Omelie 2013 di don Giorgio: Quarta domenica dopo il Martirio di S. Giovanni Battista

22 settembre 2013: Quarta dopo il Martirio di S. Giovanni

Pr 9,1-6; 1Cor 10,14-21; Gv 6,51-59

Il primo brano della Messa è tolto dal libro dei Proverbi. Diciamo anzitutto che il termine “proverbio” è composto di due parole: pro, che vuol dire davanti, e verbum, che significa parola. Quindi, i proverbi sono parole o motti, solitamente brevi, di larga diffusione e antica tradizione, che esprimono avvertimenti che riguardano il nostro vivere umano. Per la loro forma talora stringata e incisiva, rimangono impressi nella mente e nella memoria, e si tramandano nel tempo: sono per lo più frutto della saggezza popolare.
Il proverbio “costituisce, scrive Ravasi, un fenomeno comune a tutte le culture e alle tradizioni popolari: sono schegge di riflessioni e osservazioni legate a formule lapidarie, spesso rimate, desunte dall’esperienza concreta quotidiana e trasformate in lezioni di vita. In seguito il suo significato fu esteso, venendo ad indicare anche le sentenze più colte, elaborate dai sapienti in forma poetica attraverso la tecnica del parallelismo: lo stesso tema è ripreso due o più volte da angolature diverse, non di rado antitetiche”.
Il libro dei Proverbi è una raccolta appunto di proverbi, ordinati secondo varie collezioni, sorte in tempi differenti. Contiene non solo proverbi popolari, ma anche aforismi, enigmi e brevi poemi. Come potete dunque constatare, si tratta di un libro complesso. È stato attribuito in modo fittizio al famoso re Salomone, forse per dare più prestigio al libro, in realtà gli autori, sapienti e maestri di professione, sono molteplici, vissuti in epoche diverse, per cui è difficile stabilire la data della sua composizione.
I proverbi, dunque, contengono tanta saggezza popolare, nella Bibbia sono anche illuminati dalla sapienza divina. Acquistano dunque una maggiore credibilità, autorevolezza. Nel primo capitolo, entra in scena la Sapienza stessa, presentata come persona che diventa maestra in pubblico.
La Liturgia ci presenta come primo brano della Messa i primi versetti del nono capitolo. Torna la Sapienza personificata. La Donna Sapienza (questo dovrebbe fare onore alla donna, così maltratta nei secoli, e ancora oggi) viene raffigurata sullo sfondo di un edificio perfetto (si parla di “sette colonne”), da alcuni studiosi pensato come un simbolo del tempio. Questa donna straordinaria e sapiente che cosa fa? Imbandisce la sua mensa, fatta di cibi semplici e fondamentali, come il pane e il vino. Il banchetto, nella Bibbia, è spesso simbolo della salvezza donata da Dio o della sua alleanza offerta gratuitamente. Quando siamo invitati a cena da amici, non è che dobbiamo pagare o portare un’offerta. Forse oggi abbiamo perso anche questo aspetto della gratuità. Ci sentiamo quasi in obbligo di portare qualcosa in contraccambio. E poi si creano esigenze reciproche che non finiscono mai.
Anche la parola di Dio viene presentata come nutrimento. Ricordiamo il passo del Deuteronomio (8,3), dove si dice: “l’uomo non vive di solo pane, ma… vive di quanto esce dalla bocca del Signore”. Così risponderà Gesù al demonio nel deserto che lo aveva invitato a trasformare le pietre in pane. Mangiare il pane e bere il vino preparati dalla Donna Sapienza significa quindi accogliere i suoi insegnamenti. Nella tradizione cristiana, il banchetto della Sapienza è stato letto come immagine dell’Eucaristia, sulla base della convinzione che Gesù Cristo è la vera Sapienza. Vedete come un brano possa essere letto in diverse maniere.
La Sapienza, dunque, imbandisce un banchetto, e invita poi i convitati. Ma chi sono questi convitati? Sono i più semplici e gli inesperti, addirittura analfabeti (“privi di senno”). Perché invita queste persone? O, meglio, che significato dare alla parola “inesperto”, “privo di senno”? La Sapienza si rivolge a coloro che sono disposti ad ascoltarla. A che servirebbe invitare gente che è sorda, che non è disposta ad ascoltare? Ne varrebbe la pena? Quante volte Gesù se l’è presa con gli scribi e i farisei, con i dotti del suo tempo, proprio perché erano sordi, ciechi, ottusi, chiusi nel loro mondo! La Sapienza è maestra e educatrice. Se accettiamo di partecipare al banchetto, è perché dobbiamo essere disposti a nutrirci del suo pane. La Sapienza non offre un pane qualsiasi: essa è il vero pane. Capite allora le parole di Gesù, che abbiamo sentito nel Vangelo di oggi. Che cosa dice Gesù? “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.
Queste parole fanno parte del famoso discorso sul pane, tenuto a Cafarnao, dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani. Gesù spiega alla folla il senso di quel miracolo. Parole che sconvolgeranno gli stessi discepoli. Tanti lo abbandoneranno, dicendo: “Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?”. Una volta che hanno mangiato il pane gratis, quello moltiplicato da Gesù, e si sono riempiti la pancia, non vogliono ascoltarlo più. Talora mi chiedo se la gente sia più disposta ad ascoltare una buona parola, quando è povera, anche materialmente, oppure con la pancia piena. È più difficile nutrire l’anima, quando uno è già sazio di cose. Noi occidentali non siamo più disposti ad ascoltare la parola di Dio, anche se, con la crisi ancora in corso, forse dovremmo rientrare dentro di noi, e riflettere su tante cose. Il ben-avere, che non corrisponde al vero ben-essere, ci ha tolto la sete dell’infinito. Infinito: parola grossa! Basterebbe restare al suo significato più ovvio: di qualcosa che non è finito, che non ha confini, di qualcosa che va oltre, di qualcosa che ci fa sognare oltre quel recinto del nostro orticello che, a furia di rimanerci dentro tranquilli, ci ha tolto il domani, ci ha prodotto solo ansie alla prima tempesta.
Talora mi chiedo anche: se neppure Gesù è riuscito a farsi capire, nonostante che fosse il Figlio di Dio, la Parola incarnata, noi poveri mortali che cosa pretendiamo da una società che, dopo due e più mille anni di cristianesimo, è rimasta ancora al pezzo di pane, da ricavare perfino dalle pietre? Stavo per dire: dal creato, sì perché saremmo disposti a vendere il nostro habitat naturale, senza pensare poi a come potremmo vivere, pur di sfamare le nostre esigenze, che talora e spesso vanno oltre il dovuto, il necessario, l’indispensabile. Abbiamo rovinato l’ambiente per ville rimaste poi chiuse, per doppie case, per sfamare la nostra sete mai spenta di quel di più che, se lo mettiamo sulla bilancia, toglie il diritto ad un altro di avere il suo necessario.
“Questo discorso è duro!”, mi sento talora dire. Perché dovrei prendermela, quando lo stesso Cristo è stato abbandonato dai suoi discepoli? Eppure poteva compiere un altro miracolo, oltre la moltiplicazione dei pani: aprire quelle teste dure di comprendonio contro cui già i profeti dell’Antico Testamento si erano scagliati. Ma un conto è un pezzo di pane da moltiplicare, un conto è avere a che fare con gli esseri umani. In un certo senso è colpa anche di Dio, che ci ha creati liberi, perciò capaci, se vogliamo, di ribellarci al suo disegno, e capaci di auto-distruggerci con la nostra stoltezza.
Tornando al primo brano, la Donna Sapienza manda le sue ancelle a proclamare agli invitati: “Abbandonate la stoltezza, e vivrete!”. Qualcuno traduce diversamente: “Abbandonate la vostra inesperienza o le vostre fanciullaggini”. Bisogna uscire dall’infanzia, o dalla immaturità perenne. È l’ora del risveglio, dell’assumersi le proprie responsabilità. È vero che Gesù ha detto di essere come “bambini”,  ma ciò non significa rimanere perennemente infanti, ovvero senza voce, senza parola. Mi pare che il laicato, ancora oggi, sia rimasto in questa fase: non ha ancora capito in che cosa consista il suo diritto alla parola: a quella Parola che salva, che libera, che ci prende cuore e corpo. È l’ora della maturità. La Chiesa è anzitutto il Popolo di Dio che ascolta la Parola, e che la realizza, ciascuno nel suo campo specifico. Un popolo di parole parlanti, e non tanto di parole parlate. Noi stessi dovremmo essere parole parlanti, che dicano qualcosa di buono, senza paura, con quella “parresia” che, come diceva il cardinale Martini, è il coraggio della verità, il coraggio della testimonianza della verità.
Ma abbiamo paura: paura di che cosa? Forse di noi stessi, forse di perdere la faccia, forse di essere derisi. Non fa piacere a nessuno essere messo alla berlina, ma ciò non fa parte della “parresia”, ossia del coraggio di dire la verità, tutta la verità in faccia a tutti, di destra e di sinistra, e nel campo della nostra fede? Che cos’è la fede? Non è forse credere nella Verità, amare la Verità, testimoniare la Verità? Che fede è mai quella che nasconde la Verità o la dice per metà, secondo opportunismi che stridono con il Vangelo di Cristo? Più credo, più la Verità si dipana, si svolge da una specie di gomitolo, nella sua interezza e nella sua radicalità.

 

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