Omelie 2019 di don Giorgio: PRIMA DOPO LA DEDICAZIONE

27 ottobre 2019: PRIMA DOPO LA DEDICAZIONE
At 13,1-5a; Rm 15,15-20; Mt 28,16-20
Il Vangelo secondo Matteo si conclude con il brano della Messa di oggi. Le parole finali sono una promessa che supera ogni attesa: «Ecco io sono con voi sino alla fine dei tempi».
Una promessa che è una realtà quotidiana: è la stessa realtà divina che è presenza che supera ogni tempo. Gesù non dice: “Io sarò”, ma “Io sono”. Se queste parole fossero presenti nel Vangelo di Giovanni, avremmo potuto dire con sicurezza che sono la definizione di Dio: Io Sono! Ma credo che non bisognerebbe scartare un tale significato fortemente teologico e mistico, solo per il fatto che appartengano al Vangelo di Matteo.
Io sono con voi…
Già dire “io sono” ci porta a prendere la strada dell’essere. “Io sono”! Ora l’essere richiama l’essere. L’Essere divino richiama il nostro essere, che è la nostra realtà interiore, la realtà spirituale, dove lo Spirito è presente in tutta la sua Divinità.
Un conto è dire: “io, don Giorgio, io, Marco, io, Luigi, ecc. sono con te, vicino a te”, e un conto è dire: “Dio, in tutta la sua essenzialità, è vicino a noi”. Io, don Giorgio, Marco, Luigi ecc. sono accanto a te con tutto il mio corpo, le mie sensazioni, i miei sentimenti, ecc., mentre Dio è accanto a noi in tutto il suo Essere, che va al di là di ogni carnalità o di ogni aspetto psichico.
Ma c’è di più. Un’altra volta si impone una interpretazione diversa: che significa “con voi”, “accanto a voi”? Ciò fa pensare a qualcosa sul piano esteriore al nostro essere interiore. Non si vorrebbe negare a priori una vicinanza di Dio ai nostri problemi esistenziali, ma se fossimo veramente realisti, pensando al mondo intero, non è che questa vicinanza sia molto efficace. Gente che soffre ce n’è, e tantissima, più di quanto la nostra fede potrebbe sopportare. Ma ciò che fa seriamente riflettere è che talora si tratta di un soffrire quasi a vuoto, senza avere un contrappeso, ovvero senza avere una contromisura, che sta nel nostro essere interiore. Anche i poveri sembrano solo corpi disfatti dalle disgrazie terrene, talora incapaci di reagire alla sventura umana, incapaci di mettere in gioco la grazia divina.
In altre parole, se l’uomo di sempre, non solo quello di oggi, ha fatto della propria esistenza quasi una pretesa di un vivere di beni di consumo, dimenticando completamente la realtà divina, quella realtà spirituale per cui Gesù può dire: “Io sono”, non possiamo appellarci alla promessa di Cristo: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi”. Cristo dicendo: “Io sono con voi” intendeva dire: “Io sono in voi”, e tale presenza interiore nessun tempo potrà limitare, nessuna ostilità potrà cancellare.
L’Amicizia divina
L’ho già detto: non limitiamo l’amicizia di Cristo a qualcosa di esteriore, o sul piano strettamente psicologico. L’amicizia di Cristo è nello Spirito interiore. Qui Cristo, in quanto Figlio di Dio, Logos o Parola del Padre, vive la sua eternità rendendoci eterni.
Già di per sé ogni vera amicizia dovrebbe essere spirituale, ovvero trovare le radici della sua autenticità nell’essere, ma l’Amicizia divina è lo stesso Spirito santo che ci unisce nell’Essere supremo.
A me piace ricordare l’episodio dei due discepoli di Emmaus. Dopo la morte di Gesù, il loro Maestro, delusi se ne tornano a casa, e lungo il cammino si accosta a loro un pellegrino misterioso, che cerca di risollevare il loro spirito affranto. Scrive Luca: «Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista». Gesù era entrato nel loro cuore. E questo basterà perché tornassero a Gerusalemme, pieni di gioia a raccontare il fatto agli altri discepoli.
“Essi però dubitarono”
Ma… c’è un ma. Matteo annota: «Gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che il Signore Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono».
Gesù, dopo la risurrezione, era apparso diverse volte ai discepoli assumendo un aspetto umano, ma ciò non era servito a rafforzare in loro la fede. Sarà lo Spirito santo a imprimere negli apostoli e nei credenti il sigillo della sua presenza. Lo Spirito richiederà un’adesione interiore di fede, e non esteriore.
Notate: meno male che la nuova traduzione della Bibbia ha reso giustizia, traducendo bene il testo greco che non dice “alcuni però dubitarono”, così come veniva tradotto fino a poco tempo fa. No, non solo alcuni, ma tutti i discepoli dubitarono. Come mai? Eppure Cristo aveva fatto di tutto per convincerli?
La ragione è la solita: i discepoli erano ancora attaccati al Cristo storico, al Cristo carnale, e non accettavano il Cristo della Risurrezione, il Cristo della fede. Come quei credenti di oggi che si aggrappano ad ogni apparizione dei santi o delle madonne. Costoro che fede hanno nel Cristo della fede? Che fede hanno nello Spirito santo, il dono del Cristo morente?
“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli”
Non mi soffermo sull’”andate”, perché avrei bisogno di altri dieci minuti di omelia. Mi soffermo invece, benché brevemente, sull’altro comando: “fate discepoli”.
“Fate discepoli”: anche qui la nuova versione della Bibbia dà ragione al testo greco, e non traduce, come succedeva prima, “ammaestrate”, ma “fate discepoli”.
C’è differenza tra “ammaestrare” e “fare discepoli”. La Chiesa, purtroppo, si è sempre impegnata a indottrinare le persone, disobbedendo all’ordine di Cristo: «Ma voi non fatevi chiamare rabbi, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli».
Quindi, nessuno di noi, neppure il papa, deve farsi chiamare maestro. Abbiamo un solo Maestro, ed è interiore: si chiama Spirito santo.
Ma che significa “fare discepoli”? Significa affascinarli del Divino. «Si diventa discepoli per affascinamento», commenta don Angelo Casati. La dottrina fredda non aiuta certo ad accostarci a Dio. È lo spirito interiore che deve farsi affascinare dallo Spirito santo. A noi tocca far capire alla gente che deve rientrare nel suo profondo, e nel profondo dell’anima rimarrà affascinata dallo Spirito divino. A che serve indottrinarli dall’esteriore?

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