Registro comunale milanese delle unioni civili…


di don Giorgio De Capitani

Della vicenda che sta interessando animatamente il mondo politico milanese e il mondo ecclesiale ambrosiano, a proposito della istituzione del registro comunale delle unioni civili, mi appassiona in particolare lo scontro che si è verificato tra il Comune e la Curia.

Prima: la Curia “tettamartiniana” ha favorito l’elezione di Pisapia a sindaco di Milano: esplicitamente, attraverso alcune voci autorevoli, vedi don Virginio Colmegna, presidente della Fondazione Casa della Carità (istituzione voluta dall'ex arcivescovo Carlo Maria Martini), da anni impegnato in prima linea nella difesa delle fasce più deboli, dalle persone con disagio psichico ai rom.; o implicitamente, tanto che si era detto che una parte della Curia milanese, e perfino Tettamanzi, si auguravano la vittoria “arancione”, non solo per una svolta radicale che era necessaria, ma anche per il suo programma elettorale.

Ora: cambiato il Pastore, e cambiata l’aria in Curia, sempre pronta a servire il nuovo padrone, sembra che la Chiesa ambrosiana si sia uniformata alla linea vaticana. D’altronde, perché Angelo Scola è stato imposto a Milano da Benedetto XVI? Non sono l’unico a pensare che sia stato inviato a guidare la diocesi milanese anche con lo scopo di riequilibrare i rapporti tra Comune e Curia, visto che, precedentemente, Tettamanzi aveva preso posizioni nel campo sociale e politico, ma anche nel campo ecclesiale, un po’ troppo “squilibrate”. Pur frenato a dovere da monsignor Diritto Canonico e dai suoi scagnozzi. Si sa che, quando un cardinale esce dalle righe, più che difenderlo dagli attacchi dei reazionari o fondamentalisti, si cerca di difendere se stessi dal cardinale.
 
Per essere obiettivo, dico anzitutto che la Chiesa ambrosiana ha il diritto di dire la sua anche sul registro delle unioni civili, come aveva anche il diritto di dire la sua a proposito della elezione di Pisapia. Cerchiamo perciò di essere onesti intellettualmente. Non possiamo come laici gioire se la Chiesa prende posizioni sociali d’avanguardia, e poi prendercela se dice la sua sulle coppie di fatto. Può dire la sua, certo, senza però imporre ai suoi fedeli di pensarla allo stesso modo, senza perciò scomunicare nessuno. Sempre libertà di coscienza, sia per i politici di ispirazione cattolica sia per la stessa comunità ecclesiale. Libertà di coscienza!

Non entro nel merito della vicenda in corso, anche perché giustamente lascio libertà di scelta al campo politico, tuttavia vorrei dire semplicemente una cosa: al di là dei principi che convincono e non convincono (la serie degli articoli apparsi su Milano 7 della Curia milanese ne è una prova), faccio appello al buon senso, che già presso gli antichi era la norma che aiutava a tradurre nella pratica le leggi generali. Non mi sembra che ci sia il rischio o il pericolo che si aprano porte e finestre a “oves et boves”, usando un’espressione latina. È solo capire che viviamo in un’epoca in cui non è più possibile distinguere nettamente tra l’ideale e il reale.

E qual è la realtà di oggi? La famiglia cosiddetta patriarcale? La “famiglia cattolica” del passato? Qui non si tratta di entrare nel merito dei valori. Neppure la Giunta Pisapia lo fa: non pone una questione di valori tra il matrimonio classico e la convivenza o il matrimonio tra gay. Pone solo una questione di diritti civili. Lo stesso Giuliano Pisapia, rispondendo alla Curia, esprime questo augurio: che il nuovo Parlamento che si insedierà dopo le elezioni del 2013 «riconosca giuridicamente le unioni civili, così come previsto dalla Costituzione e così come indicato dalla Corte costituzionale. Il nostro è anche un invito al nuovo Parlamento a prendere una decisione, in un senso o nell'altro. Non ci si può aspettare che questo Governo si occupi dei diritti civili, ma la coalizione che vincerà le elezioni dovrà occuparsene, e arrivare almeno a un livello europeo».

Dunque, riconoscimento dei diritti civili, e non una questione di valori. Qui sta l’equivoco di una discussione campata per aria e capziosa. Perché negare i diritti civili anche alle coppie di fatto o ai matrimoni gay? Parlo, ripeto, di diritti civili, e per me i diritti civili sono anche diritti umani. Diritti cioè che rispettano la dignità della persona o delle persone legate tra loro da un vincolo affettivo. Coloro che convivono sono persone o no? E, se lo sono, sono persone inferiori alle coppie cosiddette “regolari”? Se allora vogliamo essere coerenti fino in fondo, perché la Chiesa non si oppone ai diritti civili anche alle coppie sposate solo in comune? Per la Chiesa, non si tratta che di conviventi!

Tanto buon senso! Buon senso pratico! Senza ideologie, senza dogmatismi! Che lo Stato lo usi senza entrare nel merito dei valori, e che la Chiesa non lo usi solo in funzione di valori fuori dalla realtà esistenziale!

In ogni caso, dietro a tutta questa faccenda del registro, non si può non intravedere la nuova linea del cardinale Angelo Scola che sta via via rispolverando gli sconfitti al tempo di Martini e di Tettamanzi, che ora vogliono riprendersi una rivincita, gasati anche dal recente Incontro mondiale delle famiglie che si è tenuto proprio a Milano (fine maggio-inizio giugno).

La Diocesi milanese non può permettersi il lusso di omologarsi alla Chiesa di Ratzinger. Non può spegnere la sua voce profetica, pur timida, dovuta più a vescovi “aperti” che a un clero o a un popolo “maturo”. Angelo Scola sa che può contare su una parte (una fetta preponderante) di Diocesi all’antica, pronta a obbedire alle direttive pastorali di un Pastore pre-conciliare, come altrettanto pronta, in pratica, a fare i propri affari. Questa è la Diocesi milanese! Scola stia attento! Non si illuda troppo!

Ci vogliono anni e anni per aprire una diocesi al soffio dello Spirito, e basta un mese, magari un solo giorno, per spegnerlo!     

NotaBene.
La Curia è intervenuta a dire la sua sul registro comunale delle unioni civili, perché non dice nulla sulla vicenda “Roberto Formigoni”? Eppure è il Presidente “cattolicissimo” della Regione Lombardia! Fino a quando lo sarà? Fino a quando lo sopporteremo? La Curia che ne pensa? E Angelo Scola perché non stigmatizza gli intrallazzi affaristici della Compagnia delle Opere? La presenza di Comunione e liberazione nella Diocesi non è una palla al piede? Angelo Scola, che ne faceva parte, non potrebbe liberarsene, anche con un atto pubblico? Sarebbe un bel gesto di riconciliazione con i suoi preti ribelli. 

 

da La Repubblica

Coppie di fatto, Pisapia alla Curia:
"Rispettare le scelte della politica"

La discussione sul registro delle unioni civili prende il via nell'aula consiliare di Palazzo
Marino dopo il duro attacco della Chiesa. E Formigoni: "La famiglia non si scimmiotta"

di ORIANA LISO
Nessuna ingerenza della Chiesa nelle scelte amministrative della città. Sabato, a poche ore dallo sbarco in consiglio comunale della delibera di istituzione del registro delle unioni civili, voci riferibili alla Curia avevano attaccato la scelta dell’amministrazione arancione: «Decisione inefficace, c’è il rischio di sostenere la poligamia». E proprio mentre il dibattito in aula iniziava, il sindaco Giuliano Pisapia ha deciso di replicare nettamente: «Ognuno ha il proprio ruolo, ma così come rispetto le decisioni della Curia in campo religioso, credo che la Curia debba rispettare le decisioni del consiglio comunale, che è una istituzione della città che parla a tutti i cittadini, come del resto la Curia».

Ha invitato, il sindaco, a un dibattito «senza polemiche», ma sull’approvazione del registro, e in tempi brevi, non ha arretrato di un passo ricordando che «già tante città italiane hanno il registro delle unioni civili, il fatto che si aggiunga Milano è un segnale importante anche a livello nazionale, un invito al parlamento a decidere su un tema così delicato. Chiaramente io auspico il riconoscimento giuridico delle unioni civili, come previsto dalla Costituzione e indicato dalla Corte costituzionale». Una linea, quella dell’amministrazione, che va avanti pur con l’astensione dei consiglieri cattolici del Pd (quattro), ma mettendo in cascina il voto a favore di altrettanti liberali del Pdl — decisione non indolore, sul piano delle critiche interne al partito — a patto di alcune modifiche.

La replica di Pisapia alla Curia Unioni civili, la Curia all'attacco Il 'no' di Scola al registro del Comune
 

LA SCHEDA Ecco cosa cambierà a Milano
 

A nulla sono valse, ancora una volta, le critiche di Alfonso Colzani, responsabile del servizio per la famiglia della Diocesi, autore dell’intervento su Avvenire che ha segnato il picco delle ostilità del mondo cattolico. «Quello del riconoscimento dei diritti sostanziali e giuridici non è compito di un Comune, ma di leggi dello Stato» ha ribadito ai microfoni di Radio Vaticana, attaccando il provvedimento delineato sin dal programma elettorale della coalizione arancione perché «quello delle coppie di fatto è un modello basato su una sostanziale provvisorietà dei legami, su una responsabilità presa solamente in parte». E anche l’Osservatore Romano — tradizionalmente non esposto sui temi polemici —  ha trattato la questione, riportando in un articolo dal titolo “È necessario sostenere la famiglia” le posizioni espresse da Colzani e dal vicepresidente dell’Unione giuristi cattolici di Milano, Mattia Ferraro.

Domenica anche il governatore Roberto Formigoni, su Twitter, aveva approvato le parole di Colzani e Ferraro. E ha provato ancora a criticare Pisapia: «La famiglia non può essere scimmiottata, il registro delle unioni civili è un grande equivoco». Replica di Pisapia: «Le sue critiche? Non immaginavo nulla di diverso». Dopo l’apertura della discussione, si continuerà iniziando a discutere anche gli emendamenti depositati — 51, a sera, di cui quattro dei partiti della maggioranza — sempre con l’obiettivo ottimistico di chiudere entro giovedì sera con l’approvazione della delibera. Ad assistere ai lavori del consiglio, anche una rappresentanza delle associazioni omosessuali: il presidente della sezione milanese dell’Arcigay, Marco Mori, ha ribadito che «su questo tema, che non è etico ma di civiltà, non ci deve essere libertà di coscienza: le coalizioni che proporranno iniziative abbiano la coerenza di dire “si vota”».

Sulle posizioni della Chiesa milanese Mori ha aggiunto: «La Curia ha abituato questa città a posizioni lungimiranti e di vicinanza agli ultimi, ma improvvisamente sembra che voglia utilizzare gli ultimi per promuovere idee di parte». Con lui anche Ivan Scalfarotto, vicepresidente del Pd. Che via Twitter ha invitato il capogruppo pdl Carlo Masseroli a cena a casa sua, «così vede che una coppia gay è una famiglia». Invito accettato.
(23 luglio 2012)

 

da AVVENIRE

21 luglio 2012

DIFESA DELLA FAMIGLIA

La Curia di Milano:
«Inutile il registro delle unioni civili»

«Introdurre un registro comunale delle unioni civili è un’iniziativa inefficace, forse solo un’operazione d’immagine. È invece la famiglia, che ha un ruolo sociale e civile evidente e riversa positivamente sull’intera società il suo benessere complessivo, a richiedere sostegno in questa fase di crisi economica. Abbiamo davanti l’esperienza di quanto è accaduto nelle altre città dove questo registro è poco utilizzato e non comporta nessun vantaggio concreto alle coppie conviventi».

La Curia di Milano per voce di Alfonso Colzani – che insieme alla moglie Francesca Dossi è il responsabile del Servizio per la famiglia della Diocesi – interviene alla vigilia della discussione in Consiglio comunale in merito al progetto di istituzione del registro delle unioni civili. “Milano7”, il settimanale della Chiesa ambrosiana in edicola domani con Avvenire dedicherà la prima pagina alla riflessione su questo tema.
«Le coppie in Italia che scelgono la convivenza come forma stabile di unione hanno alcuni loro diritti. Questi temi vanno affrontati con calma e dal Parlamento e non da un singolo Comune – spiega Colzani. – È chiaro che un dibattito nazionale in Parlamento non si limiterebbe al “registro”, perché affronterebbe anche il disegno complessivo dei vari legami pesandone il loro rilievo sociale. Allora il dibattito avrebbe un altro senso e ci sarebbe una maggior possibilità anche da parte dei cattolici di intervenire portando le proprie convinzioni interagendo in modo costruttivo con le altre identità culturali. Quindi sarebbe una cosa più seria. Introdurre un registro così invece è un’iniziativa sostanzialmente inefficace, forse semplicemente un’operazione d’immagine. Probabilmente questa Giunta in qualche modo deve saldare alcuni “debiti” verso una parte di elettorato che l’ha sostenuta.

Il sostegno alla famiglia – la maggioranza della realtà sociale anche milanese – è una necessità da porre con più decisione al centro dell’attenzione anche dell’Amministrazione pubblica, come emerso chiaramente anche durante l’Incontro mondiale delle famiglie. Le famiglie che hanno sancito la loro unione con un matrimonio, sia civile sia religioso, in Italia sono nell’ordine della decina di milioni contro le 500mila convivenze. Il sostegno è da indirizzare a chi con il matrimonio si prende impegni pubblici e stabili verso la società diventandone una risorsa. Per noi famiglia è un’unione stabile e pubblica tra un uomo e una donna aperta alla vita. La Chiesa è convinta che chi investe tutto nel legame e in esso si impegna fino in fondo, si dischiude a un rapporto che conduce a una maggiore verità e profondità della relazione”.

Colzani introduce anche la riflessione a proposito del matrimoni gay: “Il concetto di matrimonio ha una sua precisa specificità e una storia millenaria e non può essere confuso con le unioni omosessuali”.

La riflessione di “Milano 7” di domani si arricchisce con l’analisi di Mattia Ferraro, vicepresidente dell’Unione giuristi cattolici di Milano. «Il regolamento anagrafico della popolazione residente (approvato con decreto del Presidente della Repubblica, 30 maggio 1989, n. 223) definisce – all’articolo 4 – la famiglia anagrafica come l’«insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti e aventi dimora abituale nello stesso Comune», spiega Ferraro.

«I servizi anagrafici dipendono dal Comune sicché questo già ora registra le convivenze tra persone legate da vincoli affettivi. Perché, dunque, creare uno specifico registro comunale delle unioni civili, cioè alle sole convivenze per ragioni affettive? Il fine di una simile proposta è quello di equiparare – almeno a livello di servizi erogati dal Comune – le unioni civili (indifferentemente se tra persone di sesso diverso o del medesimo sesso) alle famiglie fondate sul matrimonio.

Il principio di eguaglianza sostanziale insegna che come è ingiusto trattare in maniera diversa situazioni eguali, così è altrettanto ingiusto trattare in maniera eguale situazioni differenti. Quest’ultimo è il caso della famiglia rispetto all’unione civile, dato che nella prima i coniugi, all’atto del matrimonio, assumono dei precisi doveri (che si protraggono oltre al matrimonio stesso) mentre nell’unione civile è sufficiente abbandonare la coabitazione per vedersi liberati da qualsivoglia obbligo di assistenza verso il partner.

Né si può trascurare il rischio che la voluta equiparazione tra famiglia fondata sul matrimonio e unione civile porti a legittimare la poligamia: l’uomo poligamo immigrato a Milano, di fatti, potrebbe richiedere il riconoscimento della propria convivenza con tutte le sue mogli come unione civile, posto che il registro non limiterebbe tale unione solo a quella tra due persone. Il Comune di Milano, che non si propone solo di registrare bensì anche di tutelare e sostenere le unioni civili, finirebbe così per tutelare e sostenere un istituto quale la poligamia che nel nostro ordinamento è ritenuto contrario all’ordine.

Un’ultima considerazione: se anche si volesse aderire alla tesi secondo cui le unioni civili sarebbero attualmente oggetto di discriminazione, si porrebbe allora una questione di tutela dei diritti civili e sociali che, tuttavia, il Comune non sarebbe comunque competente a risolvere, dovendo essere rimessa alle decisioni del Parlamento. Ed è bizzarro pensare che in una materia così delicata sia possibile una disciplina a macchia di leopardo tale per cui Comune che vai, tutela che trovi…»

«Non è dato sapere quanto costerà ai cittadini l’istituzione del registro delle unioni civili nel Comune di Milano: in tempo di crisi qualsiasi onere aggiuntivo per la finanza pubblica è gravoso. È opportuno che i nostri amministratori locali si domandino se si tratta davvero di un provvedimento per il bene comune o se, invece, non risponda a scopi di parte che trascendono l’interesse della comunità, tale per cui sarebbe preferibile accantonarlo» conclude Ferraro.

 

da ChiesadiMilano

«Coppie di fatto», è solo operazione di immagine

In merito al dibattito a Palazzo Marino, necessario andare oltre un approccio ideologico. Parla Alfonso Colzani, con la moglie Francesca Dossi, responsabile del Servizio diocesano per la famiglia

di Pino NARDI

22.07.2012

«La famiglia ha un ruolo sociale e civile evidente, il suo benessere complessivo si riversa positivamente sull’intera società, quindi richiede un sostegno in questa fase di crisi, più che in altre». Alfonso Colzani, insieme alla moglie Francesca Dossi, è il responsabile del Servizio per la famiglia della Diocesi di Milano. Alla vigilia della discussione a Palazzo Marino sull’istituzione del registro delle unioni civili, riflette su questa proposta, lontano da schematismi ideologici, sottolineando l’inutilità ai fini pratici del provvedimento. E rilanciando con forza la necessità di porre al centro delle politiche comunali la famiglia, con tutti i suoi bisogni, soprattutto in una stagione di crisi, che la colpisce pesantemente. Un sostegno indirizzato innanzitutto a chi si prende impegni pubblici per la società diventandone una risorsa. «Bisognerebbe portare il confronto sul piano culturale e dei contenuti, non semplicemente sulla contrapposizione fra il “vecchio” e il “nuovo che avanza”, che sono banalità. La Chiesa non deve essere tanto preoccupata di difendere le vecchie forme quanto di far lievitare i contenuti che queste forme in qualche modo difendevano».

Colzani, la proposta di istituire il registro delle unioni civili è un’esigenza e una priorità per Milano?
Abbiamo davanti l’esperienza di quanto è accaduto nelle altre città, per esempio a Bologna, dove questo registro non è utilizzato e non comporta nessun vantaggio concreto alle coppie conviventi. Dunque, è un’operazione che ha un valore simbolico e quindi agisce fondamentalmente a un livello di mentalità. Il che non significa non abbia ricadute concrete, poiché offre la possibilità di rappresentare i legami anche in una forma diversa da quella che li vede disciplinati dal matrimonio, dalla relazione stabile, duratura e socialmente riconosciuta. Allora che sia una priorità non lo so, dal punto di vista concreto comporta poco, per cui ci si chiede: è una priorità agire a livello simbolico nel prefigurare una diversa strutturazione dei legami? Con quali vantaggi?.

Quella della comunità cristiana è certamente una proposta diversa…
Noi credenti siamo più legati, per una convinzione sia antropologica sia di fede, basata sulle parole del Nuovo Testamento, su una diversa rappresentazione e strutturazione dei legami, che se sono duraturi e stabili raggiungono la loro verità e la loro bellezza. Per noi famiglia è un’unione stabile e pubblica tra un uomo e una donna aperta alla vita. La Chiesa è convinta che chi investe tutto nel legame e in esso si impegna giocandosi fino in fondo, si dischiude a un rapporto che conduce a una maggiore verità e profondità della relazione. Il registro incoraggia una visione antropologica diversa.

L’assessore alle Politiche sociali Majorino insiste sull’introduzione del registro per “forzare” in qualche modo un dibattito nazionale per una legge. C’è il rischio allora di una prevalenza ideologica di questa operazione?
Sì, può darsi che ci sia questo elemento “strategico”. È chiaro però che un dibattito nazionale in Parlamento non si limiterebbe a un registro, perché affronterebbe anche il disegno complessivo dei vari legami pesandone il loro rilievo sociale. Allora questo avrebbe un altro senso e ci sarebbe una maggior possibilità anche da parte dei cattolici di intervenire portando le proprie convinzioni interagendo in modo costruttivo con le altre identità culturali. Quindi sarebbe una cosa più seria. Introdurre un registro così invece è un’iniziativa sostanzialmente inefficace, forse semplicemente un’operazione d’immagine.

Anche perché già oggi le persone conviventi da un punto di vista anagrafico possono ottenere benefici…
In effetti non si capisce quale sia il guadagno. Probabilmente questa Giunta in qualche modo deve saldare alcuni “debiti” verso una parte di elettorato che l’ha sostenuta.

C’è il rischio di mettere sullo stesso piano la famiglia costituita dal matrimonio, con diritti e doveri, con realtà più mobili?
Questi sono temi complessi che possono essere affrontati solamente da un dibattito serio, perché si tratta di riconoscere un ordine e una gerarchia negli affetti e nelle relazioni, e anche negli impegni e nelle responsabilità che due persone si prendono. È evidente che dal punto di vista del legislatore civile è necessario mettere un certo ordine, perché se due persone sono legate stabilmente in maniera affettiva hanno anche la possibilità di esercitare reciprocamente alcuni diritti. Quindi è un’esigenza in qualche modo ormai improcrastinabile, per una realtà di circa 500 mila coppie in Italia che scelgono la convivenza come forma stabile di unione. Queste hanno alcuni loro diritti, però è un problema che va affrontato con calma e dall’organo legislatore.

Il sostegno alla famiglia – la maggioranza della realtà sociale anche milanese – è invece una necessità da porre con più decisione al centro dell’attenzione anche dell’Amministrazione pubblica?
È un problema emerso molto chiaramente anche durante l’Incontro mondiale delle Famiglie. Le famiglie che hanno sancito la loro unione con un matrimonio, sia civile sia religioso, in Italia sono diversi milioni contro le 500 mila convivenze. Se si vuole aiutare la famiglia, questa è la direzione principale.

C’è il rischio che si innesti uno scontro ideologico: proprio su questi temi non sarebbe meglio evitarlo?
Certo. Per evitare lo scontro ideologico, occorre partire da una discussione serena sui legami e sulla loro verità, sulla loro funzione e sulla stabilità per la crescita dei piccoli, che sono poi il nostro futuro. Buoni e stabili legami tra adulti servono a formare nuove generazioni equilibrate, in grado di progettare speranze. È un discorso antropologico molto complesso, che sta a cuore anche al cardinale Scola, il quale sottolinea che fondamentalmente queste convinzioni della Chiesa possono essere supportate dalle scienze umane, anche da parte di studi laici, e rispondono anche a esigenze culturali odierne.

È un patrimonio che la comunità ecclesiale pone all’attenzione di tutti…
Sì, penso che dovrebbe essere fatto circolare con molta serenità in un dibattito sulla sostanza delle cose, invece di fermarsi su diritti di alcuni che, comunque, devono essere affrontati prima o poi perché il fatto che siano diritti di pochi non vuol dire che non siano di nessuno. Però il dibattito di cui stiamo parlando ci porta, un po’ strumentalmente, su un binario secondario.

Sulle unioni gay cosa pensa?
Questo è un altro capitolo. Difendo il concetto di matrimonio, che ha una sua specificità, una sua storia millenaria e che non può essere confuso con le unioni omosessuali.

Insomma attenzione alle persone, non tanto come matrimonio perché in quel caso non c’è…
Sì, non c’è matrimonio, non ci sono quelle note che da millenni vengono attribuite a esso, come la differenza sessuale e la possibilità di procreare naturalmente.

 

da ChiesadiMilano

Un registro inutile e che crea confusione

Già l’attuale regolamento anagrafico registra le convivenze tra persone legate da vincoli affettivi

di Mattia FERRERO
Vicepresidente dell’Unione giuristi cattolici di Milano

22.07.2012

A Milano, così come in altri Comuni italiani, la proposta di istituire un registro delle unioni civili è accompagnata da un vivo dibattito e da vibranti polemiche. Per meglio comprendere i termini della questione conviene iniziare da una declaratio terminorum.

Le unioni civili, di cui al registro che si vuole introdurre nel Comune di Milano, sono definite come l’insieme di persone legate da vincoli affettivi, coabitanti e aventi dimora abituale nel Comune di Milano. Da questo punto di vista va notato come il vigente regolamento anagrafico della popolazione residente (approvato con decreto del Presidente della Repubblica, 30 maggio 1989, n. 223) definisca – all’articolo 4 – la famiglia anagrafica come l’«insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti e aventi dimora abituale nello stesso Comune».

A tutti è noto che i servizi anagrafici dipendono dal Comune sicché questo già ora, in applicazione del citato regolamento anagrafico, registra e dà pubblicità alle convivenze tra persone legate da vincoli affettivi. Perché, dunque, creare uno specifico registro comunale delle unioni civili, cioè alle sole convivenze per ragioni affettive?

Il fine, neppure troppo celato, di una simile proposta è quello di equiparare – perlomeno a livello di servizi erogati dal Comune di Milano – le unioni civili (indifferentemente se tra persone di sesso diverso o del medesimo sesso) alle famiglie fondate sul matrimonio. A tale riguardo molte potrebbero essere le considerazioni. Ci si limiterà qui ad alcune brevi notazioni.

In primis si può fondatamente sostenere che sussista un’ingiustificata disparità di trattamento tra famiglie e unioni civili? Il principio di eguaglianza sostanziale insegna che come è ingiusto trattare in maniera diversa situazioni eguali, così è altrettanto ingiusto trattare (o voler trattare) in maniera eguale situazioni differenti. Quest’ultimo è il caso della famiglia rispetto all’unione civile, dato che nella prima i coniugi, all’atto del matrimonio, assumono dei precisi doveri (che si protraggono anche oltre al matrimonio stesso) mentre nell’unione civile è sufficiente abbandonare la coabitazione per vedersi liberati da qualsivoglia obbligo di assistenza verso il proprio partner. Il logico corollario di una simile diversità di doveri è una diversità di diritti, di cui certo non ci si può lamentare.

Né si può trascurare il rischio che la voluta equiparazione tra famiglia fondata sul matrimonio e unione civile porti a legittimare la poligamia: l’uomo poligamo immigrato a Milano, di fatti, potrebbe richiedere il riconoscimento della propria convivenza con tutte le sue mogli come unione civile, posto che il registro non limiterebbe tale unione solo a quella tra due persone.

Il Comune di Milano, che non si propone solo di registrare bensì anche di tutelare e sostenere le unioni civili, finirebbe così per tutelare e sostenere un istituto quale la poligamia che nel nostro ordinamento è ritenuto contrario all’ordine pubblico e al buon costume.

Per altro verso è, invece, paradossale come nel nome della non discriminazione si voglia assicurare una particolare tutela alle convivenze tra persone legate da vincoli affettivi, ma non ci si preoccupi di come tale maggiore e differente tutela si risolverebbe in una discriminazione delle altre convivenze.

Ci si riferisce, per esempio, alle convivenze per motivi religiosi, di cura, di assistenza, militari, di pena e simili, che pure trovano riconoscimento all’articolo 5 del regolamento anagrafico della popolazione residente sopra richiamato e che non si comprende per quale ragione non dovrebbero trovare altrettanto sostegno e tutela da parte dell’Amministrazione comunale.

Un’ultima considerazione. Se anche si volesse aderire alla tesi dei proponenti secondo cui le unioni civili sarebbero attualmente oggetto di un’ingiustificata e inaccettabile discriminazione, si porrebbe allora una questione di tutela dei diritti civili e sociali che, tuttavia, il Comune non sarebbe comunque competente a risolvere, dovendo essere rimessa alle decisioni del Parlamento. Anche perché è piuttosto bizzarro pensare che in una materia così delicata sia possibile una disciplina a macchia di leopardo tale per cui Comune che vai, tutela che trovi…

In conclusione non è dato sapere quanto costerà ai cittadini l’istituzione del registro delle unioni civili nel Comune di Milano, tuttavia nel presente momento di crisi economica qualsiasi onere aggiuntivo per la finanza pubblica risulta particolarmente gravoso. È quindi opportuno che i nostri amministratori locali si domandino con onestà intellettuale se si tratta davvero di un provvedimento per il bene comune o se, invece, esso non risponda a scopi di parte che trascendono l’interesse della comunità, tale per cui sarebbe preferibile accantonarlo.

 

da ChiesadiMilano 
 

Belletti: la stessa urgenza a favore della famiglia

Il presidente del Cisf sulla proposta di istituire il registro delle unioni civili: «Un atto essenzialmente inutile per i milanesi»
22.07.2012
«Preoccupa la scelta della Giunta del sindaco Pisapia e dell’assessore Majorino, che ha approvato in commissione consiliare un testo per l’istituzione del registro delle unioni civili – commenta Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni familiari -. Un atto essenzialmente inutile per i milanesi, come riconosciuto anche da alcuni membri della Giunta e confermato dal risultato deludente dei registri dove sono stati istituiti, ma finalizzato a sollevare una vertenza di carattere nazionale», aggiunge Belletti.
 
«E quando diciamo “inutile” non lo facciamo per pregiudizio – precisa il presidente del Forum delle associazioni familiari -, ma per evidenza, perché l’accesso a coppie non sposate era già stato consentito, dall’Amministrazione comunale, senza bisogno di un registro. E poi la fretta di chiudere tutto entro luglio, come se fosse una priorità assoluta…».
«Perché non abbiamo visto lo stesso impegno e la stessa urgenza per inserire misure fiscali e tariffarie di favore alle famiglie con figli, in una Milano in cui la pressione fiscale sulle famiglie è cresciuta in modo così forte?», si chiede Belletti. «Si tratta di una fuga in avanti dall’anima fortemente ideologica che in un momento in cui la crisi economica ci chiama all’unità non fa bene a nessuno». «Temi così controversi – conclude Belletti – meritano di essere lasciati a un nuovo scenario sociale e politico dove anche i valori e le scelte strategiche del Paese verranno riproposte all’attenzione dei cittadini. Basta con la vecchia politica e la vecchia burocrazia, che cambia il Paese a colpi di decreti, atti amministrativi, emendamenti notturni».
 

dal Blog NoiSiamoChiesa
 

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Tanti cattolici sono con Pisapia sulla questione del registro delle unioni civili. La Curia di Milano abbandoni la sua “campagna”

Il portavoce di “Noi Siamo Chiesa” Vittorio Bellavite ha rilasciato la seguente dichiarazione:

“La famiglia, luogo di affetti, di solidarietà e di educazione dei figli, sancita giuridicamente in chiesa o col rito civile, è il fondamento principale della struttura e della stabilità della società. Il movimento “Noi Siamo Chiesa” è contro ogni forma ed ogni pratica di quelle culture che, implicitamente o esplicitamente, sono indifferenti a questa prospettiva o che si muovono addirittura in senso contrario.

Ciò premesso, altre forme di famiglia (o di convivenza, le si chiami come si vuole) sono ora presenti nel nostro paese. Esse possono essere, quanto quelle tradizionali, positive, stabili, eticamente fondate. Le istituzioni, tra queste il Parlamento in primis, devono prendere atto di ciò per estendere ad esse, nelle forme più opportune, diritti e doveri reciproci ed un giusto ruolo sociale. In questa direzione va la delibera in discussione da oggi nel consiglio comunale di Milano. Essa era nel programma della coalizione che appoggiò Pisapia. La nuova amministrazione è stata esplicitamente sponsorizzata, come è ben noto, da una vasta area di credenti rappresentativa di tante realtà del mondo cattolico milanese.

La “campagna” contro questa delibera, iniziata dal card. Scola nell’intervista a “Famiglia Cristiana” del 27 marzo, è ora ripresa e la Curia sta perdendo l’occasione per stare zitta e rinunciare a un antico clericalismo. Massimo Cacciari ha detto (su “La Repubblica” di domenica 22) che una tale “posizione implicitamente contraddice l’annuncio cristiano”. Noi ciò diciamo da tempo. I “valori” da prendere in considerazione e da proporre non sono solo quelli “tradizionali”delle forme e del catechismo ma anche quelli, pure presenti da sempre nella Chiesa, della comprensione, dell’accoglienza a tutto campo, dell’attenzione agli affetti veri, ben aldilà delle forme, secondo l’insegnamento di Gesù.

I problemi veri della famiglia (e delle famiglie) di cui occuparsi a fondo, nascono da una molto carente politica fiscale, sociale, del lavoro, dell’immigrazione ecc… Chiediamo a chi nel mondo cattolico, e in primis al nostro arcivescovo, organizza “campagne” su queste questioni e dice di avere a cura la famiglia, se abbia mai riflettuto sul fatto che dei cattolici sono alla guida del nostro paese dal dicembre del 1945. Non esistono forse responsabilità da accertare per le politiche che mancano? Esse non dovrebbero essere denunciate?”

Milano 23 luglio 2012

13 Commenti

  1. lina ha detto:

    Sono d’accordo con Marco. Aggiungo che personalmente non ho tratto nessun beneficio dallo Stato, in quanto coppia regolarmente sposata con figli. Anzi il cumulo dei redditi mi ha portato svantaggi rispetto alle coppie conviventi.

  2. Paolino ha detto:

    La Costituzione italiana non annovera il matrimonio tra i diritti civili di una persona.
    È diritto civile poter esprimere il proprio legame affettivo senza interferenze della sfera pubblica, non vederselo normato in termini di legge.
    Pisapia si conferma un politico che vale niente.

  3. Marco Maggese ha detto:

    Una sola cosa non capisco: perchè le coppie di fatto eterosessuali dovrebbero pretendere di avere particolari diritti? Per loro l’ordinamento prevede già uno strumento: il matrimonio. Il problema è che dal matrimonio discendono anche doveri. Purtroppo è sempre la stessa storia: voglio i diritti ma non voglio i doveri. Questo per me è inaccettabile. Ti pesa il legame matrimoniale? Liberissimo, ma non pretendere i diritti che l’ordinamento dà agli sposati.

  4. gabriele ha detto:

    Don Giorgio Sei grande non arrenderTi mai e grazie per esserci

  5. Giuseppe ha detto:

    Quando l’inguardabile cainano di Arcore cercò di far passare il principio per cui non siamo tutti uguali di fronte alla legge, perché qualcuno (lui) non avrebbe mai potuto essere messo sullo stesso piano della marmaglia dei cittadini, la consulta giustamente lo obbligò a rientrare nei ranghi. A guardar bene, però, la voce di Papi non è affatto isolata perché c’è sempre qualche bello spirito che si sente speciale e pensa di avere più diritti degli altri. È quello che succede con le unioni civili, che gran parte del mondo cattolico più osservante e bigotto, non vuole assolutamente che siano riconosciute e regolamentate, considerandole una specie di sottoprodotto immorale del matrimonio o peggio ancora una riedizione in chiave moderna del riprovevole concubinaggio. Come sempre però, spesso chi teorizza e fa il moralizzatore farebbe bene a tacere, se non addirittura andare a nascondersi, visto che, specialmente tra i politici di lungo corso, tra costoro c’è una nutrita presenza di persone con una situazione matrimoniale e famigliare “piuttosto ingarbugliata”. Che il magistero ecclesiastico al riguardo abbia una presa di posizione è più che legittimo, trattandosi di un tema di grande portata e di forte impatto sulla società, ma che lo voglia imporre agli altri è oltremodo offensivo. Non si può pretendere che predomini un pensiero etico unico, considerato che ne va di mezzo la libertà individuale e il diritto di ciascuno a fare le proprie scelte e verrebbe meno quel rispetto della dignità della persona, tanto caro ai predicatori quando fa loro comodo. Ormai siamo abituati alle contraddizioni di santa madre chiesa, che spesso nei confronti della realtà di tutti i giorni e di fronte a temi delicati che investono la sfera intima dell’individuo, si impappina, balbetta, si confonde e finisce per dimenticare il senso del messaggio evangelico di cui è portatrice.

  6. Fausto ha detto:

    Un solo commento.
    Pisapia ha espresso l’augurio che il nuovo Parlamento che si insedierà dopo le elezioni del 2013 riconosca giuridicamente le unioni civili, “così come previsto dalla Costituzione”.
    Ebbene, in nessun articolo della Costituzione c’è un riferimento alle unioni civili.
    L’art.29 invece dice solamente che: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.»
    Tutto qui.

    • Don Giorgio ha detto:

      La Costituzione garantisce a tutti i diritti civili, indipendentemente dalla cultura, dalla razza, dalla religione e da qualsiasi istituzione, compresa quella matrimoniale. Non importa che ci sia o no un riferimento alle unioni civili. Ognuno di noi in quanto persona va garantito nei suoi diritti civili e umani.

      • Flavio94 ha detto:

        Don Giorgio (mi imbarazza chiamarla “don” ed equipararla ai veri sacerdoti), lei mi fa vergognare di essere cattolico, molto più che la pedofilia di alcuni sacerdoti.

        Si vergogni e se ne vada, pregherò perché le poche persone che le stanno attorno possano riprendersi dalla confusione demoniaca in cui le ha coinvolte.

        • Don Giorgio ha detto:

          Dove me ne devo andare? Se sono poche le persone che ho coinvolto perché te ne preoccupi? Il problema è che sono tanti come te che stanno disonorando la vera Chiesa di Cristo!

        • valerio ha detto:

          ah Flavio!..sembri un di que’ chirichetti stizziti perchè hanno la cotta un po’ sgualcita. Domandati piuttosto cosa vuol dire Chiesa per te?

        • vale ha detto:

          Se ti imbarazza di più un prete le cui idee non approvi (che è legittimo, per carità!) dei preti pedofili, allora provo io imbarazzo per te in quanto essere umano.
          Mi auguro che nessuna vittima di molestie di alcun tipo legga le tue parole, che sono davvero rivoltanti.

      • montagna46 ha detto:

        La Costituzione antifascista, nata dalla Resistenza, dice esattamente quello che ha riportato Fausto.
        La sua risposta a Fausto, caro Don Giorgio, è inconferente.

  7. Gianni ha detto:

    A quanto pare, c’è un po’ di confusione, sopratutto giuridica.
    In realtà, quel tipo di registro non è che la copia di quanto previsto a livello di regolamentazione statale per l’individuazione di nuclei stabilmente conviventi, quindi nulla di nuovo rispetto alla normativa anagrafica nazionale.
    Quindi, questo concetto di nucleo di persone conviventi non si riduce necessariamente alle coppie omosessuali, ma anche, ad esempio, alle convivenze tra parenti non sposati, o tra amici che decidono di vivere insieme.
    Chiaro che un registro comunale non può sostituire la normativa nazionale, perchè l’insieme di diritti e doveri, liberamente assunti con un matrimonio, viene definito solo a livello legislativo.
    Il regolamento comunale, quindi,serve solo ad individuare dei nuclei che avrebbero diritto ad alcuni sostegni, ad es.economici.
    E qui il concetto è inopportuno, ma non per questioni ideologiche.
    Non per una questione di valori, ma perchè pare ovvio privilegiare chi forma un nucleo con precisi obblighi dinanzi alla legge, e tra questi le famiglie più numerose, con figli a carico.
    Invece un qualsiasi nucleo convivente si potrebbe disfare dalla mattina alla sera.
    Due amici, non legati da un’unione sentimentale o sessuale, o quattro amici, o due parenti e due amici di questi, tanto per fare alcuni esempi, decidono di convivere per avere i benefici economici.
    E se poi bisticciano e se ne vanno ognuno per i fatti loro, dalla sera alla mattina?
    SI sarebbero spesi soldi per aiutare nuclei non stabili.
    E sopratutto in un periodo di crisi, a discapito dei soldi da dare ai nuclei stabili.
    Quindi, proprio per evitare battaglie ideologiche, il parlamento decida se intende estendere il concetto di vincolo giuridico anche alle coppie omosessuali o meno.
    Deciso questo, gi aiuti dovrebbero essere dati solo a questo genere di coppie a prescindere dal fatto che siano eterosessuali o no.
    Invece andrebbero comunque esclusi tutti i nuclei non stabili legalmente, tipo due amici conviventi.
    Certo, se poi un domani le cose cambiassero ed arrivasse un periodo di vacche grasse, si potrebbe pensare anche a nuclei eterogenei e non stabili, quali destinatari di risorse economiche, ma ora, che queste non bastano neppure per i nuclei stabili……

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