Omelie 2018 di don Giorgio: SESTA DI AVVENTO

23 dicembre 2018: DELL’INCARNAZIONE
Is 62,10-63,3b; Fil 4,4-9; Lc 1,26-38a
Il primo brano della Messa inizia con un ardente e pressante invito del profeta a preparare la via al ritorno del popolo ebraico dall’esilio babilonese.
Dunque, non si tratta della venuta di Dio, come se il compito del popolo eletto fosse quello, anzitutto, di preparare al Salvatore una strada ampia, diritta e senza ostacoli.
Dio ama le sue strade, e non quelle stabilite dall’uomo. Le sue sono vie talora strane, magari assurde, sempre imprevedibili. Non spetta, dunque, a noi indicare a Dio quali strade prendere.
L’umanità o il singolo in esilio
Il profeta parla di un popolo di esiliati che stanno per tornare a casa, in quella patria che erano stati costretti ad abbandonare: così esiliati per lungo tempo che forse si sono dimenticati perfino della strada del ritorno, oppure, forse, perché si tratta di figli di esiliati che non hanno mai conosciuto la patria dei loro padri.
Fuori da ogni riferimento storico, il profeta allarga il discorso in senso metaforico, e pensa ad un popolo che, magari già rimpatriato da secoli, vive però come se fosse in esilio.
Dal popolo è istintivo passare al singolo essere umano, se è vero che il popolo non è di per sé una massa informe, ma una comunità di singoli esseri viventi.
Che significa, allora, vivere in esilio: come popolo e come singolo?
Se la nostra casa è il fondo della nostra anima, allora vivere in esilio è trovarsi fuori dal nostro essere, e parlare di vita sarebbe un controsenso: come si può vivere fuori dalla realtà del proprio essere interiore?
Il Signore non ha bisogno di tornare in patria: la sua casa è dentro di noi, e qui ci aspetta: aspetta che ciascuno torni in se stesso, torni a casa.
In realtà, non è del tutto esatto dire che il Signore ci aspetta nel nostro essere: Dio ci è accanto anche nel nostro esilio, come del resto ha fatto chiaramente intuire Gesù con la parabola del buon pastore, che lascia l’ovile, la casa delle pecore, per andare alla ricerca delle smarrite.
La pensatrice francese Simone Weil ha scritto: «Nel Vangelo non si parla mai, salvo errore, di una ricerca di Dio da parte dell’uomo. In tutte le parabole è il Cristo che cerca gli uomini, ovvero il Padre se li fa condurre dai suoi servitori».
Dunque, in realtà non siamo noi a cercare Dio, ma è Dio che cerca noi o, meglio, Dio si fa trovare là dove meno ce l’aspettiamo. Per il Signore tutte le strade sono buone, anche quelle da noi ritenute le peggiori: l’amore autentico non si accontenta mai di qualche sentiero già battuto e tanto meno percorre le autostrade.
Certo, noi ci lamentiamo, trovando tutte le scuse per dire che quella strada è difficile da percorrere, e perciò scegliamo di percorrere le vie più comode, ma il Signore, se non si fa trovare, è per dirci che a lui piacciono i sentieri sconosciuti e difficili.
Il Figlio di Dio si è incarnato
Che sia Dio a cercare l’uomo, basta leggere la Bibbia, e ricordare tutti i tentativi del Signore di farsi vicino al suo popolo ribelle.
Pensate all’Alleanza, che non era di per sé strettamente bilaterale, come è ogni patto che si rispetti: se il popolo disobbediva o tradiva, il Signore non scioglieva l’Alleanza, abbandonando il suo popolo.
L’Amore di Dio è sempre unilaterale: proviene da un Bene Sommo che, per la sua stessa natura divina, non può abbandonare i suoi figli.
Difficilmente noi esseri umani riusciamo a comprendere l’Amore gratuito di Dio, abituati come siamo a misurare il nostro amore in base a criteri del tutto egoistici.
La gratuità significa: io do a fondo perso. Ciò sembrerebbe assurdo in una società, dove vige la legge del dare per ricevere. Una legge che è fuori da ogni logica divina.
Oltre all’Alleanza, pensiamo all’evento più strepitoso della storia: l’incarnazione del Figlio di Dio. Dio lascia il suo regno per farsi uno di noi o, come scrive Giovanni evangelista, per mettere la sua tenda in mezzo alle nostre tende.
Ma l’immagine della tenda, pur essendo particolarmente suggestiva, richiama qualcosa di ancora esteriore. Il Figlio di Dio si è incarnato, ma – ed è qui il paradosso – per renderci figli di Dio e non, quindi, per renderci solamente più umani.
In altre parole, Dio si è fatto uomo perché l’uomo si facesse Dio: non lo dicono solo i grandi Mistici, ma l’ha scritto Giovanni nel suo Prologo: «A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio».
In altre parole, potremmo dire che il Figlio di Dio non si è incarnato per santificare la nostra “carne”, ma per divinizzare il nostro spirito.
Cristo, nella carne, ha subìto tutti i limiti della carne fino a soffrire e a morire su una croce, ma è proprio sulla croce, morendo nella carne, che Cristo ci ha donato il suo Spirito.
Domande cruciali
Ma le domande più cruciali rimangono, e resteranno sempre, come provocazioni divine. Ad esempio, che senso dare alla redenzione promessa già nelle prime pagine della Genesi? San Paolo parla di riscatto: che significa? Dunque, che senso dare alla incarnazione del Figlio di Dio?
Non sono per nulla convinto che tutto sia così semplicistico da accettare, ovvero ridurre l’incarnazione del Figlio di Dio quasi fosse una suprema manifestazione dell’Amore infinito di Dio. E tantomeno rimango convinto che la morte di Cristo sulla croce sia il riscatto del peccato di Adamo e di Eva. Forse c’è qualcosa di più.
Nessuno mi toglie dalla testa la suggestione paradossale di un Dio che ci ha sconvolti tutti mandando il suo Figlio sulla terra: non basta cercare qualche risposta teologica, proprio perché la Novità di Dio ci sorprende sempre, e ci sorprende ogniqualvolta leggiamo il Vangelo, evitando però di ridurlo a qualche racconto edificante o a qualche parabola istruttiva.
Nel Vangelo c’è qualcosa che ci sfugge ancora. E questo qualcosa è la presenza dello Spirito in quel Cristo uomo che talora ci affascina nella sua umanità, ma che dovrebbe affascinarci di più nella sua divinità, rivestita di una carne che però si è consumata sulla croce, lasciando allo Spirito di effondersi sull’umanità.
Qui sta il Mistero della incarnazione. Ancora un Mistero tutto da scoprire.

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