Omelie 2017 di don Giorgio: QUARTA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE

24 settembre 2017: QUARTA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE
Is 63,19b-64,10; Eb 9,1-12; Gv 6,24-35
I tre brani della Messa li possiamo anche definire come squarci che denudano le miserie umane (primo e terzo brano), oppure squarci che tolgono il velo di vecchie e logore simbologie rituali, che cadono di fronte alla realtà divina, che così si svela in tutta la sua purissima novità (secondo brano).
Cristo sacerdote secondo l’Ordine di Melchisedek
A proposito del brano della Lettera agli Ebrei, dico dubito che, secondo gli studiosi, si tratterebbe di una grandiosa omelia in cui domina la figura di Cristo, sacerdote perfetto della nuova Alleanza tra Dio e l’Umanità.
Sì, Cristo viene presentato ancora come un sacerdote, nel senso più pieno della parola: come colui che dona il sacro, da intendere al di là di ciò che è strettamente religioso. Dunque, sacerdote sì, ma non nell’ordine o nella linea tradizionale del sacerdozio levito. L’autore anonimo della lettera agli Ebrei presenta Cristo come Sacerdote secondo Melchisedek, perciò fuori di ogni schema della religiosità ebraica. Melchisedek era un sacerdote pagano, al servizio del Dio altissimo.
Dunque, il sacerdozio di Cristo non si rifà ad Aronne, capostipite del sacerdozio ebraico, ma a Melchisedek: «Anzitutto Il suo nome significa “re di giustizia”; poi è anche re di Salem, cioè “re di pace”. Egli è senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio, rimane sacerdote per sempre».
Cristo è, come Melchisedek, sacerdote del Dio Altissimo, non nel senso di un Dio lontano da questa umanità, ma nel senso che non è legato ad alcuna religione.
Narrano gli evangelisti che, quando Cristo emette l’ultimo respiro (da intendere anche nel senso di esalare lo Spirito santo), il velo del tempio si squarciò in due, mettendo così fine alla separazione tra il Divino riservato ai Sommi sacerdoti e l’umano, riservato ai poveri cristi. La morte di Cristo, nuova sorgente della vita, ha eliminato ogni barriera religiosa, quella che separava l’essere umano nella sua realtà interiore dall’esteriorità rituale di una religione che finisce sempre per cadere in una struttura di fede, per non dire altro.
Il profeta vede chiaro e non imbroglia
Il primo brano è tolto dal libro di Isaia, nella sua terza parte attribuita a un anonimo profeta vissuto dopo l’esilio babilonese, durante la restaurazione della nazione ebraica e la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme. Dunque, ha svolto la sua missione profetica in un momento difficile, tra l’entusiasmo iniziale del ritorno e della ricostruzione e le prime difficoltà e confusioni, per non parlare di quanti si sono subito dimenticati dell’Alleanza.
Ciò che impressiona leggendo il libro di Isaia, specialmente nella seconda e terza parte, è l’alternasi di grandi speranze nelle promesse più belle del profeta e le attese che si prolungano fino a stancarsi di nuovo di Dio. D’altronde, non bisognerebbe mai dimenticare un cosa importante che gli studiosi fanno notare: il profeta di per sé vede sì in anticipo ma i tempi per lui si confondono tra il presente e il futuro. In altre parole, il profeta non sa quando la parola di Dio si effettuerà nei tempi. Ed è anche il problema di capire i tempi del Discorso cosiddetto escatologico di Cristo.
Ed ecco allora la missione vera del profeta, che non è quella di scoraggiare il popolo, ma quella di denudare le ipocrisie e le falsità, prospettando un futuro che si realizzerà gradualmente, ma solo a patto che l’uomo collabori. E se le promesse divine sono belle e grandiose, altrettanto deprimenti sono le miserie umane, tanto più che la società porta in un’altra direzione, diversa dalla voce dei profeti.
Dovrebbe far riflettere anche l’uomo contemporaneo quanto il profeta dice: «Siamo divenuti tutti come una cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia; tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento».
Notate quel “tutti”: nessuno si salva! Notate le immagini: “come panno immondo”, “siamo avvizziti come foglie”, “le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento”. Infine, notate anche l’insistenza dei profeti sugli atti contrari alla giustizia, parola da intendere non solo in senso politico o sociale, ma in quel rapporto di bene comune stabilito non dal consenso dei politici corrotti o del popolo bue: la giustizia è del tutto interiore, è parte del Tutto che è Uno.
Una folla che cerca solo desideri di qualcosa che nutra il corpo 
Il brano del Vangelo ci interroga un po’ tutti quanti, e ci interroga non su ciò che, bene o male, già possediamo, ma su ciò che vorremmo ancora possedere, e che perciò vogliamo o desideriamo avere.
È dura, sferzante la risposta di Cristo alla folla che lo stava cercando: «In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà».
Non so quante volte noi cristiani abbiamo riflettuto sulle parole: “Procuratevi un cibo che non perisce”. E il cibo che non perisce non è solo il pane eucaristico: crediamo di risolvere tutto buttando ogni parola di Gesù sul piano eucaristico, anche perché il segno eucaristico forse è meno facile da cogliere che non il segno di spezzare il pane, che poi ha dato origine al primo termine con cui i primi cristiani indicavano ciò che oggi diciamo Messa.
A noi basta mangiare un pezzo di pane, e dimentichiamo che questo pezzo di pane è stato già diviso anche per noi, ed è qui il segno di cui parla Cristo: la divisione di un pane che, per il fatto di essere diviso, viene moltiplicato per tutti. No. A me basta mangiare il “mio” pane, che, anzi, diventa “mio”, sottraendo quel pezzo di pane a cui tutti hanno diritto.
Ma forse la logica matematica è uscita dalla nostra razionalità, secondo cui uno più uno fa due, ma rubando l’uno ad un altro. La logica di Dio è diversa: uno più uno fa sì due, ma nell’insieme del bene comune che stabilisce la regola del tutto nell’insieme di ogni uno. Il mio uno che rispetta l’uno dell’altro acquisterà la gioia di sentirci parte del Tutto divino.

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