Omelie 2013 di don Giorgio: Decima domenica dopo Pentecoste

28 luglio 2013: Decima dopo Pentecoste

1Re 3,5-15; 1Cor 3,18-23; Lc 18,24b-30

Ognuno dei tre brani della Messa merita qualche riflessione. Partiamo dal primo. Riporta la famosa preghiera di Salomone che chiede al Signore, all’inizio del suo regno, non le ricchezze ma la sapienza. Colpiscono ancora oggi le parole con cui il re appena insediato sul trono giustifica tale richiesta: “”Io sono solo un ragazzo: non so come regolarmi”.
Il giovane Salomone si sente come schiacciato dalla sua grande responsabilità: essere a capo di un popolo numeroso. Confessa la sua debolezza, l’inesperienza giovanile, l’incapacità a governare un popolo immenso. A che cosa servirebbero le ricchezze, le alleanze strategiche, un grande potere?
Andate a dirlo ai nostri governanti, che, appena incaricati di una responsabilità di potere, si sentono subito all’altezza, partono subito in quinta come se fossero già maturi, esperti, in grado di risolvere anche i problemi più complessi. Talora mi chiedo: non basterebbe un po’ di umiltà per evitare di commettere poi dei grossi errori? Caspita! Come si può essere tanto sicuri di sé da pretendere di avere in mano la soluzione di ogni problema? Mio Dio, la cosa peggiore dei governanti o dei politicanti è la supponenza! La supponenza significa:
presunzione, altezzosità e arroganza. È chiaro che occorre avere qualche idea ben lucida in testa, e di conseguenza essere anche determinati nell’attuarla. Ma ci sono tempi da rispettare, ci vuole prudenza nel capire il momento opportuno per partire.
Salomone dice al Signore: “Concedi al tuo servo un cuore docile”. Potremmo star qui delle ore parlando di docilità. Mi limito al significato etimologico della parola “docile”. Essa deriva dal latino “dòceo” da cui anche docente, colui che insegna. Docile significa ammaestrabile, facile ad apprendere, quindi docile è colui che si fa guidare secondo l’insegnamento, la ragione, il consiglio, l’esperienza altrui. Docile non significa arrendevole, passivo, subire. Docile è colui che è sempre disposto a imparare, a cercare la via migliore facendosi consigliare, apprendendo dagli altri più saggi. Nessuno si deve sentire tanto sicuro da credersi tanto auto-sufficiente da non aver bisogno degli altri.
E succede che mentre i più anziani sono tanto saggi da credersi mai degli arrivati, i giovani peccano di docilità: non vogliono riconoscere la loro inesperienza e incapacità. La docilità è la conoscenza di sé, che per i greci era il culmine e lo scopo della vera scienza.
Continua Salomone: “perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male”. Non si tratta qui di una saggezza astratta, di una capacità di discernimento campato per aria. In teoria, può essere anche facile distinguere ciò che è bene da ciò che è male. È nella pratica che ci vuole saggezza. Nel nostro agire concreto è facile farci guidare da altri interessi, farci prendere dai compromessi, giocare equivocando su ciò che è giusto e su ciò che è opportuno. Sta qui il vero equivoco: nel confondere giustizia e opportunità. La gente talora non lo capisce. L’opportunità che potrebbe essere anche una virtù, può tradursi facilmente in opportunismo.
Dio esaudisce la preghiera di Salomone: “Ti concedo un cuore saggio e intelligente”. Attenzione alle due parole: saggezza e intelligenza. Dio non parla di cultura. Non dice: Ti renderò colto! Ma ti concedo un cuore intelligente, ovvero capace di andare oltre le apparenze, di entrare nel profondo della realtà, per cogliere il cuore delle cose.
La cultura se non è intelligenza non serve a nulla, anzi fa danni perché si sostituisce all’intelligenza, che è anche cultura, ma va ben oltre. Ci sono troppi colti che in realtà sono ciechi e ottusi sulla realtà, che non vedono se non dall’esterno. La cultura, soprattutto oggi, non è che una infarinatura che copre la natura della realtà. Ecco perché l’intelligenza è realismo, il vero realista è l’intelligente, e non il colto, che talora vive tra le nuvole o crede di essere su questa terra ma poggia i piedi senza sapere dove cammina.
È chiaro che non basta essere intelligenti: la sapienza aiuta l’intelligenza a dare il giusto sapore alle cose. Sapienza deriva da sapore o odore. Da qui la parola sapido, saporito o saporoso. Giustamente parliamo di gusto della vita, che non consiste nella gioia sfrenata dell’attimo fuggente.
L’intelligente è colui che vede o legge la realtà in profondità, ma non si ferma qui: se è anche sapiente sa dare alle cose il loro giusto sapore. Solitamente non parliamo di intelligenti, ma di sapienti, come di coloro che sono i veri maestri di saggezza. La sapienza non può fare a meno dell’intelligenza, ma dà all’intelligenza quel qualcosa in più, per cui cerco di trovare in ogni cosa un perché, un motivo valido per vivere, anche nel buio.
Giustamente un esegeta commenta: “È notevole il fatto che tutti i grandi uomini del mondo antico, dall’Occidente sino all’estremo Oriente, abbiano chiesto la sapienza. Ed ancor più notevole è il fatto che sono tanto pochi gli uomini moderni, e forse in particolare gli uomini di stato, che la chiedano. Noi poi non la chiediamo affatto. Eppure Salomone, Socrate e i saggi orientali avevano ragione, perché la sapienza è il grande dono, la grande scienza, la grande arte. È la ricchezza, la prosperità, la gloria e senza di essa non v’è nulla”.
Nella seconda lettera ai cristiani di Corinto, san Paolo distingue la sapienza cristiana dalla sapienza di questo mondo. Chiariamo subito che per l’apostolo, così come precedentemente aveva inteso l’autore del quarto Vangelo, “questo mondo” è da intendere in senso negativo, ovvero come il mondo del male. Fatto questo chiarimento, secondo san Paolo il vero stolto è colui che fa parte della sapienza di questo mondo, quello del male, anche se, a sua volta, il vero sapiente secondo Dio è ritenuto stolto da questo mondo. Ancora oggi ci si accusa reciprocamente di stoltezza. Il guaio che la sapienza è diventata monopolio o di una religione chiusa all’Umanità, o di un mondo cosiddetto “laico” che preclude ogni trascendenza.
Fino a quando ci saranno steccati da una parte e dell’altra, non ci sarà possibilità di intesa e di dialogo. La religione ha forse maggiori colpe, nel senso che pretende di far sua la trascendenza, dimenticando che ogni essere umano, indipendentemente dal suo credo religioso, è aperto all’infinito. Chi è oggi lo stolto e chi il saggio? Qui non si tratta di distinguere il credente dal non credente dal punto di vista religioso. Il Maligno, come direbbe la Bibbia, alligna ovunque, là dove si rifiuta la dignità del nostro essere, e noi siamo assetati di qualcosa che va oltre la materialità di una vita che esclude o spegne la sete d’Infinito.
Il brano del Vangelo è chiaro nel condannare l’idolatria del denaro, o dei beni materiali che costituiscono la vera stoltezza. È vero che Gesù non condanna in sé ogni bene materiale, ma il suo uso distorto che chiude all’ingresso nel regno di Dio, ma noi Chiesa siamo riusciti a far convivere l’uso anche smodato delle ricchezze e la virtù individuale della povertà. Le strutture sovrabbondano di ogni ben di dio, però il singolo deve essere povero!  Come si può essere così stolti da non capire che la virtù della povertà deve anche riflettersi sulla struttura, e che la struttura aiuta poi il singolo ad essere veramente povero?
Da secoli le dure parole di Cristo risuonano nella Chiesa, e da secoli la Chiesa sembra farne a meno, nella ipocrisia più vergognosa: quella che consiste nel condannare le ricchezze, e poi vi è così avidamente attaccata da toccare il fondo della stoltezza più blasfema.
Si dice che il denaro è la rovina di tutto, ed è vero. La storia insegna che per il denaro si sono fatte le guerre, e si fanno ancora oggi. Per il denaro esiste la mafia, la violenza organizzata. Per il denaro si distrugge l’economia di una nazione. Per il denaro si inventa ogni cosa, ogni stratagemma, anche per le opere religiose. Sembra che la carità non possa fare a meno del denaro. Eppure il mondo non sarebbe così ingiusto se il denaro fosse distribuito in modo equo. Se tutti avessero il minimo indispensabile per vivere, non saremmo tutti contenti? No, ci deve essere chi ha di più, vuole di più, accumula di più, e inevitabilmente la bilancia scende a sfavore dei più poveri. Noi contestiamo quando ci viene tolto qualcosa, anche un nostro diritto, ma non pensiamo che pretendere di più del necessario possa ricadere a danno di altri. Ciò che importa è che io stia bene. Ed è nei momenti di crisi che l’egoismo affiora, perché tutti abbiamo paura di perdere ciò che abbiamo, dimenticando che così forse la giustizia può ristabilire gli equilibri. Gli squilibri sociali aumentano con il progresso materiale. L’egoismo crea, e qui tornano i primi due brani della Messa, quella stoltezza di vita che mi fa vedere le cose e vivere questa vita al di fuori, per non dire contro quella saggezza che mi dice: Ragazzi, non perdete l’equilibrio tra le cose e la vostra sete d’Infinito.

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