Omelie 2018 di don Giorgio: SECONDA DI QUARESIMA

25 febbraio 2018: SECONDA DI QUARESIMA
Dt 5,1-2.6-21; Ef 4,1-7; Gv 4,5-42
Perché il primo brano?
Quando mi chiedo il motivo per cui la Liturgia, in questa seconda domenica di Quaresima, detta della Samaritana, ha scelto come prima lettura il brano del Deuteronomio, dove si parla del Decalogo, consegnato da Jahvè, Dio d’Israele, nelle mani del condottiero Mosè, un brutto pensiero mi viene: forse un tentativo di contrapporre la legge esteriore dei Comandamenti alla legge interiore dello Spirito santo. Quasi a dire: Sì, Cristo ha parlato alla samaritana di Spirito santo, ma attenzione: la legge mosaica rimane sempre intatta, da osservare. E il pretesto per richiamare il Decalogo c’è: quando la samaritana accenna alla sua vita privata.
Ma forse c’è anche un aspetto positivo da cogliere: l’invito a rileggere i dieci comandamenti alla luce delle parole di Cristo sullo Spirito santo. Credo che questo aspetto positivo sia davvero interessante. Basterebbe la domanda: qual è il rapporto tra la legge e lo spirito? Domanda che già San Paolo si era posta, e che forse andrebbe raccolta e riproposta anche oggi.
E non dimentichiamo che già Cristo aveva dato una risposta lapidaria. Nel capitolo 22 del Vangelo di Matteo, alla richiesta del dottore della legge, «Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?», Gesù risponde: «”Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo, poi, è simile: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. “Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti” (Mt 22, 37-40).
Gesù e la samaritana
Passiamo al brano di Giovanni che riporta il dialogo di Gesù con la donna samaritana.
Dico subito che, accanto al Prologo dove si parla del Logos divino che si fa carne, il brano della samaritana è uno dei più importanti nel Vangelo di Giovanni. La comunità di Giovanni ha meditato a lungo su Gesù Cristo, ed è andata oltre il suo aspetto di personaggio storico. È per questo che il quarto vangelo è stato scritto, anni e anni dopo la stesura degli altri tre vangeli, detti sinottici. Il quarto Vangelo è la testimonianza di una comunità cristiana, quella di Giovanni, che ha voluto cogliere nel Cristo storico la sua realtà più mistica, ovvero nel suo aspetto più spirituale.
Sì, il Logos si è fatto carne, dice il Prologo, ma perché la carne si spiritualizzi nella realtà più interiore dell’essere umano. Il Logos, ovvero la Sapienza di Dio, genera figli di Dio, ma in che modo? Non attraverso il Sacramento del battesimo, come dice ancora la Chiesa,  ma per mezzo del Logos Cristo che genera figli e li rigenera nel loro mondo interiore.
Un dialogo sconvolgente, sotto silenzio
Neppure i non credenti e gli atei, davanti al dialogo di Cristo con la donna samaritana, potrebbero restare indifferenti, o rifiutarlo semplicemente perché si parla di argomenti che sembrerebbero, a prima vista, appartenenti a un mondo “estraneo” a loro. Nulla è estraneo all’essere umano, quando si parla di essere, perché l’essere non ha religione, e non sopporta pregiudizi ideologici.
Certo, anche quella donna di Samaria era religiosa, ma la sua religione era fuori dei confini della ortodossia giudaica, che aveva fatto dell’unico Dio un pretesto, solo un pretesto di superiorità, scendendo  tanto in basso da uscire dagli orizzonti dell’Essere divino.
Certo, anche la samaritana, adorando a modo suo il proprio Dio, quello venerato sul monte Garizim, aveva problemi di vista. Ma, a differenza degli ebrei, detentori del monopolio religioso, si trovava in vantaggio: era eretica, appartenente a un popolo “bastardo”, un miscuglio di razze diverse.
E  Cristo che cosa fa? Sceglie proprio una donna eretica per affidarle uno dei più grandi messaggi della storia religiosa.
Attorno a un pozzo
Immaginiamo la scena. C’è un pozzo, e il pozzo richiama mille simbologie, tra cui una in particolare: è profondo, e come tale richiama l’essere. Più è profonda, più l’acqua è buona. Più scendiamo dentro di noi, più l’essere si spoglia di ogni scoria.
Qualcuno potrebbe dire: a me basta avere un po’ d’acqua da bere, e possibilmente alla portata di mano; a me basta avere quel minimo (che poi non è mai sufficiente in rapporto alle pretese che ingigantiscono il minimo), perché possa avere anche il tempo per fare altro, ovvero sciuparlo alla ricerca di futilità di uno smodato avere.
I Mistici, secondo l’uomo moderno, sarebbero buontemponi, che hanno già risolti i problemi dell’esistenza, perché o fortunati o perché di questo mondo se ne fregano.
Ma i Mistici vedono la “realtà”, al di là delle apparenze. E la realtà mi dice che i problemi dell’essere umano non sono mai stati risolti, togliendo di mezzo l’essere, ovvero l’essenza del nostro vivere. Ci siamo costruiti un mondo di sogni, di desideri, di ansie, di voleri, che hanno sempre portato lontano dalla vera realtà, che è l’essenzialità dell’essere umano.
Quella donna samaritana arriva al pozzo, come solitamente faceva forse tutti i giorni. Ha tutto l’occorrente per attingere. Cristo è già lì, a mani vuote, e chiede acqua, sapendo di irritare, lui ebreo, quella donna di un altro popolo, odiato dagli ebrei.
Nasce un battibecco: è l’inizio della discesa; discesa nel pozzo dell’essere.
Io… tu… Ci si scambiano battute. La donna vuole far prevalere la sua concretezza, Cristo ha solo dalla sua la Parola che parla al futuro, che è già presente: «Viene l’ora, ed è questa…».
I tempi stanno per arrivare, non sono lontani. Ma bisogna accettare la scommessa, la sfida, ed è l’agire dello Spirito in libertà, che però richiede la nostra piena disponibilità interiore.
Il tempio dello Spirito siamo noi, ma il tempio, più che il nostro corpo, come dice San Paolo, è il nostro essere. Solo qui si adora il Divino in spirito e verità. Ora, non domani.

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