Omelie 2017 di don Giorgio: ULTIMA DOPO l’EPIFANIA

26 febbraio 2017: ULTIMA DOPO L’EPIFANIA
Os 1,9a; 2,7a.b-10.16-18.21-22; Rm 8,1-4; Lc 15,11-32
“Scriba mansuetudinis Christi”
Dante nella sua opera latina “De Monarchia” definisce Luca “scriba mansuetudinis Christi”, ovvero l’evangelista della misericordia di Cristo. Ciò appare in modo evidente nelle tre parabole della misericordia: quella della pecora smarrita, della moneta perduta e del padre misericordioso. Il brano della Messa riporta la terza, conosciuta come “la parabola del figliol prodigo”, dimenticando però che esiste anche il figlio maggiore. La parabola di Gesù è focalizzata sulla figura del padre che accoglie.
Tela di Rembrandt: le due mani
C’è un’altra cosa. Sembrerebbe una parabola del tutto maschilista: c’è un padre e ci sono due figli maschi. In realtà, si potrebbe parlare anche di un fratello e di una sorella, e nulla cambierebbe, ma il problema è la mancanza della madre. Ma possiamo vedere, nella figura del padre, aspetti sia maschili che femminili. Chi ha colto in modo suggestivo questa bipolarità è stato un pittore olandese vissuto nel 1600, H. Rembrandt, il quale, nel suo celebre dipinto, forse l’ultimo della sua carriera, conosciuto come “Il ritorno del figlio prodigo”, che ora si trova esposto al museo di San Pietroburgo (l’ex Leningrado), ha voluto dipingere la scena, mentre il vecchio padre riabbraccia il figlio più giovane, che è in ginocchio davanti a lui. Ad attirare gli sguardi dei visitatori della tela del pittore olandese sono le mani del padre: sono insieme simili e diverse. La mano sinistra appare forte e muscolosa, ha i tipici lineamenti di una mano maschile, ed è in corrispondenza del piede destro del figlio, semi-calzato col sandalo: è una mano che scuote con energia e sorregge, quasi a infondere nel figlio la fiducia che possa riprendere il cammino della vita. Invece la mano destra appare delicata, soave e molto tenera: ha i lineamenti di una donna che vuole quasi accarezzare, proteggere, consolare il lato più debole, infatti è in corrispondenza col piede sinistro del figlio scalzo e ferito.
“La più bella avventura. Sulla traccia del prodigo”
Se un pittore del ‘600, H. Rembrandt, era riuscito a cogliere con alcune pennellate a olio il mistero di Dio che è sia padre che madre, un sacerdote cremonese, vissuto nel ‘900, ebbe il coraggio di interpretare la storia dei due figli in modo così provocatorio da attirare le ire della Chiesa ufficiale. Sto parlando di don Primo Mazzolari, che con il suo libro “La più bella avventura. Sulla traccia del prodigo”, edito nel 1934, rilegge la parabola del Figliol prodigo “come una sorta di affresco sul difficile rapporto fra Chiesa e modernità, in cui il fratello maggiore – obbediente ma arido e privo di fantasia – rappresenta l’antica cristianità, formalmente fedele al messaggio, ma incapace di rinnovarlo e di attualizzarlo. Nasce da qui la spinta dell’uomo moderno ad allontanarsi dalla Chiesa, da una casa paterna diventata stretta e asfittica. I cristiani – nota causticamente don Primo – sono diventati “dei pensionati, degli uomini d’ordine, cioè della gente che può assistere alla caduta del mondo senza scomporsi, purché non ci si disturbi”. Paghi delle proprie sicurezze, vere o presunte, questi cristiani si guardano bene dall’uscire dai propri recinti e hanno dunque cessato di “cercare i fratelli sulle strade del mondo”».
La parabola della misericordia del padre diventava per don Mazzolari lo spunto per alcune penetranti considerazioni sull’atteggiamento di chiusura del cattolicesimo e sulla necessità dell’accoglienza di coloro che erano considerati estranei, quando non addirittura nemici, rispetto alla Chiesa. Il racconto evangelico era non soltanto un appello alla conversione personale, ma un invito a non nascondere le mancanze della Chiesa, le sue difficoltà e i suoi peccati: era necessario guardare oltre i limiti dell’istituzione e agire per la sua riforma.
Scriveva don Mazzolari: «La riforma non è una parola scomunicata e un desiderio biasimevole. I Santi e gli spiriti più cristiani di ogni tempo l’hanno voluta, preparata, predicata anche. Se accade che qualcuno ecceda e venga giustamente rimproverato, deve giudicarsi più doveroso il silenzio? La Fede resiste ad ogni biasimo e ad ogni più disperante risultato».
Nel fermo convincimento che «niente è fuori della paternità di Dio», don Primo immagina una Chiesa aperta all’umanità e impegnata a preoccuparsi della conversione propria, prima ancora che di quella del mondo, venendo di fatto a centrare col suo scritto il nodo del rapporto tra cattolicesimo e modernità. Sia per i contenuti che per le reazioni suscitate, l’opera costituisce una tra le più esemplari testimonianze della temperie spirituale e culturale che il cattolicesimo italiano ha attraversato tra le due guerre mondiali.
Ma il Sant’Ufficio non la pensava così: all’inizio del 1935 ordinò di ritirare dal commercio il volume, di vietare una nuova edizione, di ammonire l’autore e di vigilarne la predicazione. Il libro, come indicato nei documenti della Suprema Congregazione, appariva pericoloso anche perché aveva ricevuto positiva accoglienza da parte di alcuni protestanti e di modernisti scomunicati, come Ernesto Buonaiuti.
Qualche riflessione
Qual è la differenza tra il figlio minore e il figlio maggiore? Sta nel loro stato d’animo: il primo si sente un inquieto, il secondo invece si sente sicuro, tanto sicuro da non avere dubbi.
Don Mazzolari ci aiuta a capire dove sta l’errore del figlio maggiore. La pace interiore si conquista proprio attraverso l’inquietudine, la quale, di per sé, non è necessariamente un male. Scrive al riguardo don Primo: «L’insoddisfazione non è una colpa. Qualora non si riduca a compiacenza, l’inquietudine è una distinzione spirituale, un preannuncio di grazia. Essa è l’intuito doloroso del limite e dell’insufficienza che vi è nelle creature e in noi […] L’anima insoddisfatta cerca, s’avvia, si ritrova. Le più belle pagine della Chiesa furono scritte dalle anime inquiete. Coloro che trovano tutto a posto, che non avvertono nessuna stonatura, che placidamente si svegliano, mangiano, ruminano, s’addormentano, saranno degli ottimi funzionari e dei subordinati esemplari, mai degli apostoli».
Al contrario del prodigo – prosegue Mazzolari –, il fratello maggiore pecca di «quietudine». Entrambi sono egoisti, ma mentre per il primo il chiudersi in se stesso è «un punto di partenza», per il secondo è «un punto di approdo». La conversione, del resto, più che un ritorno è una rinascita, nel senso che per accogliere Dio dopo un periodo di perdizione è necessario risorgere a nuova vita.
La parabola di Luca andrebbe riletta così, e non ridurla ad un esame di coscienza, come se tutto il male risiedesse nel figlio prodigo, paradigma di ogni male.

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