Omelie 2017 di don Giorgio: NATALE DEL SIGNORE

25 dicembre 2017: NATALE DEL SIGNORE
Is 8,23b-9,6a; Eb 1,1-8a; Lc 2,1-14
Messa di Mezzanotte
Ho letto che quest’anno in diverse chiese (si dice per mancanza di preti e anche a causa delle Comunità pastorali che organizzano le Messe in modo più razionale, ovvero riducendole, nelle varie parrocchie che le compongono) è stata eliminata la Messa natalizia di mezzanotte.
A parte gli aspetti negativi (che non sto qui ad elencare), la Messa celebrata nel cuore della notte di Natale ha sempre avuto il suo fascino, fin da quando, nel quarto secolo dopo Cristo, il Natale è stato celebrato il 25 di dicembre, con il preciso intento di “cristianizzare” la celebrazione pagana del solstizio d’inverno, “Natalis Solis Invicti”, cioè la nascita del nuovo sole che, dopo la notte più lunga dell’anno, riprendeva nuovo vigore.
Celebrando in questo giorno la nascita di colui che è il Sole vero, la luce del mondo, si è voluto dare un significato del tutto nuovo a una tradizione pagana molto sentita dal popolo, poiché coincideva con le ferie di Saturno, durante le quali gli schiavi ricevevano doni dai loro padroni ed erano invitati a sedere alla stessa mensa, come liberi cittadini. Come si vede, nulla di nuovo sotto il sole.
Quattro formulari di Messe natalizie
All’antichità risalgono i quattro formulari liturgici delle Messe: la Messa della vigilia, la Messa di mezzanotte, la Messa dell’aurora e la Messa del giorno.
Qual era il loro significato, oggi del tutto perso?
Il frate domenicano Giovanni Taulero (XIV secolo), parlando delle Messe della mezzanotte (detta “in nocte), dell’alba (detta “in aurora”) e del giorno (detta “in die”), dice che esse si riferiscono alla triplice nascita di Gesù: la nascita del Logos dal Padre prima del tempo, celebrata nella notte; la nascita del Figlio dalla Vergine, celebrata nelle prime luci dell’alba; la nascita di Dio, che avviene perennemente nell’anima del credente, festeggiata durante il giorno.
La nascita perenne di Dio
Purtroppo, si è sempre, o quasi sempre, ricordata la nascita fisica di Gesù, e attorno alla nascita fisica e ai suoi miti o leggende si sono sviluppati i riti, le cerimonie, i canti, le tradizioni, i presepi, ecc. perdendo così di vista in particolare il terzo aspetto, ovvero la nascita di Dio che avviene perennemente nell’anima del credente.
Angelus Silesius (vissuto nel secolo XVII: era di famiglia protestante, poi convertitosi e ordinato sacerdote della Chiesa cattolica), nel suo capolavoro “Pellegrino Cherubico”, dove troviamo i temi più profondi della mistica occidentale, scrive a proposito del Natale: «Nascesse mille volte Cristo in Betlemme, se in te non nasce, sei perduto in eterno». E aggiunge: «Davvero è generato ancor oggi il Verbo eterno! Dove? Qui, dove in te hai perduto te stesso».
Notate il verbo “perdere” che può avere due significati: tu sei perduto, se Gesù non nasce di nuovo in te; ma come nasce in te? quanto tu perdi te stesso, nel senso che rinneghi quell’ego o quella fonte del male che proibisce a Dio di nascere di nuovo nel tuo essere.
Anche se non è il momento di fare alcune riflessioni un po’ impegnative, credo che sia importante almeno ricordare alcune cose, se vogliamo dare un senso di fede al Mistero del Natale.
All’inizio dell’omelia parlavo della notte che ha un suo fascino, nel campo della fede. La fede, scrive san Giovanni della Croce, «è notte oscura per l’anima e, quanto più la ottenebra, tanto maggiore è la luce che le comunica».
Commenta Marco Vannini, uno dei più grandi storici di mistica medievale: «Fede come notte, dunque, ma una notte che mentre libera da ogni presunto sapere di verità esteriori, fa risplendere una luce interiore, sapere non di altro ma di se stessa, sapere che è un essere: questa, possiamo dire, è la vera notte silenziosa, notte santa. La notte in cui Dio nasce nell’umanità è la notte prodotta dalla fede, ovvero il silenzio, il vuoto che l’intelligenza ha fatto nell’anima. Il Natale, riferimento a una nascita del divino nel tempo, ha dunque il senso di ri-cordare, nel suo senso etimologico di riportare all’interiorità, risvegliare nell’anima nostra ciò che le è proprio ed essenziale: il divino che è nel suo fondo più intimo. Questo è il passaggio dalla storia all’essenza, come dicevano i mistici tedeschi, ovvero da una verità esteriore, che non ha alcun effetto, a una verità interiore, che salva davvero».
Lo storico continua: «La salvezza non è dal peccato di un altro, Adamo, da cui un altro, Cristo, ti deve liberare, ma da quel peccato davvero “originale” che è l’amore di sé. In te è Adamo, in te è Cristo, ovvero tanto l’amore di te stesso quanto l’amore del Bene, e la salvezza ti appare nella sua realtà, non futura ma presente, non sperata ma reale, quando il bene degli altri ti è caro quanto il tuo, assolutamente, in nulla di meno… Il senso vero del Natale non va dunque cercato all’esterno ma in se stessi, non in una costruzione teologica, ma nel vuoto, nel distacco. Questo è anche il senso profondo della storia che precede e rende possibile la nascita del Figlio, come del resto ogni nascita umana, ovvero la storia della Madre: Maria fu capace di generare il divino per la sua umiltà, per la sua verginità, che non significa una condizione fisica, ma il vuoto fatto in se stessa. Il Logos nasce infatti nell’anima di ciascuno di noi quando essa è come Maria: distaccata, ovvero libera, spoglia di ogni preteso valore e preteso sapere. Il mistico poeta Angelus Silesius perciò recita: “Davvero ancor oggi è generato il Logos eterno! Dove? Qui, se in te hai dimenticato te stesso”… Accanto a un Natale storico, nel quale una sola volta, in un solo luogo e in una sola persona, il divino è nato sulla terra, c’è dunque un Natale eterno, per cui, secondo le parole di Origene, il divino si genera nell’anima non una volta soltanto, ma in ogni istante, in ogni luogo e in ogni uomo, in ogni pensiero che egli rivolge a Dio con purezza, in ogni gesto di amore che compie».

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