Omelie 2016 di don Giorgio: DECIMA DOPO PENTECOSTE

24 luglio 2016: DECIMA DOPO PENTECOSTE
1Re 3,5-15; 1Cor 3,18-23; Lc 18,24b-30
Perché Salomone chiede a Dio la sapienza
Ancora oggi, soprattutto oggi, restiamo colpiti dalla preghiera rivolta al Signore da Salomone, appena prende in mano la guida del popolo ebraico. Perché chiede la sapienza di governo?
Ricostruiamo sinteticamente il periodo storico. Dopo Davide sale al trono il figlio Salomone, non in modo del tutto pacifico, ma tra drammi e congiure. Già in questa complessa esperienza, terribile e non facile nel districarsi delle successioni tra fratellastri, figli tutti di Davide ma di diverse madri, emergono per Salomone i pericoli di un governo violento e di una giustizia lacerata. In più, Salomone si sente disorientato, nel governare un popolo molto numeroso, anche a causa della sua giovane età.
Salomone poteva anche chiedere al Signore capacità di essere fermo, deciso, coraggioso, nell’affrontare tali difficoltà. Magari più con il pugno che con la saggezza. Ma chiede proprio la saggezza.
“Dammi un cuore docile…”
Spieghiamo le due parole: cuore e docilità.
“Per la Bibbia, il cuore non è tanto la sede dell’amore e dei sentimenti come suggerisce la nostra cultura occidentale, ma la sede del pensiero, della conoscenza e della volontà, il centro delle energie dell’uomo che lo spingono a decidere e ad agire” (don Ciccone). Per la cultura orientale, si va ancora oltre, più interiormente: la caverna del cuore è la sede dello spirito, che è la realtà più profonda dell’essere umano, là dove l’essere umano s’incontra con l’essere divino. Ecco perché il Signore gradisce la richiesta di Salomone, dicendo: “Ti concedo un cuore saggio e intelligente…”. I doni divini della saggezza e dell’intelligenza non riguardano tanto le facoltà diciamo dell’anima, che è la parte intermedia tra lo spirito e la carne, ma riguardano lo spirito, ovvero la realtà più profonda. Dunque, la vera saggezza è quella dello spirito interiore, poiché solo lì, ripeto, s’incontra la saggezza divina. L’intelligenza, allora, è la capacità interiore di cogliere la saggezza divina, nel cuore più profondo dell’essere umano.
Docilità è ascolto
Docilità che cosa significa? Non significa remissione, passività, sottomissione, significa invece ascolto. Un cuore è docile quando ascolta. Subito siamo portati a pensare che il vero politico o la vera guida religiosa siano coloro che ascoltano le esigenze dei sudditi o dei credenti, ovvero della base del popolo. Stiamo attenti. Subito dopo, infatti, Salomone dice: “perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male”. La giustizia, dunque, consiste nel saper distinguere il bene dal male. Essere saggi significa allora comprendere ciò che è giusto e ciò che non lo è, a partire proprio dal vero bene del popolo o della gente. E qual è questo bene? Qui sta la vera domanda. L’imbonitore o il populista agisce sulla pancia della gente o anche su reali problemi esistenziali, ma senza andare oltre. Il bene reale riguarda l’essere. Bisogna, allora, ascoltare le vere esigenze della gente, che partono dal loro essere più profondo.
C’è qualcosa dentro l’essere umano che grida giustizia e nessuno lo ascolta. A noi sembra di ascoltare la gente, quando protesta per ottenere qualcosa, ma questo non è che una conseguenza, talora così esteriorizzata da coprire il vero disagio interiore.
La sapienza e la stoltezza secondo S. Paolo
S. Paolo contrappone la sapienza di Dio alla sapienza del mondo, che stoltamente pone la sua fiducia nei beni materiali e nel potere umano. L’Apostolo aggiunge: «I progetti dei sapienti (mondani) sono “vani”», ovvero vuoti di umanità. Ecco dove sta la differenza abissale tra la stoltezza umana e la sapienza divina: la prima è vuota di valori umani, la seconda è la pienezza dei valori umani. Che significa pienezza dei valori umani? Significa che la sapienza divina rivaluta i valori umani nella loro integrità originaria, prima che l’uomo li contaminasse. E come li ha contaminati? Per rispondere bisogna risalire all’inizio del capitolo terzo, quando San Paolo distingue l’uomo carnale dall’uomo spirituale. La carne è il terzo elemento che costituisce l’essere umano: spirito, anima e corpo (o carne). L’uomo “carnale” è colui che vive all’esterno del proprio mondo interiore, e perciò non obbedisce alla voce dello Spirito. E allora succede di tutto: esce dall’ego ogni sorta di male: invidie, inimicizie, discordie, divisioni, razzismi, faziosità, ecc. Si è carnali, quando si pretende di voler vincere sull’altro a tutti i costi, quando si privilegia il noi agli altri, quando si fomentano rivalità o nazionalismi esasperati, quando si cavalca anche solo un piccolo potere per ritenersi migliori, per ottenere qualche brillante successo.
L’uomo “spirituale” parte dal proprio essere più profondo e più puro, in perenne contatto con il divino, per rifare la logica umana secondo la logica divina. Chissà perché: a me piace moltissima l’immagine dell’uomo capovolto. Cristo, quando è sceso sulla terra, ha trovato un mondo capovolto, che camminava con la testa all’ingiù, e lo ha rimesso in piedi, invitandolo a riprendersi la mente. Purtroppo, succede che ancora oggi, se tu fai notare che il mondo cammina con la testa all’ingiù, ti accusa di essere tu l’anormale.
La stoltezza della ricchezza
Il brano del Vangelo di oggi tralascia il retroterra. Era successo che un notabile si era rivolto a Gesù per sapere che cosa doveva fare per avere in eredità la vita eterna. Gesù lo rimanda ai comandamenti. “Già osservati dalla giovinezza!”, risponde quel notabile. Gesù allora lo invita a rinunciare a tutti i suoi averi. Ma quello diventa assai triste, perché era molto ricco. Gesù allora esclama: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio. È più facile infatti per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio!».
Per regno di Dio non si intende tanto il paradiso, ma quel regno che è già qui, ed è il mondo di Dio, quel mondo che, da tempo ormai, nelle mie omelie, identifico con il mondo dell’essere interiore, con quella realtà spirituale, dove il divino s’incontra con l’umano.
Gesù condanna il mondo dell’avere, come causa di tutti i mali, in quanto fa perdere l’equilibrio, mettendo in secondo piano il primato dell’essere. Gesù, quando dice al notabile di vendere tutti i suoi beni materiali, pensava a quell’ego interiore, fonte di quella pretesa di appropriazione o di possesso che toglie la capacità di giudicare, con saggezza, il bene e il male. Il regno di Dio è il regno dell’essere, o di quella realtà spirituale che saggiamente valuta il valore delle cose.

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