Omelie 2015 di don Giorgio: Prima dopo la Dedicazione

25 ottobre 2015: Prima dopo la Dedicazione
At 8,26-39; 1Tm 2,1-5; Mc 16,14b-20
I primi tempi del cristianesimo, quando la Chiesa non si era ancora strutturata
Il primo brano della Messa, attraverso il libro “Atti degli Apostoli”, ci presenta un episodio che ha qualche aspetto un po’ strano, ad esempio la parte finale, contenuta nel versetto 40, tralasciato dalla liturgia, dove si dice che Filippo si trovò improvvisamente ad Azoto, come se lo Spirito santo lo avesse preso per la collottola e trasportato, volando. In realtà ci sono altri aspetti che ci fanno capire come certi fatti siano entrati a far parte della fede, anche mistica. Lo Spirito santo è presentato come il vero protagonista, senza tuttavia dimenticare i limiti umani dei credenti, ed è qui che, nell’evidenziare anche le debolezze e le difficoltà della Chiesa primitiva, che mi fa rendere simpatico il libro degli Atti.
Contestualizziamo l’episodio. Gli apostoli e i seguaci di Gesù Risorto si erano oramai dispersi nei territori della Palestina, anche sotto gli effetti delle persecuzioni, a partire dagli ebrei, decisi a porre fine a questa nuova setta (così veniva chiamato il cristianesimo), per poi essere perseguitati soprattutto dall’impero romano. Le persecuzioni ottennero come effetto non solo la dispersione dei cristiani, ma anche la diffusione dello stesso cristianesimo. Ovunque andavano, i primi cristiani annunciavano il messaggio di Cristo.
Ma c’è un altro aspetto che vorrei sottolineare. La Chiesa, all’inizio, non aveva ancora quella struttura gerarchica che poi assumerà col tempo, soprattutto quando, con l’Editto di Milano, Costantino permise libertà di culto anche ai cristiani. All’inizio, dunque, la Chiesa, pur avendo una certa centralità (non dimentichiamo che Gerusalemme restava, in ogni caso, il punto di riferimento, e che Pietro era già considerato come il capo della Chiesa), tuttavia c’era una certa libertà di movimento da parte degli evangelizzatori, di coloro cioè che avevano la missione di annunciare il vangelo di Cristo: apostoli e diaconi, in particolare.
Dicevo sopra che lo Spirito santo era il vero protagonista, ed era allo Spirito santo che anche gli Apostoli si riferivano in ogni loro decisione. La Chiesa, dunque, non era ancora strutturata: non c’erano le diocesi, le parrocchie, gli organismi sotto la protezione della gerarchia ecclesiastica. Certo, c’era un certo controllo: non è che ognuno decidesse a modo suo, soprattutto quando si trattava di affrontare certe questioni inerenti ad esempio il rapporto prima con l’ebraismo e poi con il paganesimo.
Tuttavia, lo ripeto, lo Spirito santo agiva in piena libertà, e lo si sentiva, Anche dall’entusiasmo spontaneo dei discepoli.
Poi sappiamo che cosa succederà nella Chiesa, lungo i secoli: più la Chiesa si espandeva, più si organizzava in un modo anche ferreo, nel senso dogmatico e nel senso moralistico. Tutto sotto controllo, e il controllo era tenuto anche con un potere forte, tale da spegnere quasi l’azione dello Spirito, il quale era solo messo in gioco quale alibi del potere ecclesiastico per garantire obbedienza e disciplina.
Non è il momento per fare tutta la storia della Chiesa fino ai nostri giorni. Dico solo che, se è vero che la profezia è la voce dello Spirito di libertà, i profeti non sono mai stati sopportati dalla struttura della Chiesa. Neppure ai giorni nostri. Tutti i guai per la Chiesa sono arrivati dall’eccesso di potere, che ha represso l’azione dello Spirito.
Pensate al rapporto coscienza-legge, dove la legge sta per ordine strutturale, che impone obbedienza: un’obbedienza tale da soffocare la propria coscienza. Prima la legge, l’ordine, l’obbedienza alla legge, e poi la coscienza. Mi chiedo che spazio possa avere la voce della coscienza, quando prevale la struttura-ordine che impone l’obbedienza.
Ed è per questo che gli spiriti liberi sognano i primi tempi della Chiesa, quando era lo Spirito a dettare la sua legge nel cuore dei credenti.
Pregare per il Bene comune: che significa?
Il secondo brano della Messa, che è tolto dalla lettera che l’apostolo Paolo (o probabilmente un suo discepolo) ha scritto a Timoteo, per incoraggiare il giovane (fragile di salute) capo della comunità di Efeso a esercitare la missione affidatagli, quella di richiamare alla sana dottrina coloro che, per motivi di orgoglio, se ne erano allontanati diventando “falsi dottori”. All’inizio del capitolo secondo troviamo una forte sottolineatura sulla preghiera universale. Si evidenzia il dovere di pregare per tutti, a cominciare da coloro che governano, spiegando anche la motivazione: “perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio”. In altre parole, oggi diremmo: pregare per il Bene comune, che è dunque “vita calma, tranquilla e dignitosa”, aggiungendo “dedicata a Dio”, nel senso più ampio di quel Mistero che raccoglie ogni realtà esistenziale, cogliendone però il suo cuore, che è il Mistero della nostra interiorità, profondamente sacra più che formalmente religiosa.
I credenti pregano Dio per quanti ci governano, perché siano illuminati su ciò che rappresenta il vero Bene comune. I non credenti si appellano a quella Sorgente vitale presente nel Cosmo, per cui tutti siamo uniti da legami profondi. Non c’è nessuno che sia estraneo a tale rete di vita, neppure i criminali, i dittatori, i malfattori. Pregare allora significa credere perché prima o poi prevalga quel Bene che è la Sorgente vitale, dove tutti siamo, volere o no, immersi.
Tutto questo dà un senso ottimistico anche nei riguardi della politica, oltre che naturalmente nei riguardi della religione a cui apparteniamo. C’è un Oltre che supera i momenti più bui, e c’è un Oltre che si serve anche dei malvagi per raggiungere un bene migliore. Talora è questione di pura fede: fede nel suo Dio per chi ci crede, e fede nell’Umanità per tutti.
Permanente incredulità e durezza di cuore
Il breve brano del Vangelo rivela un particolare che ritengo assai interessante. Gli Apostoli (erano rimasti in Undici dopo la tragica fine di Giuda), anche durante i quaranta giorni (numero simbolico), tra la risurrezione del Maestro e la sua ascensione in cielo, vengono rimproverati dallo stesso Gesù di essere rimasti increduli e duri di cuore. Qualcuno potrebbe aggiungere: veramente duri di cervice, prima, dopo la Risurrezione, e anche dopo la Pentecoste.
Paradossalmente, questo lo ritengo anche positivo. Cristo non ha voluto essere uno tra quei numerosissimi leader, il cui scopo è quello di manipolare le coscienze, creando attorno a sé un gruppo di seguaci fanatici. Tutto possiamo dire di Cristo, ma non che fosse un integralista, venuto a imporre il suo messaggio rivoluzionario, togliendo l’aspetto umano, che è fatto anche di incertezze, di dubbi, di ostinazioni, di ribellioni.
In fondo, mi piace sapere che, anche dopo la Pentecoste, gli Apostoli siano rimasti “umani”, con i loro dubbi e le loro ostinazioni. Questo mi fa capire che, oltre all’aspetto umano che fa parte della nostra libertà sempre in ricerca e mai sazia di qualche verità per di più imposta da qualche leader, Cristo era rimasto ancora “storico”, nonostante fosse già Risorto, ma appariva in sembianze storiche, e perciò gli Apostoli potevano avere tutte le loro buone ragioni per dubitare: vedevano ancora nel Risorto le sembianze umane.
Ma Cristo li ha rimproverati. Certo, così come aveva rimproverato i suoi discepoli, anche durante il suo ministero pubblico. Li ha rimproverati perché iniziassero già a percorrere la strada della fede, quella fede che richiedeva di andare oltre l’aspetto taumaturgico e visibile del Cristo personaggio storico.
Il difetto più grande della Chiesa, invece che percorrere la strada della fede nel Cristo mistico, è stato quello di dare visibilità, struttura, spettacolo, come se questo bastasse a catturare il maggior numero di fedeli. Potrebbe sembrare un paradosso, ma oggi la Chiesa si è ancore più allontanata dal Cristo mistico, tutta protesa a conquistare il consenso della gente in un modo che chiamerei superficiale. Papa e vescovi, preti e suore, fanno e disfano, senza entrare nel cuore del Mistero divino, e nel cuore del mistero dell’essere umano.

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