Omelie 2017 di don Giorgio: PRIMA DOPO LA DEDICAZIONE

22 ottobre 2017: PRIMA DOPO LA DEDICAZIONE
At 10,34-48a; 1Cor 1,17b-24; Lc 24,44-49a
Più letture, più possibilità di cogliere provocazioni
Capita che, leggendo la prima volta i brani della Messa, vi si trovi poco o nulla di evidentemente e particolarmente interessante, da cui poter trarre qualche riflessione, utile in vista di un progresso nel campo etico o spirituale. Ma capita anche che, rileggendoli una seconda e una terza volta, le considerazioni si affollino a tal punto da metterci nella difficoltà di non sapere quali scegliere.
Prendete ad esempio i brani della Messa di oggi. Dopo averli letti e riletti, possiamo chiederci quale sia la cosa più straordinaria di una parola che, nelle sue diverse sfaccettature, sembra all’inizio qualcosa di inafferrabile, per poi, improvvidamente, scendere nel profondo del proprio essere, e lì aprire orizzonti nuovi, ma a una condizione: che la parola di Dio non rimanga prigioniera di un dogma religioso o, più semplicemente, di un io invadente, ma diventi voce dello Spirito di Dio.
E perché questo succeda, ovvero succeda che sia lo Spirito a parlarci, occorre che ci sia un maestro che, come dice il brano del vangelo di oggi, apra “la mente alla intelligenza delle Scritture”, ovvero di tutto ciò che troviamo nei testi sacri.
Leggere le Scritture sacre in modo superficiale, restando al loro significato puramente letterale, può uccidere lo Spirito. Occorre, dunque, aprire la mente a cogliere la realtà interiore dello Spirito che, se talora usa un linguaggio umano, non vuole però farsi prigioniero delle nostre pur belle parole. L’errore più grave della religione, e della Chiesa, consiste nel codificare lo Spirito divino, il quale però preferisce scrivere, non su pezzi di pergamena o di carta, ma incidere la sua voce nei cuori umani.
“Svuotò se stesso”
Quando faccio queste riflessioni, penso a Gesù Cristo. Giovanni, nel Prologo, parla di Logos che ha assunto un volto umano. Logos in realtà è l’Intelletto divino che, secondo il linguaggio anche realistico e polemico di Giovanni, si è fatto carne, ovvero ha assunto la nostra esistenziale umanità, ma – ecco il punto – non nel senso che il Figlio di Dio ha lasciato la sua divinità, per immedesimarsi radicalmente nella realtà umana.
È vero che l’apostolo Paolo nella Lettera ai cristiani di Filippi (2,7) scrive che «Cristo svuotò se stesso». “Svuotò” traduce il greco ἐκένωσε (ekénose), da cui la parola “kènosis”, che nella teologia della Chiesa cattolica esprime l'”auto-svuotamento” del Logos divino nell’’incarnazione. Paolo continua dicendo: «assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini». E poi l’apostolo scrive: «umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce». Proprio per questo Dio Padre poi lo esalterà con la risurrezione.
Che cosa significa ciò che scrive Paolo? In realtà, si tratta di un inno poetico che girava già nelle celebrazioni liturgiche che l’Apostolo ha ripreso e adattato a modo suo.
Che significa, dunque, che il Figlio di Dio si è svuotato della sua divinità per farsi uomo, carne umana? I teologi tentano spiegazioni, anche affascinanti, ma non sempre convincenti. A me sembra che alcune di queste possono portarci lontano dalla verità.
Secondo il mio modo di vedere e le mie convinzioni, qui si gioca anche la verità del nostro essere, il quale, se è appunto essere nella sua realtà spirituale, non aveva bisogno di un Dio che si facesse carne umana, perdendo addirittura la sua divinità, il suo essere spirituale.
Una interpretazione personale
Il Figlio di Dio non ha rinunciato ad essere Dio per farsi uomo, ma ha riversato tutta la divinità nell’essere umano. Non si è annullato come realtà divina, ma, diventando uomo, ha dato ad ogni essere umano  la possibilità di essere Dio. Se è così, il Figlio di Dio, incarnandosi, ha ridato all’essere umano il suo vero essere, ovvero tutta la sua potenzialità divina, quella realtà divina già presente nell’essere umano quando Dio lo aveva creato “a sua immagine e somiglianza”.
Tutte le religioni, anche quella ebraica, parlano di una forza malefica che si è vendicata del Dio buono, distruggendo la sua creatura nella sua parte migliore, che è il mondo interiore, il mondo dello spirito. Ma questa forza malefica non è qualcosa che agisce al di fuori di noi: l’abbiamo dentro di noi, ed è quell’ego di cui parlano i Mistici, che blocca ogni nostro rapporto con il mondo dello Spirito divino. L’odio verso questo mondo divino non  è altro che l’amor sui, l’amore del proprio ego, che è la lunga manus demoniaca.
In questo senso, la parola “kènosis” assume il suo vero significato di svuotamento, quando ci spogliamo del nostro ego, per disporci liberamente, dentro di noi, alla pienezza del Divino. È dentro di noi che il Logos si rigenera. Più ci svuotiamo di tutto ciò che è esteriore, che fa parte della carne umana, più diventiamo divini.
Dico di più. Nella Genesi, si dice che quando il Signore ha creato l’uomo, lo ha fatto “a sua immagine e somiglianza”. Con Gesù Cristo, non ci basta più essere a immagine e somiglianza di Dio. In Cristo, noi possiamo, se vogliamo, essere della stessa realtà divina. Non siamo solo simili a Dio: siamo Dio! Non certo nel corpo, ma nella realtà del nostro essere più interiore. Non è tanto il Cristo storico, il Cristo carne che ci interessa, ma lo Spirito del Cristo risorto. Il Cristo storico muore sulla morte per sempre, e, mentre muore, dona lo Spirito: il suo Spirito.
Ecco ora alcune domande. La Chiesa che cosa ci ha finora insegnato? Perché ha insistito sul Cristo storico, quasi a giustificare la struttura stessa della Chiesa, che è come un organismo carnale che ha la pretesa di salvare il mondo intero? Sì, la Chiesa parla anche di risurrezione, ma come intende la risurrezione di Cristo?
Ciò che oggi mi sembra ancora grave, una lacuna imperdonabile, è la dimenticanza da parte della Chiesa del mondo interiore dell’essere umano, dove il Cristo mistico o il Logos divino si rigenera. Certo, è difficile parlare di queste verità a credenti che vivono alieni: alienati non solo da questa società maledettamente carnale, ma anche da una Chiesa che ancora oggi non vuol sentire parlare della vera realtà sconvolgente, ovvero che siamo divini, a patto che ci svuotiamo di tutto, anche di ogni mediazione puramente religiosa.

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