Omelie 2017 di don Giorgio: SETTIMA DOPO PENTECOSTE

23 luglio 2017: SETTIMA DOPO PENTECOSTE
Gs 4,1-9; Rm 3,29-31; Lc 13,22-30
Ancora verbi di movimento
Quindici giorni fa riflettevo sui verbi di movimento che riguardano la nostra vita, nei suoi molteplici e differenti aspetti, da quello fisico a quello religioso, e la vita stessa del Divino.
Anche nei brani di oggi, troviamo verbi di movimento. Nel primo brano, leggiamo: “attraversare”, “trasportare”, “passare”, caricarsi”, dividersi”, “prendere”, “deporre”, “portare”. Nel secondo brano: “fede” indica movimento, all’opposto della “legge” che indica “staticità”. Nel terzo brano, leggiamo: “Gesù passava”, “era in cammino verso Gerusalemme”, “sforzatevi di entrare”, “cercheranno di entrare”, “il padrone di casa si alzerà”, “comincerete a bussare”, “allontanatevi da me”, “verranno da oriente”.
Colpisce, anzitutto, il fatto che Gesù, secondo il vangelo di Luca, è sempre in cammino, verso la città di Gerusalemme. E, mentre è in cammino, vede la realtà, incontra la gente, dialoga, si scontra. E proprio sulla croce avviene il grande passaggio, che è cammino, dalla morte alla vita. Dalla croce inizierà un nuovo cammino nella storia del Cristo risorto o, meglio, del dono del suo Spirito, che è ciò di più attivo che ci possa essere. Spirito è movimento. Perenne movimento. Come un vento che non cessa mai di soffiare.
Bisogna sempre tener conto dei verbi di movimento, se vogliamo comprendere la storia universale e la storia particolare, la storia del mondo e la storia dei singoli individui, la storia di Dio e la storia della nostra fede.
Memoria/ricordo come movimento
Nel primo brano, c’è un aspetto che ritengo fondamentale, che potrebbe aiutarci a capire ad esempio i continui richiami dei profeti per i grandi eventi del passato e il senso più profondo delle festività ebraiche. La memoria dei grandi eventi è indispensabile per il presente, e anche per il futuro. Se Dio si è comportato così nel passato, ciò deve significare qualcosa per il presente, dunque ricordare è un dovere e dimenticare diventerebbe una tragedia. E per noi cristiani l’Eucaristia che cos’è, se non il memoriale del dono d’amore di Cristo, che ha dato fino alla morte? Memoriale, dunque, ovvero un ricordo del tutto speciale, anzi sacramentale, come afferma la Chiesa.
Ma nella nostra vita ci sono disseminati un po’ ovunque tanti memoriali, ovvero segni che possono ricordarci non solo eventi del passato, ma anche la presenza di qualcosa che è sempre presente: lo è stato nel passato, e lo è oggi, e lo sarà domani. Ma c’è il rischio che questi segni/ricordi del passato diventino qualcosa di abitudinario, di tanto scontato da non essere più memoriali efficaci di qualcosa di vivo.  Non possiamo dire che nella nostra bella Italia non ci siano memoriali del passato. Quanti! Anche nell’arte! Ma forse manca la capacità o la sensibilità interiore di leggere questi segni come richiami di qualcosa che ci aiuti a risvegliarci dal coma in cui siamo caduti.
Un brano difficile
Passiamo al brano del Vangelo: un brano che sembrerebbe facile, ma non lo è, da cogliere perciò in profondità. Anzi, qui Luca non sembra l’evangelista della misericordia, come è stato definito dallo stesso Dante. Analizziamo il testo.
Gesù, dunque in cammino verso la città di Gerusalemme e sta attraversando villaggi e città. Un tale lo ferma e gli pone una domanda. È un cammino diremmo oggi dialettico: c’è sempre un dialogo, talora scontro, o con i discepoli, o con la gente e anche con i proprio avversari religiosi. È il bello di una scuola viva, all’aria aperta.
Quel tizio, quel tale potrebbe essere ciascuno di noi
Se, come dicono gli studiosi, il cammino di Gesù verso Gerusalemme, oltre che un insieme di diversi cammini, viene presentato come ideale, nel senso che è immaginato da Luca come un unico cammino che accompagna il Maestro senza mai interrompersi, così pure le domande che gli venivano rivolte da persone anonime (un tizio, un tale, senza indicarne l’identità) sono in un certo senso anch’esse idealizzate, perciò riguardano temi diciamo universali, su cui ciascuno di noi, ancora oggi, potremmo porre delle domande, le medesime domande del tizio o del caio.
Quel tale chiede a Gesù: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Alla domanda così vaga, così banale e così riduttiva in senso negativo (avrebbe potuto chiedere: “Signore, sono tanti coloro che si salvano?”), Gesù non risponde se non con un invito pressante che spiazza la domanda non solo di quel tale, ma anche di tutti coloro che la porranno poi lungo tutta la storia della Chiesa, dimenticando la risposta di Gesù.
Gesù risponde con una immagine, quella della porta stretta da prendere, evitando perciò di entrare attraverso la porta larga. Che intende Gesù per porta stretta? Ma Gesù non sembra sul momento chiarire la nostra curiosità, altrettanto banale e riduttiva. Anzi, cambia discorso: passa ad un’altra specie di parabola, quella del padrone di casa che chiude improvvisamente la porta impedendo di entrare a quanti stanno bussando. Come fa ad aprire a gente che non conosce? Ed ecco la meraviglia degli esclusi, che esibiscono la loro carta di identità: “Siamo vecchie conoscenze, amici per la pelle, compagni di avventure!”. Ma il padrone di casa di rimando: “Non vi ho mai conosciuti!”. E li spedisce lontano, nella dannazione eterna!
Ma non è finita! Ora arriva il colpo di scena, che appare ancor più in tutta la sua realtà paradossale. Il paradosso esce dalle immagini. Cristo annuncia che una massa di popoli provenienti da ogni parte del mondo entrerà nella grande casa, dove il padrone di casa aprirà tutte le porte per farli entrare e farli sedere alla mensa divina.
Lo stesso Dio, che prima ha rifiutato di aprire ai suoi ex amici, da lui definiti sconosciuti, aprirà poi le porte a tutti i popoli prima esclusi dalla miopia e dalla presunzione dei primi arrivati.
Come? Cristo prima parla di porta stretta, ed ora apre tutte le porte?
Come potete notare, è un brano di non facile lettura, anzi ostico per i più, paradossale come Dio è paradossale nel suo modo di pensare e di agire. Un Dio che spiazza costantemente la nostra logica di benpensanti, perché egli non ama gli schemi prestabiliti, non sopporta lo scontato, e dunque non ama una religione (pensate a quella ebraica al tempo di Cristo) che pretende di allargare le porte solo per i privilegiati e bloccare la casa con dogmi e atti di fede che chiudono le porte dell’infinito.
Ancora oggi valgono le parole di Cristo: “Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

 

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