Omelie 2015 di don Giorgio: SECONDA DI AVVENTO

22 novembre 2015: Seconda di Avvento
Is 19, 18-24; Ef 3,8-13; Mc 1,1-8
Il Vangelo secondo Marco è il più antico
Secondo la Liturgia Ambrosiana, siamo alla seconda Domenica di Avvento. Per me, oggi è iniziato il vero Avvento cristiano, estendendo l’aggettivo “cristiano” al suo aspetto più cosmico. Sì, perché è proprio con la parola “inizio” che prende l’avvio il Vangelo secondo Marco, di cui la Liturgia ci ripropone i primi otto versetti.
A proposito del Vangelo secondo Marco, vorrei ricordare, benché brevemente, alcune cose interessanti. Siamo probabilmente negli anni 60 d.C. Il fenomeno cristiano non solo aveva sconvolto la Palestina, ma si stava diffondendo, a macchia d’olio, anche nel mondo pagano, senza risparmiare il cuore dell’Impero romano, ovvero Roma. Proprio qui, a Roma, la piccola comunità cristiana sente il bisogno di avere qualcosa di scritto, mentre sono ancora viventi coloro che sono stati i primi testimoni diretti.
Una prima cosa strana è questa: a compiere quest’opera diciamo letteraria viene incaricato Marco, che non apparteneva al Gruppo dei Dodici, comunque era un discepolo molto stimato che aveva seguito Pietro e Paolo nel loro ministero.
Fino a qualche tempo fa, si pensava che Marco avesse scritto il Vangelo dopo quello di Matteo. Elencando i quattro evangelisti, ancora oggi diciamo: Matteo, Marco, Luca e Giovanni. In realtà, gli studiosi moderni concordano nel riconoscere che il Vangelo più antico sia proprio quello secondo Marco. Una prova è anche il fatto che, a differenza di Matteo e Luca, Marco nel suo racconto parte subito dalla vita pubblica di Gesù, saltando i racconti dell’infanzia. Non dimentichiamo che il primo nucleo (cherigma) del Vangelo era: Gesù ha patito, è morto ed è risorto. Tutto il resto, è venuto dopo. Nel Vangelo secondo Marco la passione di Cristo ha una importanza essenziale.
Un’osservazione. Invece che dire: Vangelo di Marco o di Matteo o di Luca o di Giovanni,  dovremmo dire: Vangelo secondo Marco o, meglio, secondo la versione di Marco, ecc. I quattro Vangeli sono quattro versioni dell’unico Vangelo, che è la Buona Novella di Cristo.
“Inizio”
Torniamo alla parola “inizio” con cui Marco esordisce. Intendere già male questa prima parola significherebbe fraintendere tutto il Vangelo di Gesù. Ed è quanto è successo lungo i secoli del Cristianesimo, e succede ancora oggi.
Sarebbe già bello e affascinante partire in grande, collegando l’”inizio” del Vangelo con l’”inizio” della creazione. Ma ciò non sarebbe solo bello e affascinante: sarebbe doveroso, se volessimo leggere la Bibbia nel suo insieme armonico.
L’autore sacro, quando scrive:  «All’’inizio Dio creò il cielo e la terra…» (Gen 1,1), non intendeva dire banalmente e semplicisticamente: “Così ebbe inizio la creazione del mondo!”. L’espressione “all’inizio” rimanda molto più indietro, così indietro da anticipare l’inizio del tempo: all’inizio del pensiero di Dio.
Così Marco, con la parola “inizio”, spinge il credente ad entrare in un altro mondo, al di fuori della storia terrena. Marco, illuminato dallo Spirito (ecco dove sta la vera ispirazione divina, che, dunque, va oltre la cronaca e i particolari storici) ci aiuta a cogliere qualche passaggio di questo inizio della Buona Novella.
Per noi che cos’è l’inizio?
Sarebbe interessante confrontarci, nella fede e nelle opere, con la parola “inizio”, intesa nel suo senso più pieno: quello mistico. Noi cristiani siamo gente dell’inizio, oppure gente che procede tenendo intoccabili le sicurezze del passato? Sembra quasi che la Chiesa, con il passare del tempo, si sia costruita un castello di ferro, dove l’inizio è scomparso, o fatto scomparire per la paura di quanto questa parola possa rappresentare. Le parole “conversione”, “pentimento”, “cambiamento” hanno assunto, nei secoli, un significato prettamente moralistico. Ovvero: tu devi cambiare, non in rapporto ad una Novità che è sempre un inizio, ma in rapporto ad una struttura dogmatica intoccabile. Sarà questo anche il rischio del Giubileo. Che cosa significa, allora, essere sempre all’inizio? Togliere ciò che man mano si è creato di ostacolo alla Novità imprevedibile del Vangelo.
La Buona Novella
L’”inizio” non riguarda qualcosa di materiale, ma il “vangelo”, che in greco significa “buona notizia” o “bella novità”. Dire buono, dire bello e dire vero è la stessa cosa: in filosofia si parla di trascendentali, ovvero di entità che si richiamano a vicenda, che sono talmente connesse tra di loro che l’una non può fare a meno dell’altra.
Dunque, il Vangelo è la buona o bella o vera Novità. Non è solo una storia o un evento. La Novità è una Persona: Gesù, Cristo, il Figlio di Dio che si è incarnato nella storia. Capite ora dove sta la Novità? La Novità non sta nelle vicende storiche di un personaggio pur straordinario, ma nel Figlio di Dio che si è incarnato. Ma come e dove si è incarnato? Qui sta il punto. Dire che il Figlio di Dio si è incarnato nell’Umanità, nel cuore dell’essere umano, è già tentare di dire qualcosa, ma tutti sanno quanto sia difficile trattare alcuni temi elevati con l’uomo contemporaneo, terra e pancia.
Giovanni Battista
Procediamo. Ho già anticipato che il Vangelo secono Marco parte subito da Gesù oramai trentenne. In che modo? Introducendo un personaggio caratteristico, Giovanni il Battista. E Giovanni Battista dove si trova? In mezzo alla folla, tra le strade, al mercato? No, nel deserto! Come a dire che la buona o bella o vera Notizia non inizia nel frastuono, ma là dove è deserto, la dov’è spogliazione di cose. L’inizio sta nell’intimità dell’essere più nudo, nella sua estrema radicalità. Qualche mistico parla di nudità di Dio, ovvero di essenzialità assoluta. Pensate già al fatto che Gesù è morto nudo sulla croce! Nudo, non solo in senso fisico! Sulla croce Cristo non era nient’altro che se stesso!
Ma Giovanni Battista, in tutta la sua buona fede e rettitudine morale, forse non ha capito fino in fondo – e come avrebbe potuto trattandosi di una Novità imprevedibile? –, che quella gente che lui invitava a pentirsi, rinnovarsi, a convertirsi, in realtà aveva bisogno di una ben altra rivoluzione, che non fosse semplicemente moralistica o religiosa. Ma Cristo non voleva chiedergli più di quanto Giovanni stava facendo. Se non altro, Giovanni aveva portato la folla nel deserto, e da lì, nel deserto, Cristo partirà, affrontando anzitutto quel diavolo, che, come dice la parola, ha il compito di dividere, separare. Secondo i mistici, qui sta il vero male: nella separazione, nella divisione, nella molteplicità. Cristo avrà la missione di ricomporre il Tutto nell’unità, non di separare. Ma il Tutto non è il dogma della Chiesa-struttura. Il Tutto è quel Divino che fa parte di ogni realtà umana, diciamo cosmica.
Preparare la via del Signore
Giovanni Battista invita le folle a preparare la via del Signore, a raddrizzare i suoi sentieri. Qualche traduzione sbagliata delle parole di Giovanni ha contribuito a intenderle nel modo errato, e di conseguenza ad applicarle male.
Il Battista non dice: “Preparate la via al Signore che viene”, come se la via fosse nostra, costringendo così il Signore a percorrerla. Ed è qui l’equivoco che ha portato la religione cattolica a credersi detentrice della verità. Non deve essere la Chiesa a indicarci la via, ma aiutarci ad essere disponibili a cogliere la via retta, che è quella del Divino in noi.
Il nostro compito, supportato dalla Chiesa, deve essere questo: togliere tutto ciò che è inutile, il superfluo, l’inessenziale, ciò che è di ostacolo al Divino, che è sempre, per la sua stessa natura, sorprendente, inimmaginabile. In altre parole, il compito della Chiesa ha solo un intento, ed è negativo: togliere, e non ha invece un intento positivo: aggiungere. Lo scopo della Chiesa ha valore solo di auto-distruzione: deve auto-distruggersi, in quanto religione, in quanto struttura, per lasciare via libera alla via del Signore.
Se la Chiesa non capirà di fare quest’opera di auto-distruzione, essa ci porterà a spegnere del tutto il Divino che è in noi.

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