Omelie 2020 di don Giorgio: SECONDA DI AVVENTO

22 novembre 2020: SECONDA DI AVVENTO
Is 51,7-12a; Rm 15,15-21; Mt 3,1-12
In questa seconda domenica di Avvento, la Liturgia ambrosiana subito ci presenta un personaggio-chiave, ed è Giovanni il Battezzatore, noto anche come il Battista, il figlio di Elisabetta, cugina di Maria di Nazaret.
Piace specificare questa nobile parentela: i due figli, Gesù e Giovanni, sono il frutto di un intervento divino diversamente misterioso: Gesù, concepito nel grembo verginale di Maria di Nazaret, per opera dello Spirito santo, senza perciò un concorso carnale; e Giovanni, concepito sì carnalmente per opera di Zaccaria, ma in un grembo oramai sterile, della moglie Elisabetta.
La missione di Giovanni il Precursore
Giovanni avrà la missione divina di precedere, preparando il ministero pubblico di Gesù: un compito anche complesso, tra l’annuncio penitenziale, ovvero di conversione, e una coscienza confusa sulla vera identità del Messia. Forse Giovanni si aspettava un Messia del tutto diverso, magari un giudice spietato verso i prepotenti, in difesa dei giusti, ma il suo compito era solo quello di mettere gli eletti, i suoi compatrioti ebrei, nello stato migliore per accogliere la Novità, qualunque essa fosse.
Giovanni, dunque, invita alla conversione: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». In greco: “Metanoèite”, cambiate mentalità, modo di vedere e di vivere.
Giovanni parte dal rispetto della giustizia umana, che è la legge naturale, ovvero di quella legge che è lo stesso essere umano in relazione al Mistero divino.
La legge naturale non è quell’insieme di leggi di istituzioni terrene, che altro non sono che complicazioni della legge naturale. La legge naturale è la legge dell’essere in quanto essere, nella sua nudità radicale. Dunque, io sono, e perciò agisco in quanto “io sono”.
Solitamente le leggi provengono dall’esterno, in quanto sono imposizioni di un potere che detta norme relativamente a comportamenti esteriori, in funzione della struttura carnale.
Conversione ha diversi significati, ma quello evangelico, anzitutto di Giovanni, poi dello stesso Cristo, è da intendere come un tornare alle origini, al sé interiore, all’essere spirituale, perciò esente da ogni carnalità.
Dunque, l’agire non si fonda tanto sul rispetto della legge in quanto tale, ma sull’essere, la cui legge è l’essere stesso. Io sono, dunque mi comporto in quanto ”sono”. Se nel mio agire non c’è l’essere, il mio comportamento è un agire a se stante, col rischio che agisca contro me stesso, contro il mio essere.
Razza di vipere!
Giovanni il Battista ha colpito in pieno, radicalmente, l’agire esteriore, privo di quella realtà spirituale, che è l’essenza della morale.
Sentire e risentire oggi certe espressioni taglienti come “razze di vipere” non credo che faccia piacere a nessuno, tanto più se vengono rivolte al popolo eletto: prima era il popolo ebraico, oggi è il popolo di Dio, che è la Chiesa.
Non dimentichiamo che Cristo stesso ha detto: il Figlio di Dio si è incarnato per annunciare un messaggio rivoluzionario rivolto anzitutto al popolo ebraico, per poi rivolgerlo al mondo intero. Oggi a sostituire il popolo ebraico è la Chiesa cattolica, la quale non ha cambiato nulla, intenta com’è ad auto-incensarsi come fosse il nuovo popolo eletto. Se prima il popolo eletto non aveva capito che doveva solo fare da tramite tra il Dio dell’Alleanza e il mondo intero, così la Chiesa cattolica è caduta nello stesso errore.
Giovanni urla: ”Razza di vipere!”. E quando colpirà il potere politico, gli taglieranno la testa. Succederà anche lungo i millenni della storia del cristianesimo: ma a tagliare la testa non sarà solo il potere politico, ma anche il potere della Chiesa istituzionale. Se oggi Giovanni dovesse dire a un politico: ”Razza di vipere!” si beccherebbe una querela per diffamazione, e la condanna di un tribunale soggetto supinamente al potere dominante. E, nel campo ecclesiastico, sarebbe censurato, scomunicato, condannato a vivere in esilio.
Giovanni invita alla penitenza: “Convertitevi!”, e la gente accorre a chiedere la remissione dei propri peccati. E, anche qui, come succede anche oggi, il popolo non ha capito, e non capisce, che non si tratta di peccati personali, facendo qualche penitenza per ottenerne il perdono.
Il peccato è uno, da cui derivano tutti gli altri: tradire la propria essenza interiore, là dove lo spirito è congiunto intimamente con il Divino. Questo è il vero peccato originale: separare o staccare il nostro spirito interiore dallo Spirito divino. È questa radicale rottura che procura tutti i guai di questo mondo, a iniziare dal proprio essere, rottura che va a incidere sulla stessa creazione.
Ma la religione che cosa fa? Crede di risolvere il problema imponendo un mucchio di norme, le quali passano sopra, proprio perché esteriori e carnali, e non risolvono nulla, anzi ipocritamente spostano il problema, illudendo la gente, la quale crede di usare ad esempio il sacramento della confessione o riconciliazione, che non va a fondo del vero problema che è quello di ristabilire l’ordine originario.
Pensate a quanto succede quando si va a confessarsi: ci si limita a dire anche per convenienza o per abitudine qualche peccatuccio, e non si va oltre: l’oltre sta nel superare l’esteriorità ed entrare dentro di sé, e qui, nel proprio essere interiore, deve risuonare la parola/ordine: “Metanoèite”, ovvero cambiate mentalità, modo di vedere, e questo può realizzarsi solo quando ci si apre alla luce dell’intelletto attivo, che è orientato verso la Luce divina. Invece succede che ci accontentiamo di grattar via qualche incrostazione esteriore, che, ripeto, è solo una apparenza ipocrita, che consiste in una fugace convenzionale occasionale confessione dei peccati, e non si va oltre, ovvero non si entra nel proprio essere per esaminare la propria coscienza, togliendola da una mucchio di detriti che la soffocano.
E quel grido da querela: “Razza di vipere!” è rivolto anche a istituzioni religiose che si accontentano di togliere solo qualche apparenza, senza educare la gente a prendere coscienza di quel mondo del Divino che è dentro ciascuno di noi, che sembra via via estinguersi in un oblio che sta portando questo mondo alla rovina totale.
Ogni soluzione che rimanga all’esteriore dell’essere umano è illusoria, pericolosa, tanto più se proviene da una Chiesa carnale che promette una salvezza che non verrà, perché la Grazia divina collabora solo con il mondo dello spirito nello Spirito santo.

 

1 Commento

  1. Luigi Sirtori ha detto:

    Il dramma è che la gente non solo non ha capito Giovanni il Battista e il suo furore profetico che gli è costato il taglio della testa. Non ha capito Gesù senza il furore profetico del Battista che è stato crocifisso fuori le mura per umiliarlo più del Battista. Oggi vengono emarginati e querelati. Non è vero don Giorgio? I primi a tradirli sono gli stessi seguaci della Via oggi come allora. La libertà dello Spirito fa paura ed è scomoda oggi come allora. Crea inquietudine e le notti insonni. Non serve più guardare a Dio. Con gli occhi di Cristo è agli uomini che bisogna guardare per scoprire l’umano che è in loro. Chi guarda a Dio ha bisogno di dottrine e catechismi. Chi guarda agli uomini è sufficiente anche un bicchiere d’acqua che disseti non solo il suo corpo ma anche il suo spirito che lo animi a ritrovare un senso da dare alla sua vita. Questo è quello che ho ricevuto quando la mia vita sembrava naufragare e questo è quello che ho dato e cerco di dare nel mio piccolo.

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