Omelie 2017 di don Giorgio: DOMENICA PRENATALIZIA

24 dicembre 2017: DOMENICA PRENATALIZIA
Is 62,1-5; 1Ts 5,15b-23; Mt, 1-16
Genealogia e la presenza di 4 donne “particolari”
Il terzo brano di questa Messa prenatalizia riporta la genealogia di Gesù.
Genealogia è un termine greco che significa “libro delle origini”. Secondo un’antica tradizione, gli Ebrei sentivano il dovere di conservare la memoria dei loro antenati. La discendenza era il fondamento di importanti diritti e privilegi.
Matteo, riportando all’inizio del suo Vangelo la genealogia di Gesù ha inteso dimostrare l’appartenenza di Gesù al popolo d’Israele: egli risale ad Abramo, il capostipite del popolo ebraico.
A prima vista, sembra di trovarci davanti a un lungo e freddo elenco di nomi, anche difficili da pronunciare: ci sono personaggi di notevole rilievo, altri del tutto sconosciuti. Ma la cosa davvero interessante, e per un certo verso sconcertante, è la presenza di quattro nomi di donne (fatto rarissimo nelle antiche genealogie: sappiamo quanto la donna contasse poco nella vita sociale). Ecco i loro nomi: Tamar, cananea e incestuosa; Racab, straniera e prostituta;  Rut, moabita dunque straniera, e vedova; infine Betsabea, adultera (moglie di Urìa, che Davide per averla in moglie ha fatto uccidere).
Che cosa dire? Anche Gesù, in quanto uomo, è frutto di una storia genealogica. La sua storia è una storia reale, umanissima, segnata anche dal peccato, abitata da persone e da vicende di violenza subìta e inferta, da storie di dedizione, ma anche di sopraffazione, di generosità e amore, ma anche di grande egoismo.
Giustizia come stella e salvezza come lampada
Soffermiamoci ora sul primo brano. Fa parte del cosiddetto Terzo Isaia, un anonimo profeta vissuto dopo l’esilio babilonese, dunque in un periodo particolare del popolo ebraico, che, tornato da Babilonia in patria, deve ricostruire tutto: le mura della città e il tempio, ovvero la comunità civile e quella religiosa.
Nel brano della Messa si parla di Sion (altro nome per indicare Gerusalemme), ma il profeta pensa alla nuova Gerusalemme, quella ideale, che va al di là di una connotazione puramente geografica. Attenzione, dunque, alle parole, per non cadere nel rischio fatale di identificare il regno di Dio con una nazione o uno stato.
La Gerusalemme ideale è il regno di Dio, che Cristo chiarirà, definendolo regno dello Spirito, ma che anche il profeta all’inizio del capitolo 61 aveva anticipato, dicendo che lo Spirito del Signore si poserà sul Messa, consacrandolo per una missione del tutto speciale: proclamare l’anno di grazia.
Ci sono nel brano di oggi due immagini che ci aiutano a cogliere anche il senso del Mistero natalizio: «Per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalemme non mi darò pace, finché non sorga come stella la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada».
Quello della luce è un tema costantemente presente nella liturgia natalizia. Certo, non si parla di luci artificiali, che abbagliano i nostri occhi togliendoci la vista dalla bellezza del Mistero.
Giustamente qualcuno ha detto che un tempo era la luce o le stelle o la luce fioca dei lampioni delle strade che conducevano i credenti in chiesa per la Messa natalizia di Mezzanotte. Oggi le luci richiamano a visitare i negozi o a distogliere dal Sacro, che di per sé non ha bisogno di luci particolari, perché è già Luce interiore.
“Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono”
Passiamo al secondo brano. Nella prima lettera ai cristiani di Tessalonica, San Paolo scrive: «Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono».
Sarà una mia considerazione troppo personale, ma talora mi chiedo: in tutti i nostri presepi, nelle insegne natalizie, tra i vari simboli che richiamano la nascita di Gesù, qual è la presenza dello Spirito santo? Eppure, il cristiano sa che il Figlio di Dio si è incarnato nel grembo di Maria per opera dello Spirito santo. Senza lo Spirito santo, Gesù non si sarebbe incarnato. Chissà, forse Dio nella sua infinita creatività avrebbe potuto scegliere altre vie per incarnarsi. Ma sta di fatto che, come dice Luca, capitolo 1, versetti dal 26 al 38, è chiaro l’annuncio dell’angelo a Maria: “Lo Spirito santo scenderà su di te… colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio».
Poco fa ho parlato di presepi, di simboli, di insegne natalizie, ecc., ma non mi pare che anche la liturgia sia molto prodiga nel parlare di Spirito santo. Certo, qualcuno dirà: Come si può rappresentare lo Spirito Santo, se è purissimo spirito? Qui, non si chiede di rappresentare lo Spirito, ma di parlarne.
L’invito di Paolo è esplicito: “Non spegnete lo Spirito”. L’Apostolo parla spesse volte dello Spirito santo. Nella lettera ai cristiani di Roma, scrive: «Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio» (8,16). Non è il momento di soffermarci su questa affermazione veramente sconvolgente: “siamo figli di Dio”. In noi, come nel grembo di Maria, lo Spirito genera il Figlio di Dio. Poco dopo (8,26), l’Apostolo scrive: «… anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili».
In che cosa consistono questi gemiti? San Paolo lo specifica dicendo che sono come i gemiti di una partoriente che produce la vita. “Come la creazione che geme e soffre nelle doglie del parto”; sono sempre parole di San Paolo. Commenta uno studioso: «I credenti gemono non perché li incalzi una minaccia, ma perché ancora non sono in possesso della loro speranza e sono impazienti di raggiungerla».
Ogni Natale che arriva è un passo ulteriore verso la speranza. Sì, Gesù è nato, ma, come ha scritto un grande mistico (Angelus Silesius, in Pellegrino Cherubico): «Nascesse mille volte Cristo in Betlemme, se in te non nasce, sei perduto in eterno». E aggiunge: «Davvero è generato ancor oggi il Verbo eterno! Dove? Qui, dove in te hai perduto te stesso».

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