Mutilazioni genitali e violenze: la pandemia delle donne africane

da AVVENIRE
23 giugno 2020
Con il lockdown.

Mutilazioni genitali e violenze:

la pandemia delle donne africane

Antonella Napoli
Il prezzo del lockdown al femminile in decine di Paesi, dove sono tollerate, è il boom delle infibulazioni. I casi opposti di Somalia e Sudan, dove sono fuorilegge
Per “garantire” la purezza di una ragazza prima del matrimonio e frenare il suo desiderio sessuale, in molti Paesi africani viene tramandata da secoli una pratica arcaica: la mutilazione genitale femminile. Il lockdown per la pandemia di Covid 19 ha portato oggi a un aumento esponenziale dei casi di infibulazione, in Africa come in alcuni Paesi mediorientali e dell’Asia centrale. A denunciarlo sono attiviste per i diritti delle donne e organizzazioni non governative come Plan International, che dalla Somalia al Kenya hanno denunciato l’ampliarsi del fenomeno a cui sono esposte bambine già dai sette anni.
Milioni di madri, consapevoli o meno del danno provocato alle loro figlie, sono costrette a sottomettersi a norme sociali e tradizionali che impongono questa usanza di origini tribali: chi vi si sottrae viene emarginata dalla comunità di appartenenza. Non si tratta solo di una violazione dei diritti delle donne, ma di una pratica dannosa che determina gravi conseguenze per la salute fisica e mentale di chi la subisce. Le Nazioni Unite hanno avviato da tempo una campagna di sensibilizzazione e programmi per cercare di limitare le mutilazioni genitali femminili, fino a farle scomparire. Ma l’emergenza coronavirus rischia di minare i risultati e gli sforzi compiuti finora per sradicarla dai 32 Stati africani in cui viene ancora praticata con percentuali altissime. In Paesi come la Somalia, che ha il più alto tasso di mutilazioni genitali femminili al mondo, addirittura il 98% delle ragazze ha subito l’escissione delle parti intime, parziale o totale.
«Abbiamo assistito a un enorme aumento di casi nelle ultime settimane » ha dichiarato Sadia Allin, capo missione di Plan International a Mogadiscio. «I nostri operatori hanno appurato, grazie a numerose testimonianze, che “professionisti” delle mutilazioni genitali femminili si sono presentati porta a porta per proporre i propri “servizi”. Siamo molto preoccupati, stiamo cercando di porre un freno a questa indecenza e abbiamo anche chiesto al governo di intervenire per frenare il fenomeno » spiega Alin che da anni coordina progetti di educazione sessuale e civica nel suo Paese. Secondo gli attivisti, le famiglie stanno approfittando della chiusura delle scuole per sottoporre le figlie all’arcaico rituale, che per il recupero post intervento richiede anche settimane di riposo. «Non avendo l’obbligo di frequentare le lezioni, le “circoncise” possono restare a casa tutto il tempo necessario per riprendersi. Dunque i genitori sfruttano l’occasione per ottimizzare il tempo perduto », è l’amara constatazione dell’esponente di Plan International. La recessione economica causata dalla pandemia ha anche spinto i cosiddetti cutter (i “tagliatori”) ad autoproporsi a domicilio.
Le mutilazioni genitali femminili, che colpiscono in tutto il mondo oltre 200 milioni di bambine e di adolescenti, comportano la rimozione parziale o totale dei genitali esterni. In Somalia viene spesso cucita anche l’apertura vaginale, la pratica più dolorosa e con le conseguenze più gravi dei tre metodi conosciuti per effettuare le mutilazioni. L’Unfpa, l’agenzia delle Nazioni Unite per le pari opportunità, stima che nell’importante Paese del Corno d’Africa nel 2020 almeno 150mila ragazze siano già state mutilate e altrettante potrebbero subire la stessa sorte entro la fine dell’anno. Il picco degli interventi, anche in altri Paesi del continente africano, si è raggiunto durante il Ramadan, che è uno dei periodi “tradizionali” per compiere l’usanza tribale considerata un vero e proprio rito di passaggio.
In controtendenza rispetto a questi dati è il Sudan che nelle scorse settimane ha deciso di dichiarare illegali le mutilazioni genitali femminili. Il governo sudanese, presieduto dall’economista Abdalla Hamdok, in carica dall’agosto del 2019, ha approvato il testo di legge proposto dal ministro della Giustizia che trasforma in reato la pratica dell’infibulazione. Una decisione coraggiosa, che segna la discontinuità dell’attuale esecutivo rispetto alla dittatura ultratrentennale di Omar Hassan al Bashir. Finché era controllato dal dittatore deposto nell’aprile dello scorso anno, il Parlamento si era rifiutato di dare seguito alle proposte di riforma del Codice presentate dalle poche parlamentari donne presenti nell’assemblea sudanese, che chiedevano di dichiarare reato le mutilazioni genitali. La nuova legge ora punisce tanto la pratica clandestina quanto gli “interventi” effettuati in strutture mediche. Si attende solo la ratifica congiunta da parte del Consiglio dei ministri e del Consiglio sovrano. «Stiamo cambiando il Sudan, questo nuovo articolo del Codice penale contribuirà a sconfiggere una delle pratiche sociali più pericolose per la popolazione femminile. L’infibulazione costituisce una chiara violazione dei diritti delle donne» ha dichiarato la ministra degli Esteri Asmaa Mohamed Abdalla, la prima donna a ricoprire un incarico così importante nel Paese africano.
Era stato proprio il suo Ministero, attraverso una nota diffusa il 1° maggio, ad annunciare la decisione dell’esecutivo di mettere al bando la pratica secolare a cui veniva sottoposto l’87% delle bambine sudanesi. Una parte del Paese era da tempo pronta a dichiarare illegale l’infibulazione, una discussione sul tema era aperta da anni. Eppure una larga fetta della popolazione ha continuato a tramandare il rito di passaggio che ha imposto sofferenze a milioni di bambine. Non v’è dubbio che per valutare l’impatto e l’efficacia dell’attuale provvedimento bisognerà attendere le reazioni della società civile. Ma siamo al cospetto di una decisione storica, un passo avanti per porre fine a un’usanza radicata, socialmente con disposizioni che garantiranno maggiore protezione e dignità alle donne. Un bel segnale per tutta l’Africa, che resta molto indietro rispetto ai diritti al femminile a livello generale.
Il confinamento a casa è stato foriero, non solo nel continente africano, anche di altre violenze domestiche. Migliaia sono le vittime che in situazioni di isolamento hanno subìto abusi e maltrattamenti di ogni genere. Mentre nei Paesi occidentali i governi si sono mobilitati per rispondere a questa crescente minaccia – in Europa, ad esempio, le donne possono chiedere aiuto attraverso servizi telefonici in modo silenzioso e sicuro digitando semplicemente un codice – per le vittime africane la protezione statale è un’utopia. Uno degli effetti indiretti più gravi del lockdown e della chiusura delle scuole, con la conseguente presenza quotidiana di bambini e adolescenti in giro per le strade, è rappresentato dal pericolo che questi ultimi corrono, soprattutto se di sesso femminile, di subire violenze sessuali. Una condizione in cui si trovano tantissime ragazze nei Paesi in via di sviluppo, sia negli insediamenti informali che in contesti urbani e non. L’Onu ha rilevato che l’emergenza da coronavirus ha portato anche a un aumento di gravidanze indesiderate (si stima possano arrivare fino a qualche milione entro la fine del 2020) e di matrimoni precoci. Dati sconvolgenti che l’occidente non può, non deve ignorare.

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