Omelie 2018 di don Giorgio: NONA DOPO PENTECOSTE

22 luglio 2018: NONA DOPO PENTECOSTE
2Sam 6,12b-22; 1Cor 1,25-31; Mc 8,34-38
Primo brano: una accurata esegesi
La pagina del Vangelo di oggi merita una particolare attenzione, ovvero, anzitutto, una esegesi del brano di Marco, inserendolo nel contesto. Esso segue la prima predizione da parte di Gesù della sua morte di croce e della sua risurrezione.
Ma chi è colui che si ribella, scandalizzato, a questo annuncio?
Proprio lui, Pietro, appena investito del suo ruolo di roccia su cui verrà fondata la nuova Chiesa di Cristo, si vergogna di un Messia sofferente, destinato a supplizio di malfamati, e tenta di far desistere il Maestro da quella “stoltezza”, di cui parlerà anche il brano di Paolo contrapponendola alla “sapienza” di Dio.
E il Maestro come reagisce di fronte alla richiesta, quasi un ordine, di Simon Pietro?
“Vade retro, satana”
Prima di rispondere, una premessa. I Vangeli sono stati scritti in aramaico, poi tradotti in greco. Il testo aramaico è andato perduto, per cui il testo che abbiamo è quello greco, ed è il testo greco che è ispirato da Dio. Per cui dobbiamo rifarci al testo greco per comprendere meglio il significato delle parole, delle espressioni contenute nei Vangeli. Il latino è una traduzione dal greco. Le successive traduzioni (in italiano, in francese, ecc.) sono state fatte, inizialmente, sul testo latino. Oggi le cose sono un po’ diverse: le traduzioni che leggiamo sono fatte sul testo originale greco.
Detto questo, torniamo alla domanda: come Gesù reagisce alla richiesta di Pietro di desistere dall’affrontare la passione e la morte?
Le parole in greco tradotte letteralmente dicono:  “Seguimi dietro a me”. Che significano? Non dimentichiamo anzitutto che Gesù, quando chiamava gli apostoli a far parte del gruppo dei Dodici, diceva: “Seguitemi”. Non diceva: “accompagnatemi, statemi di fianco”, ecc. No, diceva loro: “Seguitemi!”, ovvero “venite dietro a me”.
Non solo i rabbini, anche i maestri presso le altre religioni stavano sempre davanti ai loro discepoli, non solo quando passeggiavano insieme, ma in quanto loro, i maestri, aprivano le strade della sapienza. Ecco perché nei Vangeli troviamo che Gesù, quando camminava con i suoi discepoli, talora si fermava, e, voltandosi, narrava una parabola o altro.  Dunque, Gesù era davanti, mentre i discepoli stavano sempre dietro a lui.
Con Pietro che cosa era successo? L’Apostolo si accosta a Gesù, quasi lo supera, e lo rimprovera. Gesù risponde in modo deciso: “Torna al tuo posto, dietro a me”. Quasi a dire: Sono io il Maestro, e tu sarai sempre mio discepolo: il tuo compito è seguirmi!
Poi gli dice: “Tu sei un diavolo, satana! Ovvero mi sei di ostacolo”.
“Rinneghi se stesso”
Ed è qui che si inserisce il brano di oggi. Gesù approfitta dell’atteggiamento di Pietro per dare una bella lezione a tutti i discepoli. Adesso le parole del Maestro ci sembrano più chiare: «Se qualcuno vuol venire dietro a me (notate: dietro a me!), rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».
I grandi Mistici ricordavano spesso queste parole di Gesù (rinnegare se stessi), che poi erano un richiamo del grande pensiero filosofico greco.
Ma che significa “rinnegare se stessi”? A pensarci bene, sono parole sconvolgenti, paradossali, quasi disumane. Eppure, rappresentano il cuore della nostra libertà interiore.
Ma attenzione: purtroppo, una certa ascetica religiosa, soprattutto nel campo cattolico, ha visto in queste parole di Gesù quasi un rinnegamento della propria personalità o del proprio essere, un annientamento totale che comportava anche sacrifici corporali fuori posto, da parte di gente esaltata. E così si è dimenticato il vero significato delle parole di Cristo: rinnegare se stessi significa eliminare la prepotenza o il primato di quell’io (o ego) che è il vero male che boicotta la nostra libertà interiore. I grandi Mistici medievali parlavano dell’ego come “amor sui”, in contrapposizione all’amore per il proprio spirito interiore.
L’ego o “amor sui” fa da filtro, che non permette al proprio essere interiore di entrare in contatto con il mondo del Divino. In altre parole, il nostro essere interiore viene coperto da un mucchio di cose inutili e dannose che vanno a scapito della nostra libertà interiore.
Ecco allora il senso di quel “rinnegare se stesso”, che è perciò un atto liberatorio, un’azione di purificazione, e non invece una mortificazione negativa fine a se stessa.
I Mistici medievali parlavano di distacco, e nel distacco essi vedevano tutto un lavoro di eliminazione dell’inutile, del superfluo, del dannoso, di tutto ciò che l’ego, o l’amor sui, l’amore di se stessi, produce a danno della nostra libertà interiore, che invece vive di essenzialità, come è essenziale lo Spirito di Dio.
Il filosofo greco Platone nella sua opera Fedone dà voce al suo grande maestro Socrate, e gli fa dire che la filosofia è un “esercizio di morte”: i filosofi sono coloro che si esercitano a morire. In che senso?
La filosofia ci esercita a morire a tutto ciò che danneggia il nostro mondo interiore, e quindi diventa un esercizio per la vita. Lo dirà anche Cristo: “Se il chicco di grano non cade in terra e non muore, rimane solo; se invece muore, porta molto frutto”.
“Chi vuole salvare la propria vita, la perderà”
Ed ecco le altre parole di Gesù: “Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà”.
Anche qui, attenzione alle parole. In greco per indicare vita c’è il termine “bios” (da qui biologia, ecc.). Gesù, invece, usa il termine “ψυχὴ”, psuchè, che significa anima come psiche, sede dei sentimenti, delle passioni, dei voleri che non sono ancora del tutto purificati, ma appartenenti più al corpo che allo spirito.
Secondo la tripartizione filosofica classica, per cui siamo composti di corpo, di anima (psiche), e di spirito, è chiaro allora l’intento di Gesù: occorre staccarci anche dall’anima (dalla psiche), se vogliamo salvare il nostro spirito, dove risiede la nostra vita e la nostra libertà. Forse bisognerebbe avere idee chiare anche sui termini che usiamo, e dare loro il significato che hanno.
Ma una cosa è chiara: la nostra salvezza sta nel nostro mondo interiore, che va ogni giorno purificato dall’eccedenza, dal superfluo, dall’inutile. E qui il discorso si farebbe lungo.

 

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