Coronavirus. Anna e gli altri, che portano il pane: perché la fame non va in quarantena

da raiawadunia.com

Coronavirus.

Anna e gli altri, che portano il pane:

perché la fame non va in quarantena

BY RAIAWADUNIA • MAR 22, 2020
Fra Davide corre avanti indietro col megafono. È l’unico rumore che si sente, al cuore ammutolito di Torino. Fuori dalla mensa di via Sant’Antonio da Padova, accanto alla stazione di Porta Susa, da giorni ormai la fila di chi non ha da mangiare cresce, e cresce. «Avevamo 180 ospiti al giorno, sono arrivati a oltre 350», racconta il giovane frate senza mascherina, «perché non posso portarla e poi guardare i miei poveri che non ce l’hanno».
Lui sta fuori, tiene le persone a distanza tra loro, le tranquillizza, spiega che tutti avranno di che mangiare. Qualcuno piange, qualcuno grida, lui mette giù il megafono e ascolta: «Finisce, finisce presto» ripete con la voce tranquilla. Poi ricomincia a fare il vigile. Dentro gli altri 4 frati, assieme ai ragazzi senza famiglia accolti nel convento, assemblano i pacchi con quel che arriva dall’onda straordinaria di generosità di questi giorni: «È una delle cose che ci dà forza, oltre la fede – confessa fra Davide –. Accanto alla fila dei poveri c’è la processione ininterrotta della carità: la gente che porta gli avanzi, i ristoratori che si danno da fare, i supermercati che si mobilitano per le eccedenza ». «La fame non va in quarantena».La grande macchina della distribuzione del cibo agli indigenti, dopo qualche giorno di blocco, si è rimessa in moto tra le difficoltà del momento. Ecco come si assistono i poveri al tempo del virus
La frase è diventata un mantra tra i volontari del Banco alimentare, che in queste ore tentano disperatamente – dalla mensa di Torino ai più piccoli magazzini della Calabria, o della Sicilia – di dare il pane quotidiano a chi non ce l’ha. I primi giorni di epidemia è stato un disastro: «Ci siamo trovati improvvisamente paralizzati nelle nostre routine – spiega il presidente Giovanni Bruno – coi volontari bloccati, senza presidi per proteggerli. E col 70% fra loro sopra i 65 anni, quindi a rischio». La macchina della solidarietà, per qualche giorno, s’è inceppata: 8.800 mila enti caritativi – tanto per dare un’idea in termini di cifre – da cui dipende la sopravvivenza di quasi due milioni di poveri.
Poi, però, la macchina è ripartita: «Siamo stati investiti da quello che possiamo definire uno tsunami di solidarietà, a cominciare dai ragazzi della Colletta», continua Bruno. Studenti, disoccupati, dipendenti in smart working mezza giornata: i giovani, solitamente impegnati saltuariamente col volontariato, sono scesi in campo ovunque per sostituire gli anziani costretti a casa. L’Italia bella, che resiste alla fine del mondo. Tra questi ragazzi c’è Greta, 20 anni appena compiuti, che canticchia mentre chiude pacchi alla velocità della luce nel magazzino del Banco alimentare di Zello, vicino a Imola. «Sto preparando un esame, ma tutte le mattine sono qui. Perché se la vita fuori s’è fermata, per noi adesso corre al doppio della velocità».
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Con l’epidemia la forza del volontariato è aumentata. Io ne sono travolta. Imparo che in questo momento è un dovere per tutti fare qualcosa in più, piuttosto che qualcosa in meno. Maria, 35 anni, Salerno
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Il cibo va consegnato a domicilio, gli enti si sono organizzati: la giornata del bene è infinita, si tenta di raggiungere tutti «e alla fine, quando torno a casa, sembra incredibile ma sento ancora di aver ricevuto, di aver imparato di più io» ripete Greta. Come da ragazzina, quando ha incontrato il volontariato la prima volta dopo una bocciatura all’alternanza scuola-lavoro, «e fare qualcosa di buono per gli altri mi ha fatto capire che direzione doveva prendere la mia vita».
Alla fine della giornata mi accorgo che in magazzino ho ricevuto più di quello che ho dato. Il bene generato da tante persone pronte a mettersi in gioco mi riempie. Greta, 20 anni, Imola
Anna, 26 anni, in Valle d’Aosta corre invece tra alberghi e ristoranti: «Quando è arrivato il lockdown moltissime strutture erano cariche di derrate per la stagione turistica. Abbiamo raccolto quanto più cibo potevamo, soprattutto il fresco» racconta. Tre tonnellate e mezzo, finora, distribuite tra oltre 2.500 bisognosi. «Nella vita normale io sono maestro di sci, confesso d’essere rimasta colpita dalla generosità delle persone. Ma sento forte, come tutti gli altri qui, il desiderio di fare la mia parte, di combattere la mia battaglia, proprio come stanno facendo i medici» ripete Anna.
E Maria, dall’altra parte d’Italia, a Baronissi, nel Salernitano, fa lo stesso: «Le richieste d’aiuto arrivano ormai da diversi comuni, le persone che vivevano di espedienti a causa delle limitazioni della vita sociale non riescono più a rimediare spiccioli per il cibo, da ogni parte guardiamo c’è bisogno, c’è richiesta d’aiuto ». E l’aiuto si organizza, anche in Campania, con turni doppi e viaggi avanti indietro, «in uno spettacolo di determinazione che mi lascia senza fiato – racconta Maria –. La forza della solidarietà, se possibile, è addirittura aumentata, ci sentiamo tutti in dovere di fare di più invece che di meno, e questo mi offre una lezione che porto anche a casa. Non possiamo e non dobbiamo fermarci, nessuno di noi».

Credo che ognuno sia chiamato a fare la sua parte di bene adesso. Se un medico sta salvando una vita, se uno scienziato sta studiando un vaccino, io posso occuparmi di portare cibo a chi non ne ha. Anna, 26 anni, Aosta
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Le piccole, grandi battaglie dei volontari sono cominciate nelle prime zone rosse del Basso Lodigiano, a fine febbraio. «Far arrivare il cibo con le prime restrizioni è stato difficilissimo, ci siamo appoggiati alla Protezione civile». Il modello di collaborazione, improvvisato all’inizio, s’è fatto via via più strutturato e a Milano in queste ore è arrivato a concretizzarsi in un nuovo sistema di distribuzione del cibo: il Comune ha messo a disposizione spazi inutilizzati e volontari per permettere agli enti caritativi (Banco alimentare e Caritas in primis) di organizzare ex novo la distribuzione dei pasti, permettendo agli operatori di lavorare in sicurezza.
Sono nati sette hub, in sette diverse zone della città, dove da lunedì scorso è cominciata la raccolta e la distribuzione dei pacchi, che vengono poi consegnati direttamente a domicilio, fuori dalla porta delle famiglie segnalate dai servizi sociali e dagli stessi enti: «Si cerca di sopperire alla capillarità del nostro servizio, che in questo momento non può essere garantita, in questo modo. Certo, il Banco della Lombardia ogni giorno serve 70mila persone, non so se riusciremo ad arrivare a questi numeri. Ma il nostro obiettivo è incrementarli, giorno dopo giorno», spiega ancora Bruno. Senza contare che il modello Milano potrebbe essere presto replicato nelle altre città, a cominciare dalla Capitale. Il mondo più in sofferenza resta quello legato alle parrocchie, che hanno dovuto chiudere i propri spazi. «Qui a Torino – racconta ancora fra Davide – la colazione nella struttura delle suore vincenziane, per esempio, era un punto di riferimento per gli indigenti, in particolare per i senza fissa dimora. Ora, con la chiusura di quegli spazi, queste persone oltre ad aver perso la possibilità di un pasto sono anche disorientate, si sentono smarrite».
Mense, docce, dormitori, centri di ascolto: «Questi sono senz’altro i punti più fragili del sistema adesso – rileva anche il presidente del Banco –, cui tutti insieme stiamo cercando di sopperire con una nuova organizzazione della solidarietà. È chiaro che lo scenario è inedito per tutti, servirà un po’ di tempo». A dire che si può fare, che c’è speranza, «c’è la signora che riceve il pacco e apre la porta urlando ai volontari sul pianerottolo che pensava d’essere stata abbandonata. e invece no. C’è la famiglia che bussa a un magazzino e chiede di cosa c’è bisogno, perché in passato sono stati aiutati e adesso sentono che è venuto il momento loro, di aiutare». C’è un Paese più forte del coronavirus, che fa la sua parte per gli altri senza paura.

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