Omelie 2020 di don Giorgio: PRIMA DOPO LA DEDICAZIONE

25 ottobre 2020: PRIMA DOPO LA DEDICAZIONBE
At 10,34-48a; 1Cor 1,17b-24; Lc 24, 44-49a
La testimonianza
Nei brani della Messa troviamo ricorrente una parola, ed è testimonianza. Una parola tra l’altro fondamentale nei Vangeli, e lo sarà nei primi tempi del cristianesimo, quando i credenti nel Cristo risorto dovranno affrontare persecuzioni d’ogni genere, prima da parte dei giudei e poi da parte dei pagani.
Da notare che la parola “martirio” significa “testimonianza”, dunque il martire era colui che dava la propria vita per la propria fede nel Vangelo.
Ma che significa per un credente essere “testimone”? Se inizialmente il martire era colui che, perseguitato, dava la propria vita per il Cristo risorto, poi la parola “testimone” ha assunto un significato più ampio, come colui che dà testimonianza nel suo pensare, nel suo vivere, nel suo lottare, anche senza arrivare a dare fisicamente la propria vita.
Già qui vorrei fare una riflessione. Se non è strettamente necessario, per essere martiri, ovvero testimoni del Vangelo di Cristo, dare fisicamente la propria vita, tuttavia nei primi tempi della Chiesa c’era chi quasi desiderava farsi martirizzare, quasi fosse una gloria farsi uccidere per amore del Signore.
Pensate a Sant’Ignazio vescovo di Antiochia. Siamo verso la fine del primo e all’inizio del secondo secolo dopo Cristo. Vittima delle persecuzioni, fu arrestato dal governatore della provincia e inviato a Roma per esservi martirizzato. Nelle varie tappe del suo viaggio di prigionia, Ignazio scrisse sette lettere. Ne inviò una anche ai cristiani di Roma per supplicarli di non fare alcun passo in suo favore presso l’imperatore, che lo aveva condannato alla pena capitale.
Scrive, tra l’altro: «Vi supplico: non dimostratemi una benevolenza inopportuna! Lasciate perciò che io sia pasto per le belve, tramite le quali mi è concesso di raggiungere Dio. Sono frumento di Dio, e sarò macinato dai denti delle fiere perché io possa diventare pane puro di Cristo. Piuttosto addestrate le fiere perché diventino la mia tomba e nulla lascino del mio corpo e, anche nel sonno della morte, io non sia di peso a nessuno. Quando il mondo non vedrà più il mio corpo, allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo. Supplicate il Cristo per me perché, per opera dei denti di quelle belve, io divenga ostia per il Signore. Non vi do ordini, come fecero Pietro e Paolo. Essi erano apostoli, io sono un condannato; essi erano liberi, io tuttora non sono che uno schiavo. Ma se soffrirò il martirio diventerò un liberto di Gesù Cristo e libero risorgerò in lui. Ora, in catene, imparo a spogliarmi di ogni desiderio».
Più avanti scrive: «A nulla mi gioveranno i godimenti del mondo né i regni di questo secolo. È bello per me morire per Gesù Cristo piuttosto che regnare fino ai confini della terra. Io cerco Colui che è morto per noi; io voglio Colui che è risorto per noi. Il mio parto è oramai vicino. Abbiate compassione di me, fratelli. Non impedite che io viva! Non vogliate che io muoia! Colui che vuol essere di Dio, non abbandonatelo al mondo né alle lusinghe della materia. Lasciate che io raggiunga la pura luce; giunto là, io sarò un uomo nuovo».
Negli anni 1995/1996 mi era stato affidato il compito di tradurre dal greco e di commentare i testi dei Padri Apostolici che sono 9, tra cui Ignazio di Antiochia con le sue sette lettere.
A proposito di ciò che vi ho appena letto così commentavo: «Cristo: sì, proprio Cristo l’ideale di Ignazio. Così forte e coinvolgente che al confronto tutto svanisce, anche il vivere. E così ardente che ogni attimo in più trascorso in questo mondo diventa un freno, un ostacolo. Se questa vita è un pellegrinaggio – siamo forestieri, direbbe San Pietro – si è allora su questa terra solo per raggiungere la meta; e più la meta si avvicina, meglio è. Ciò potrebbe sembrare un assurdo. Ma per noi credenti assurdo dovrebbe essere il contrario, ovvero ritardare la meta perché ci piace essere “forestieri”. Così per Ignazio: chi ama Cristo lo vuole tutto e subito, nell’unione perfetta».
In ogni caso, vorrei aggiungere che già su questa terra, purché pellegrini, possiamo e dobbiamo vivere l’unione perfetta con il mondo del Divino. Quando si parla di Cristo, si parla del Risorto, ovvero del Cristo della fede. E il Cristo della fede è lo Spirito santo, dono del Cristo morente.
Non sono molto d’accordo nel dire che tocca a noi accelerare i tempi del pellegrinaggio per raggiungere la meta il più in fretta possibile. Che senso ha augurarci la morte, per raggiungere subito Dio, quando Dio stesso ha creato l’Universo, e qui siamo venuti anche per godercelo, ma come?
Goderci l’Universo è goderci già Dio, ma in quel contatto mistico che è nel nostro mondo interiore. Se fossimo fatti solo di carne, potrei anche capire la pesantezza di una esistenza, che è più dolore che gioia. Sì, siamo in una “valle di lacrime”, come dice una stupenda preghiera mariana, “Salve Regina”. Ma attenzione: prendere questa esistenza solo come un passaggio pieno di difficoltà e sofferenze non fa parte del disegno divino.
Dio vuole che già su questa terra noi viviamo intensamente, e ciò è possibile solo se diamo alla nostra esistenza un senso che è quello divino.
I Mistici parlavano dell’Eterno già presente, dunque già su questa terra possiamo vivere l’Eterno, come anticipo, ed è qui il bello di una esistenza che si gioca l’aldilà vivendo già qui l’Eterno divino.
Guai se noi credenti nel Cristo risorto dovessimo dire: “Sopportate questa vita in attesa dell’altra che verrà!”. E guai se dovessimo dire: “Godetela il più possibile, in attesa dell’aldilà”!”.
Sì, questa esistenza va goduta, ma nella pienezza di quella grazia che è la realtà divina. In breve, vorrei dire che non c’è discontinuità tra questa vita e l’altra, tra la vita terrena e la vita ultraterrena. Non siamo stati messi su questa terra per soffrire e neppure per godere in modo insano. Sì, siamo pellegrini, in cammino verso la patria celeste, ma il nostro cammino è duplice: un cammino nel tempo e un cammino nella eternità.
Il cammino nell’eternità è tutto interiore, nel nostro essere. Il nostro problema non è imparare a sopravvivere, magari restando qui sulla terra con il corpo il più a lungo possibile (e qui la Chiesa è fortemente in contraddizione: parla di attesa dell’aldilà, e poi fa di tutto per farci restare qui anche vegetando oltre ogni buon senso: una disumanità incomprensibile), ma è saper vivere già qui in pienezza divina, senza aggrapparci a qualcosa di strutturale e perciò di legato al tempo che passa.
C’è continuità tra questa vita e l’altra, ma questa continuità non sta nella esteriorità, ma nella interiorità. L’Eterno presente è in noi, fuori di noi c’è solo il tempo che passa.

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