliere tutti quei legami che la rendono impacciata, sterile, passiva. La vita c’è, in abbondanza: il problema è che è quasi bloccata da mille condizionamenti.
Tornando ai ragazzi, il nostro compito di adulti non consiste solamente nel permettere loro spazi vitali da autogestirsi, ma nel togliere il più possibile quei legami negativi che bloccano lo sviluppo delle migliori risorse dei più piccoli. In una società adulta di schiavitù repressive non c’è vita per nessuno. Io sogno un giardino in cui, tolta ogni erbaccia, ogni zizzania, ogni radice di male, ogni struttura aberrante, si possa poi dire ai ragazzi: “Eccolo, ora è vostro: tocca a voi ricostruire un mondo nuovo!”.

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