Omelie 2015 di don Giorgio: Quinta Domenica dopo il Martirio di S. Giovanni il Precursore

27 settembre 2015: Quinta dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore
Dt 6,1-9; Rm 13,8-14a; Lc 10,25-37
La Liturgia probabilmente ha scelto come prima lettura un brano del libro del Deuteronomio, precisamente i primi nove versetti del capitolo sesto, per il semplice motivo che Gesù, prima di narrare la parabola del buon samaritano, come vedremo, ne cita un versetto, esattamente il quinto.
Temi e ama il Signore
Il libro del Deuteronomio (che significa “seconda legge”) è chiamato così per l’obbligo che il re aveva di tenere presso di sé una copia della Legge (“una seconda Legge”, appunto) come guida del suo governo e della sua condotta: «Quando si insedierà sul trono regale, scriverà per suo uso in un libro una copia di questa legge, secondo l’esemplare dei sacerdoti leviti» (Dt 17,18). Il Deuteronomio è il libro per eccellenza della Parola di Dio. Gli Ebrei lo chiamano “Debarim” (“Le Parole”). I suoi 34 capitoli sono strutturati sul verbo “Ascoltare”, che significa: “obbedire, praticare quanto esce dalla bocca di Dio” (Dt. 8,3).
Lo ripeto per l’ennesima volta: secondo la Bibbia, tutto è visto nel contesto dell’Alleanza, e la ricchezza dell’Alleanza dipende da due sentimenti fondamentali: “temere il Signore” (v 2) e “amare il Signore” (v 5).
Don Raffaello Ciccone commenta: «Non si parla di gesti di culto né di offerte a Dio. Questo fu considerato un atto di omaggio e di offerta per il Signore e fu il modo universale di onorare la divinità nell’antichità (ebrei e pagani), per propiziarla, e ingraziarla con i doni che, umilmente, i mortali le offrivano. Anche Israele entrò in questa prospettiva e si impegnò a costruire il tempio, mantenerlo nello splendore, di offrire doni. Anche il mondo cristiano ritenne che fosse un grande segno di amore offrire a Dio doni e materiale prezioso, costruire grandi cattedrali e abbellire sontuosamente riti e monumenti di cui siamo ancora fieri, quando ne ammiriamo la grandiosità, la bellezza ed il lavoro. Ma il Signore Gesù non chiese questo e, in tutta la sua vita, visse poveramente. Egli proclamava la legge che non è un regalo a Dio, ma la condizione e il segreto che Dio ci offriva per maturare sapienza e libertà. Il Signore chiese il rispetto della legge perché ci voleva e ci vuole grandi. La legge era sapienza, era lo sviluppare al meglio la nostra vita che dal Signore stesso è stata modellata come il capolavoro creato a sua somiglianza. La legge è libertà perché ci scioglie da tutte le altre dipendenze. Dio è uno solo, mentre, attorno, gli esseri umani avrebbero trovato altri dei che avrebbero tentato di convincerli dei loro messaggi più interessanti, più coinvolgenti, più promettenti di felicità. Tu “temi ed ama” perché il mondo è difficile e pericoloso: stai attento ai pericoli della sfiducia e della dipendenza. Apri gli occhi sulle tante esperienze di lacerazioni quando ci si compromette con il potere, la vendetta, il danaro, le droghe. “Temi” per camminare fiducioso e fidati solo di Dio. “Ama” perché hai scoperto che il Signore è l’unica speranza e nel cuore si consumano tutte le ragioni di valore e tutti i sentimenti. “Ama con tutta l’anima” e l’anima è la vita, è il respiro dell’esistenza. “Ama con tutte le forze” e il Signore ci ricorda che vanno messi in gioco capacità, impegno, intelligenza ed anche le possibilità finanziarie».
Una parabola, dove il modello è un laico, per di più eretico
Passo al brano del Vangelo. In sintesi: un maestro della legge pone una domanda, con l’intento di mettere Gesù alla prova: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Come potete già vedere, la domanda è complessa: si tira in ballo addirittura la vita eterna. Gesù come reagisce? Pone una contro-domanda. Trattato da discepolo, riprende la sua cattedra di maestro: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Come a dire: tu che sei esperto della Legge, dovresti già saperlo! Però, stai attento. Non puoi interpretare la Legge a modo tuo. “Come leggi?”. Qui non bisogna dimenticare che in ebraico non si scrivono le vocali, ma solo le consonanti. Perciò nella lettura, spesso, la stessa interpretazione dei rotoli della legge è soggetta a variazioni.
Ma quel maestro della legge risponde bene, citando due frasi della Bibbia: la prima, tolta dal libro del Deuteronomio (6,5): “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente”, mentre la seconda è tolta dal libro del Levitico: “e il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18).
Ma il maestro non è soddisfatto, e pone un’altra domanda a Gesù: “E chi è il mio prossimo?”. Gesù risponde con una parabola.
Premetto ciò che poi Gesù dirà alla fine, ponendo un’altra domanda, che ribalta in realtà la domanda di quel maestro della legge: “Chi di questi tre (sacerdote, levitico e samaritano) ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. È in questa luce che va letta la parabola. In altre parole, Gesù ha voluto dirci: non ci deve tanto interessare chi è il prossimo da amare, ma come noi ci facciamo prossimi agli altri. Purtroppo, ci preoccupiamo di fare del prossimo un oggetto da ricercare, da individuare, da indicare, selezionando eventualmente le persone da aiutare. “Questo” sì, “quello” no. Ci siamo preoccupati, cioè, di stendere degli elenchi delle persone da soccorrere, di occupare tutto il tempo, così da non averne un attimo per fare qualcosa di concreto.
Gesù, invece, nella parabola si è soffermato nell’indicarci il comportamento da tenere quando si aiuta una persona in difficoltà. Ed è qui l’originalità e la provocazione della parabola: una parabola che qualcuno ha definito “un ‘laico’ racconto di cronaca”. Il vero protagonista, che Gesù prende come modello della carità più gratuita, è proprio un laico, che Gesù contrappone alla classe sacerdotale, prendendolo come modello della carità più gratuita. Possiamo, allora, anche dire che si tratta di una parabola anticlericale. Ma c’è di più. Gesù esce addirittura dal mondo ebraico: chi si ferma a soccorrere quel disgraziato è un samaritano, appartenente dunque a un popolo, giudicato eretico dagli ebrei. Mentre il sacerdote e il levita tirano diritto, per paura di contaminarsi al contatto col sangue,  proprio il samaritano, l’eretico, lo scomunicato, colui che non rispetta tutta la legge di Dio, proprio lui supera ogni barriera per aiutare chi ha bisogno: l’uomo vale più di tutto.
Non scandalizziamoci. Ancora oggi, anche noi cristiani siamo vittime di dogmatismi  schiavizzanti, di culture dei primi della classe, di forti pregiudizi nei riguardi di coloro che giudichiamo inferiori, di prevenzioni e di pigrizie che ci bloccano in un mondo tutto “nostro”: a parole parliamo di carità o di accoglienza, in pratica troviamo tutti i cavilli o scuse pur di stare alla larga dai più poveri.
Ancora oggi la Chiesa vive in un mondo di “puri”, di gente che si crede “perfetta” perché si sente protetta dai nemici della fede, dagli eretici, dagli scomunicati. E ce ne andiamo per la nostra strada. Come quel sacerdote o levita della parabola. E i cavilli e le scuse ci sono, sono molteplici, di ogni tipo: accogliere sì ma con cautela, accogliere sì ma non tutti, accogliere ma senza urtare i “nostri”, e i “nostri” sono “quelli di casa”, i fratelli nella fede, gli amici del partito che si battono per difendere i valori cattolici dai nemici islamici.
Spesse volte mi son chiesto: Gesù, oggi, quali personaggi prenderebbe per raccontarci la parabola dell’uomo o della donna che, di fronte a un disgraziato, non tira diritto ma si ferma. Al posto del samaritano, chi metterebbe?
Sarebbe interessante, ma non c’è più tempo per cogliere altri particolari della parabola. Solo una cosa. Non c’è solo un aiuto momentaneo e personale. Il gesto del samaritano va oltre: coinvolge anche l’albergatore. Noi possiamo fare qualcosa, ma poi devono intervenire le istituzioni. Sarà nostro compito stimolarle, costringerle: “Abbiate cura di lui!”.
Non dobbiamo fare, dunque, un po’ di carità, per sentirci personalmente soddisfatti: “ora mi sento a posto, ho aiutato una persona!”. “Quello che conta è il bene di chi ha bisogno, non la tranquillità della propria coscienza” (don Ciccone).
La parabola del samaritano diventerà, allora, un serio esame di coscienza per tutti: per la Chiesa e per lo Stato, come cristiani e come cittadini.

 

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