Omelie 2016 di don Giorgio: SESTA DOPO PENTECOSTE

26 giugno 2016: SESTA DOPO PENTECOSTE
Es 24,3-18; Eb 8,6-13a; Gv 19,30-35
Alleanza e sangue
Due sono le parole ricorrenti nei brani della Messa: alleanza e sangue. E siccome si parla di alleanza stipulata nel o col sangue, le due parole o si rifiutano entrambe o entrambe si accettano senza separarle.
Come si può parlare di un’alleanza fondata sul sangue? Come si può accettare una religione nata dal sangue?
Sangue e ancora sangue
Tutto l’Antico Testamento è intriso di sangue, e non solo di sangue di animali. E il Nuovo non fa che parlare di sacrificio di Cristo sulla Croce: sacrificio consumato nel sangue.
Ecco, la parola “sacrificio” richiama gli animali sgozzati sull’altare del Tempio, e richiama il martirio di cristiani uccisi per amore di Cristo ucciso sulla Croce.
Non c’è scampo. Siamo in un cerchio che sembra chiuso: sangue e ancora sangue. Per quanti millenni, anche la storia della Chiesa cattolica è stata contraddistinta dal sangue? Sangue per le persecuzioni, anche da parte della stessa Chiesa! Sangue. Sempre sangue.
Sugli altari degli idoli di tutti i tempi è stato versato più sangue di quello procurato da tutte le guerre diciamo politiche. Ancora oggi le religioni fondamentaliste uccidono in nome di un dio che sembra avido di sangue.
Ed ecco le domande: che rapporto c’è tra il sangue e la Divinità? Perché nella Liturgia della Chiesa ricorre troppo spesso la parola “sangue”? Non è il momento, dopo secoli di una maggiore presa di coscienza dei valori umani, di parlare di un Dio che ama la vita e non il sangue? Ma quale vita? È vita per esempio ogni mortificazione dei valori umani, da non identificare per forza con i valori cosiddetti religiosi?
Vecchia e nuova alleanza
Vorrei ora chiarire una cosa. Non sono d’accordo con coloro che, ancora oggi – e sono la maggior parte degli esegeti, dei teologi e della Chiesa ufficiale – sostengono che la “nuova” alleanza è la continuazione della “vecchia”, ovvero: la “nuova” alleanza sarebbe il compimento dell’”antica”.
Gesù Cristo ha dato un taglio netto, anche se certe sue affermazioni (di chi sono: sue o della Chiesa nascente?) potrebbero far pensare diversamente. Il messaggio di Gesù di Nazaret affonda le sue radici non nell’Antico Testamento, ma nella Novità del Cristo, il Figlio di Dio incarnatosi per rivelare la nostra vera identità di esseri umani.
In altre parole: Cristo ha sradicato la religione ebraica, e l’ha fatta morire. Il  Cristianesimo – parola che bisognerebbe usare con estrema attenzione – non è nato sulle ceneri dell’ebraismo, il quale avrebbe lasciato il posto ad una nuova religione. Il Cristianesimo è qualcosa di assolutamente nuovo, tanto originale da essere ancora rimasto nel pensiero del Fondatore più che nella struttura di una Chiesa che, subito, fin dagli inizi, ha pensato bene di trasformarlo in una nuova religione.
E allora che cos’è la “nuova” alleanza?
La Lettera agli Ebrei
La risposta la troviamo nel secondo brano della Messa, tolto dalla Lettera agli Ebrei – qualcuno l’ha definita un capolavoro letterario e teologico, una grandiosa omelia – il cui autore non è San Paolo, ma un anonimo, il quale mette al centro la figura di Cristo, sacerdote perfetto della nuova alleanza e dell’umanità. «Si confrontano l’antico sacerdozio ebraico e il perfetto sacerdozio di Cristo, modellato sulla figura di Melchisedek, re di Salem (Gerusalemme). L’autore si basa su due passi biblici, Genesi 14,17-20, e Salmo 110,4, per sviluppare la sua tesi: Cristo fu rivestito di una missione e di una qualità sacerdotale superiore a quella levitica dell’antica alleanza, legata alla genealogia di Aronne. La novità del suo sacerdozio è quella di connettersi a Melchisedek, presentato dal racconto della Genesi come privo di genealogia, quindi libero dal tempo e dai vincoli di sangue, perciò radice di un sacerdozio eterno e definitivo» (da “La Bibbia per la famiglia”).
La citazione del profeta Geremia
Nel brano della Messa, l’autore della Lettera agli ebrei cita integralmente una pagina del profeta Geremia (31,31-34). Ecco le parole che ci interessano: « […] E questa è l’alleanza che io stipulerò con la casa d’Israele / dopo quei giorni, dice il Signore: / porrò le mie leggi nella loro mente / e le imprimerò nei loro cuori; / sarò il loro Dio / ed essi saranno il mio popolo. / Né alcuno avrà più da istruire il suo concittadino, / né alcuno il proprio fratello, dicendo: / “Conosci il Signore!”. / Tutti infatti mi conosceranno, / dal più piccolo al più grande di loro. / Perché io perdonerò le loro iniquità / e non mi ricorderò più dei loro peccati».
Un’alleanza fondata sull’intima comunione con Dio
Dunque, la nuova alleanza è basata non sul sangue, ma sull’intima comunione tra Dio e l’uomo: le leggi saranno incise non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne del cuore umano.
Dire legge e dire la realtà del nostro essere umano, con impressa l’immagine divina, dovrebbe essere la stessa cosa.
In ogni caso, la nuova alleanza non è un patto verbale o parole scritte in documenti ufficiali. Essa non è neppure il Vangelo o i Vangeli scritti, o le lettere degli apostoli. La nuova alleanza è del tutto interiore: scritta nel cuore o, meglio, come direbbe un monaco mistico cristiano-induista, Henri Le Saux, “nella caverna del cuore”, ovvero nel fondo dell’anima.
Cristo non è venuto per dirci qualcosa di nuovo del Padre celeste, e tanto meno a indicarci la strada con nuovi comandamenti. In altre parole, Cristo è venuto per dirci “chi siamo”, dal momento che millenni e millenni di polvere si erano sedimentati sulla coscienza umana. L’uomo era diventato un alieno, un estraneo a se stesso, vagabondo, disorientato.
“Chi siamo?”. Ecco la vera domanda. E per rispondere non possiamo restare fuori di noi, ma entrare nel nostro spirito, e risvegliarlo al Sé divino, come direbbero i mistici induisti.

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