Omelie 2017 di don Giorgio: TERZA DOPO PENTECOSTE

25 giugno 2017: TERZA DOPO PENTECOSTE
Gen 2,4b-17; Rm 5,12-17; Gv 3,16-21
Il peccato originale: un mito reso dogma da una religione irrazionale
Il peccato originale sembra l’ossessione di una Chiesa che, appellandosi ad una speciale rivelazione divina, lo mette in campo, ad ogni piè sospinto, con estrema frequenza, non si sa bene se per giustificare l’essere umano nella sua radicale propensione al male oppure per farlo sentire del tutto in colpa, perciò vittima di qualcosa che solo la religione potrebbe risolvere con i suoi potenti mezzi salvifici, ovvero i sacramenti.
Eppure, il testo della Genesi che parla del peccato originale non va preso alla lettera. Si tratta di un mito, tra l’altro presente, sotto altre forme letterarie, in quasi tutte le antiche religioni. E gli studiosi ci assicurano che, a parte le prime pagine della Genesi, negli scritti dell’Antico Testamento non c’è mai un accenno al peccato originale. E nel Nuovo Testamento, è stato l’apostolo Paolo a tirar fuori questo mito, mettendo a confronto il vecchio Adamo, che ha peccato trascinando con sé tutta l’umanità, con il nuovo Adamo, Gesù Cristo, che invece l’ha salvata. Una tesi cara all’Apostolo per dire che Gesù è venuto per salvare tutta l’umanità. Tra parentesi, l’espressione “peccato originale” è stata introdotta da Sant’Agostino, che ha anche coniato l’espressione “felix culpa”, anche se, secondo altri studiosi, si troverebbe in un’omelia di Sant’Ambrogio. Anche nell’Exsultet, il Preconio pasquale che viene cantato nella Veglia del Sabato santo per la benedizione del Cero pasquale, troviamo le parole: “O felix culpa, quae talem ac tantum meruit habere Redemptorem! (Felice colpa, che meritò di avere un così grande redentore!).
Dunque, se non ci fosse stato il peccato di Adamo e di Eva, il Figlio di Dio non si sarebbe incarnato. Di conseguenza, la colpa di Adamo ed Eva ci ha procurato la gioia della nascita del Figlio di Dio. Forse noi saremmo tentati di dire: sarebbe stato meglio non avere tutto il male che c’è nel mondo piuttosto che avere poi la gioia di un rimedio da parte dello stesso Figlio di Dio che si è incarnato per questo. Ma è proprio vero che il Figlio di Dio è venuto sulla terra solo per dare un rimedio efficace contro il peccato originale? E dove sarebbe questo rimedio se, Cristo o non Cristo, il mondo va sempre più nella direzione sbagliata?
I miti e i perenni  interrogativi
Certo, anche i miti contengono delle verità, ma le verità sono nascoste da immagini o simboli, non sempre facili da interpretare, oppure così semplici che a prenderli nella loro più genuina semplicità si rischia di essere giudicati banali. Ma forse, anche qui, la via di mezzo è quella giusta, ma la via di mezzo, che è virtù, proprio perché richiede l’intelligenza superiore, è quella realtà che sta tra i dogmi di una religione che prende alla lettera anche le favole di Esopo, come se gli animali parlassero realmente, e la supponenza pseudo-scientifica di chi crede di trovare ogni rimedio agli interrogativi più enigmatici, che hanno da sempre accompagnato il cammino del genere umano nella sua lunga storia millenaria.
Chi ha finora saputo dare una risposta al perenne dolore innocente? Chi ha saputo spiegare il motivo per cui l’essere umano, da sempre, ha odiato il suo simile e il convivere con gli altri, assetato più di sangue che di acqua, affamato più di più risentimenti di vendetta che di pane?
Chi sa darmi una risposta (che non sia la solita banale giustificazione di un diritto alla pace di casa) al fatto che non si vuole proprio riconoscere che apparteniamo tutti alla stessa umanità? Chi sa spiegarmi il motivo di tanta perversione distruttiva, in nome, pensate!, di motivazioni religiose che si appellano a un dio che si diverte quasi a vedere scannare animali, bambini, giusti, con l’intento diabolico di sradicare ogni gusto di bene, di bellezza, di gratuità, quasi fosse proibito vivere da esseri umani? Ma perché allora questo dio ci avrebbe creato?
Ognuno s’interroghi
Ma, più che chiedere a voi, chiedo anzitutto a me stesso chi veramente sono, ovvero se non sia un satanasso, e chi mi ha eventualmente creato tale. A proposito di Hitler, più di uno ha scritto: “Se prima dubitavo del demonio, pensando a ciò che ha fatto Hitler ora ne sono certo”. Ma, più giustamente, qualche altro ha scritto: “Ognuno di noi ha dentro in sé un piccolo Hitler, pronto a fare del male!”.
Appena ho il coraggio di specchiarmi nella realtà del divino o, almeno, di quel divino di cui ancora riesco a gusto un po’ di bontà e di bellezza interiore, provo disgusto per ciò che in realtà non sono. E sì, perché, essendo fuori di me, mi sento un estraneo, uno fuori luogo, ovvero fuori di quella realtà interiore, per cui non vivo che di apparenze di verità, di giustizia, di bellezza e di eroicità. E sono proprio queste apparenze che producono bruttezza e sofferenza, insoddisfazione e odio, vendette e una catena di morti.
La cosa più tragica di questo mondo, e perciò di un viverci quasi schiavi di un sistema perverso, sta proprio nelle falsità che ingannano il nostro essere più vero, così da ridurlo a un insieme di sensazioni e di manie patologiche, proprie di uno psicopatico. Sì, siamo in balìa di patologie sempre più schiavizzanti, incapaci come siamo di cercare una via d’uscita, al di fuori delle pseudo-scienze che si fanno chiamare psicologie o psichiatrie, che sanno sfruttare bene il momento tragico di esseri umani disfatti, ricavandone soldi a palate.
E la Chiesa che fa?
La Chiesa insiste nel parlarci del mito del peccato originale, come una favola di Esopo, presa alla lettera. Tutta colpa di un serpente che avrebbe ingannato il povero Adamo e la povera Eva. E pensare che già il Battista aveva urlato nel deserto. “Voi, razza di vipere…!”. E dove sta la vipera se non dentro di noi?
Tempo fa avevo chiesto a uno studioso di mistica di dirmi qualcosa su cosa i mistici pensassero del peccato originale. Mi ha risposto con due piccole parole: “Amor sui”. Il peccato originale sta in quell’ego, fonte di ogni male, che si appropria di tutto come se fosse proprio, che mette in primo piano il proprio diritto di appropriazione. Prima io, poi gli altri, ma gli altri non troveranno mai un posto dal momento che il mio io occupa più del dovuto quello spazio che è di tutti.

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