Omelie 2014 di don Giorgio: Santo Natale

25 dicembre 2014: Santo Natale
Is 8,23b-9,6a; Eb 1,1-8a; Lc 2,1-14
I brani delle Messe delle Festività  Natalizie sembrano alla ricerca dei contrasti più forti e stridenti: luce e tenebre, odio e amore, potere e debolezza, pace e guerra. Non è questo una sintesi della società anche di oggi e, in piccolo, della nostra vita quotidiana?
Forse per questo vorremmo che almeno il Natale, una volta all’anno, fosse invece il superamento “ideale” di ogni contrasto. Sì, almeno ideale. E così ricorriamo ai sentimenti più carichi di emotività, alle ninne nanne, alle variegate luci colorate da appendere sugli alberi e sulle strade, a qualcosa di intenso che richiami una nuova speranza, anche se ogni anno il rituale è sempre identico. Scartiamo le stesse cose che l’anno scorso, appena finite le feste, abbiamo incartato. E se qualcosa di nuovo c’è, la diversità sta nella forma, e non nella sostanza. Ecco perché l’ideale svanisce, appena passano i giorni del Natale.
Il vero Natale, quello di Cristo, non è l’eliminazione dei contrasti. In questi giorni, mentre noi parliamo di pace, forse per esorcizzare le tragedie, la Chiesa nella sua Liturgia  sembra invece caricare ancora di più le contraddizioni, ma senza dire che con l’incarnazione del Figlio di Dio tutto è stato risolto nella pace o nel bene universale. Se fosse così, sarebbe bastato il primo Natale a rendere felice per sempre il mondo intero.
Se è vero che le crisi economiche per un verso riducono le spese consumistiche, per l’altro aumentano le illusioni, come se il Natale fosse la soluzione di tutti i mali.
Se c’è uno che è realista, questi è Dio. Anche Dio sogna, ma con occhi aperti. I brani della Sacra Scrittura scelti dalla liturgia natalizia ci dicono che la Luce è entrata in questo mondo di tenebre, ma che è stata rifiutata. Il rifiuto sembra la nota dominante del Natale. “I suoi non lo hanno accolto”. Sembra quasi una sconfitta. Una sconfitta che continua.
Il contrasto si fa dramma, quando lo soffriamo dentro di noi. Ci sentiamo come lacerati, nell’intimo del nostro essere. Una parte vorrebbe accogliere la Luce, mentre l’altra si mantiene ostinata a rifiutarla. In fondo, già sentire questa lacerazione è vita. Guai se tutto tacesse nella quiete! Se c’è contrasto, vuol dire che Cristo è ancora presente.
“I suoi non lo hanno accolto”. Ancor prima che fosse cosciente, Gesù era già come una spada, una divisione. Pensate alla reazione del potere politico e religioso. Gesù bambino ha creato già paura nel palazzo di Erode. Prima che quel bimbo potesse parlare, Erode lo voleva addirittura uccidere.
Dire queste cose proprio nel giorno di Natale sembra quasi una nota stonata, una mancanza di rispetto per i sentimenti religiosi, una provocazione fuori posto. Se fosse così, dovremmo anzitutto accusare la Liturgia, la quale, nel suo realismo, dice le cose come stanno, senza perciò falsificare la Parola di Dio.
È vero, la gioia è grande per la Nascita di Gesù, ma la gioia è anzitutto “oggettiva”. Che significa? Significa che la gioia sta tutta nella incarnazione del Figlio di Dio. Ma non basta. Spetta a noi fare “propria” questa gioia. Tutto il problema sta nel rendere “soggettiva”, cioè nostra, la Nascita di Cristo. Se il Natale si riducesse ogni anno ad essere un giorno particolare, dove la bontà è d’obbligo, per convenzione quasi sociale, per convenzione quasi politica (un tempo si fermavano le guerre il giorno di Natale), non dovremmo poi prendercela col Padre Eterno, se il mondo restasse sempre con la faccia sporca.
Anch’io talora sogno. Sogno la notte di Natale con le strade che conducono alla chiesa,  quasi al buio. All’inizio, anche l’interno della chiesa nella penombra, poi, all’annuncio della nascita, le luci si accendono come per incanto. Come per incanto, le strade si illuminano mentre si torna a casa.
Tutti ci auguriamo che quest’anno il Natale sia diverso. Tutto sta nei nostri sogni, nei nostri desideri, nelle nostre speranze. Bisogna anche credere nella potenza di alcune parole. Ne sceglierei tre. Ogni anno riemergono nella mia mente. E ogni anno mi sembra che tornino impolverate, con il solito rimprovero: Ci avete dimenticato!
Il segreto della nostra vera rinascita sta, dunque, nella essenzialità, nella gratuità e nella bellezza. Tre parole che appartengono al linguaggio mistico. La mistica non è proprio il pane per i denti dell’uomo moderno, che ha ben altro a cui pensare. Sento dire: Con la mistica non si mangia! Forse è vero. Ma è anche vero che senza la mistica non si vive.
Cristo non ha bisogno dei nostri regali. Abbiamo messo nei nostri presepi una varietà impressionante di statuine che portano doni a Gesù bambino. A che gli servono tutti quei doni?
Mi piace ricordare invece una statuina, oggi uscita di moda, ma che un tempo era sempre presente: rappresentava un personaggio un po’ strano, con la mano destra alla fronte a mo’ di visiera, che guardava verso la grotta. Lo chiamavano il meravigliato, lo stupito, l’incantato. Solo costui ha capito l’essenzialità, che consiste nello stupore davanti al Mistero. Imparassimo ogni anno a toglierci di dosso qualche superfluo, qualche accessorio, per arrivare man mano al cuore del messaggio cristiano.
Pensate alla seconda parola: gratuità. Dire gratuità e dire grazia è la stessa cosa. Solo la gratuità mi avvicina al Mistero divino. Dio è la Gratuità assoluta. Assoluta vuol dire sciolta da ogni legame, da ogni condizionamento, da ogni interesse, da ogni tornaconto. L’amore senza gratuità che amore è? Il bene è gratuità.
Infine, la parola bellezza. La bellezza è Dio nel suo essere più puro. Simone Weil, una delle più grandi pensatrici francesi, morta nel 1943, a soli 34 anni, ha scritto che «Dio è bello, e la bellezza è l’esca del divino, la trappola con cui più volentieri Dio cattura le anime”. Purtroppo, noi abbiamo imparato a rendere innocue queste trappole, credendo così di essere più liberi, ma la libertà non sta nello svincolarci da Dio. E poi ci lamentiamo che questo mondo è tanto brutto.
Mettiamo, dunque, bene in testa queste tre parole: essenzialità, gratuità e bellezza. Tre parole che comprendono tutte le altre: amore, giustizia, misericordia, bontà, ecc. E se volete una parola che riassuma il nostro atteggiamento di fronte al Mistero di Dio, eccola: “simplicitas”. Non è facile tradurla in italiano. Non ha nulla a che fare con ciò che noi chiamiamo semplicioneria.
La “simplicitas” è l’atteggiamento di pura fede di chi, di fronte all’essenzialità, alla gratuità e alla bellezza di Dio, non si pone alcuna domanda: resta estasiato come lo Stupito del presepe. Perché porci tante domande, quando basterebbe talora contemplare. Vorrei citare un grande mistico, Angelo Silesio, vissuto nel 17° secolo d.C., che, nel libro “Pellegrino Cherubico”, ha scritto questi celebri versi: «La rosa è senza perché, fiorisce perché fiorisce, a sé non bada, che tu la guardi non chiede».
Qualcuno ha commentato: «Il perché della vita non ha risposta, rimane lo stupore, il mistero. Perché amo? Perché vivo… Ogni risposta non risponde mai alla domanda perché amo, perché vivo… Amo e basta. La vita, l’amore sono esperienze che ci pongono oltre ogni risposta; l’amare e il vivere sono esperienze aperte a nuove risposte che non saranno mai l’ultima risposta. La vita e l’amore non hanno né fondo né confine».

 

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