Eternit: una sentenza “legale”, ma non “giusta”!

L’EDITORIALE
di don Giorgio

Eternit:

una sentenza “legale”, ma non “giusta”!

La corte di Cassazione ha accolto la richiesta del procuratore generale nel processo Eternit: ha dichiarato la prescrizione e cancellato la condanna a 18 anni al magnate svizzero Stephan Schmidheiny, unico imputato per disastro ambientale.
La sentenza è difficile da commentare, se non con le solite talora ipocrite proteste. Sì, ipocrite, perché si dimentica che bisognava parlare prima, quando la Ditta Eternit era ancora in funzione e tutti sapevano già che l’amianto procurava effetti deleteri, ma nessuno parlava, né da parte dei sindacati né da parte degli operai, per paura di perdere il posto di lavoro. Questa critica l’ho già fatta e la ripeto. Ora tutti all’attacco, tutti protestano, tutti si scandalizzano, tutti si stracciano le vesti. Un copione che si è ripetuto anche per l’Ilva di Taranto: operai che sono scesi in piazza, coi panini del padrone, a protestare contro la chiusura!
Anche oggi i sindacati pensano solo a fare sciopero unicamente per il mondo del lavoro. Ma che cos’è il mondo del lavoro? Solo i posti di lavoro da difendere o da pretendere a tutti i costi?
Si va in piazza per il “proprio” posto di lavoro. Tutto qui il discorso dei sindacati, e qui sta l’unica preoccupazione dei nostri operai. Non ho mai visto uno sciopero per salvaguardare l’ambiente o la salute. E allora, perché non indire uno sciopero per protestare contro una sentenza “ingiusta”, come quella emessa ieri dalla Cassazione che ha prescritto il reato commesso dai responsabili della Ditta Eternit?
Facciamo una scommessa. Se si proponesse uno sciopero contro questa sentenza, tranne naturalmente le persone coinvolte, quanti tra i lavoratori aderirebbero? Quasi nessuno! Scommettiamo?
Ecco perché ce l’ho a morte con i sindacati, che creano solo false speranze negli operai che rimangono nel loro brodo. Ma perché insisto nel criticare il mondo sindacale? Questi sindacalisti sono ottusi e farabutti.
Cerchiamo ora di fare una seria riflessione sulla sentenza. Ciò che mi ha particolarmente colpito sono le parole del Procuratore Generale Iacoviello (vorrei ricordare che Iacoviello è colui che negli anni passati aveva chiesto di salvare dalla condanna Dell’Utri, Andreotti, Squillante, Mannino e De Gennaro), il quale ha detto che «il giudice tra diritto e giustizia deve sempre scegliere il diritto»; aggiungendo: «La prescrizione non risponde a esigenze di giustizia ma ci sono momenti in cui diritto e giustizia vanno da parti opposte».
Parole chiarissime, e in un certo senso, dal punto di vista legale, legittime. Sì, dal punto di vista legale. E allora chiariamo i termini una buona volta. Dire giustizia e dire legalità non è la stessa cosa. Legale è ciò che corrisponde ad una legge, non importa se è giusta oppure no. È legge dello Stato, e basta. La giustizia (senza necessariamente usare il maiuscolo) è al di sopra della legge istituzionale. Se la legge è sbagliata, non potrò mai invocare la giustizia se non modificando la legge sbagliata. Coloro che devono fare eseguire la legge non potranno mai tra il diritto e la giustizia scegliere la giustizia. La loro professione li spinge a scegliere il diritto, che non corrisponde per forza alla giustizia.
E allora, invocare la giustizia è più che legittimo, sacrosanto, ma sarà sempre difficile ottenerla, fino a quando questa società sarà imperfetta, tanto imperfetta da far dire a un Procuratore: “il giudice tra il diritto e la giustizia deve sempre scegliere il diritto”. Perché dover scegliere, se il diritto corrispondesse alla giustizia? Il Procuratore Iacoviello ha riconosciuto che non c’è sempre corrispondenza tra il diritto e ciò che noi chiamiamo la giustizia. Ma è paradossale che il giudice si limiti a fare queste affermazioni o distinzioni, senza dover recriminare il fatto che il diritto non corrisponda alla giustizia. Mentre applica la legge dovrà nello stesso tempo lottare perché la legge corrisponda il più possibile alla giustizia.
E poi tutti sanno che il diritto, sganciato dalla giustizia, è facilmente manovrabile: si può tirare da una parte e dall’altra. Ed è qui che l’abilità dell’avvocato fa la differenza. Non dimentichiamo che uno degli avvocati di Schmidheiny in Cassazione è Franco Coppi, legale di Silvio Berlusconi nel processo Mediaset. I conti tornano, come si dice. Il quadrato è perfetto.
Con ciò non intendo dire che bisogna allora darsi per vinti. Facciamo nostre le parole di Raffaele Guariniello, il magistrato che in primo grado e in Appello aveva ottenuto la condanna del magnate svizzero: «Non bisogna demordere. Non è una assoluzione. Il reato c’è ed è stato commesso con dolo. Adesso possiamo aprire il capitolo degli omicidi».
22 novembre 2014
EDITORIALI DI DON GIORGIO 1
EDITORIALI DI DON GIORGIO 2

1 Commento

  1. Nino ha detto:

    Un esempio storico:
    La persecuzione degli ebrei in Italia al tempo del fascimo fu un atto legale perchè contemplato da una legge e questa legge fu promulgata da Mussolini che era legittimato a farlo dai pieni poteri che la Camera del Fascio e delle Corporazioni gli diede. La Camera del Fascio era legittima perchè creata dai due rami del parlamento (Senato del Regno e Camera) ed anche
    quest’ultimo era legittimato a fare questo.

    In Germania no. Fu un atto illegittimo. Hitler non abrogò mai la Costituzione e le leggi vigenti, se ne fregò bellamente, le ignorò e basta!
    E per questo che in Italia non ci fu un processo di Norimberga.
    Cosa voglio dire? Che siamo noi, come ha giustamente scritto don Giorgio i responsabili della nostra rovina

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