Così l’accoglienza dell’Uganda ha cambiato faccia e tante vite

da AVVENIRE
24 novembre 2019
Reportage.

Così l’accoglienza dell’Uganda

ha cambiato faccia e tante vite

Paolo M. Alfieri Inviato a Nyumanzi (Uganda)
Solo in questo campo, a nord della capitale Kampala, arrivano duemila persone al giorno. Né tende, né reticolati ma un vero insediamento
Bimbe a piedi sbucano tra nuvole di polvere. Terra rossa nell’Africa nera, l’Africa vera, l’Africa ancestrale degli Acholi, quella macchiata di sangue ai tempi della folle guerriglia di Joseph Kony. L’Africa di cui si parla poco, quella che accoglie e cura i suoi figli in fuga dalla guerra fregandosene delle frontiere. Uganda, cuore del continente.
Dalla capitale Kampala abbiamo puntato verso nord, 400 chilometri attraversando il Nilo in direzione di Gulu, passando tra mercati affollati di tutto e di niente. «Dio ha grandi progetti per me», recita ottimista una bancarella derelitta dal tetto in lamiera. Ragazzi di 12-13 anni assediano pulmini debordanti di viaggiatori, provando a vendere pannocchie e cosce di pollo arrostite a bordo strada. Le donne, invece, trasportano taniche d’acqua sulla testa disperdendo i loro passi lungo sentieri secondari.
Passata Gulu, altri 100 chilometri a nord-ovest ci portano nel distretto di Adjumani, alla ricerca di un modello di accoglienza diverso da quello a cui siamo abituati e che ha dato rifugio solo in questa regione a 218mila profughi scappati dagli scontri in Sud Sudan, a fronte di una popolazione locale di 250mila abitanti. In totale, però, sono 1,3 milioni i profughi ospitati in Uganda, il Paese africano che ne accoglie di più e tra i primi cinque a livello mondiale.
Nel campo di Nyumanzi, qui nell’Adjumani, vivono in 40mila, quasi tutti di etnia dinka, cristiani di varie denominazioni. Più che un campo profughi è ormai un vero e proprio insediamento, nessun muro e nessuna recinzione a ostacolare la libertà di movimento. «Nel 2015, al picco delle violenze, qui arrivavano 2mila persone al giorno, oggi gli arrivi sono un migliaio al mese – spiega Elena Guiducci, cooperante dell’Ong italiana Africa mission cooperazione e sviluppo (Amcs), attiva nel campo con diversi progetti –. Non si tratta più di rispondere all’emergenza, ma di offrire servizi e possibilità di crescita per un’intera comunità».
Se altri Paesi africani destinano i profughi a vivere per anni sotto tende precarie in campi recintati, se l’Europa blocca i flussi e gli Stati Uniti provano a costruire muri alla frontiera con il Messico, l’Uganda del “presidente- dinosauro” Yoweri Museveni – più volte accusato di brogli e di intimidazioni verso l’opposizione – ha preso anni fa un’altra strada. «I profughi vengono subito registrati e dotati di una carta d’identità che consente non solo di muoversi su tutto il territorio nazionale ma anche di avviare un’attività – aggiunge invece Pier Giorgio Lappo, che di Amcs è rappresentante in Uganda –. Chi decide di restare nel campo riceve indumenti, taniche d’acqua, razioni di cibo (o denaro) per un certo numero di anni distribuite dal Programma alimentare mondiale dell’Onu. Inoltre i profughi hanno diritto a un pezzo di terra e al materiale necessario a costruire una piccola casa. Poi c’è chi inizia a curare un orto, chi avvia piccoli commerci o altre attività».
È il passaggio dall’accoglienza vista in modo assisten- ziale ad una logica di sviluppo, che per il governo si traduce in una scelta vincente su più fronti. C’è chi fa notare gli enormi interessi che si celano dietro all’«industria degli aiuti», che porta qui fondi internazionali e moltiplica cariche pubbliche, senza contare che il governo ugandese finisce di fatto con l’ottenere dalle agenzie umanitarie servizi di base anche per la sua popolazione, risparmiando ad esempio su sanità e istruzione. Inoltre, si avvantaggia di maggiori entrate fiscali derivanti dalle attività avviate dai profughi e, soprattutto, dalla catena degli aiuti. È, comunque, una logica economica che funziona, anche se le sfide sul fronte umanitario restano molte.

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1,3 milioni
i profughi che vivono attualmente sul territorio ugandese: è il Paese africano che ne accoglie di più

31mila
scellini è l’importo (7,60 euro) che ogni rifugiato può ricevere ogni mese al posto delle razioni alimentari
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«Africa mission qui a Nyumanzi si occupa del rinnovo dell’impianto di raccolta dell’acqua piovana, visto che proprio la scarsità d’acqua rischia di provocare tensioni con la comunità locale – dice Martina Novello, un’altra cooperante del movimento avviato da don Vittorio Pastori e monsignor Enrico Manfredini –. Inoltre stiamo avviando corsi di formazione professionale per i giovani e attività di supporto per le donne, rendendole consapevoli del loro ruolo di leader. Il campo è abitato infatti principalmente da donne e bambini, mentre molti uomini sono rimasti in Sud Sudan a difendere il bestiame o a combattere».
Le comunità locali danno un contributo di accoglienza importante mettendo a disposizione le loro terre. In cambio, nell’ambito di ogni progetto di cooperazione, a loro è dedicato il 30% delle attività e delle risorse. D’altronde profughi sudsudanesi e comunità ugandesi vivono fianco a fianco, divisi solo da una carreggiata stradale. I loro figli vanno a scuola insieme (molto attiva nell’istruzione è la Comunità di Sant’Egidio), si servono dello stesso dispensario medico, insieme fanno spesa al mercato locale. «Il governo di Kampala dà ai profughi la massima protezione – ci tiene a sottolineare Albert Aloumbi, che qui a Nyumanzi è il rappresentante dell’esecutivo –. Cerchiamo di rispondere ai loro bisogni, perforando ad esempio nuovi pozzi d’acqua. Ora stiamo progettando di dar loro animali da allevamento come le capre.
È una sfida quotidiana, considerando che i numeri sono importanti». Lo sfruttamento delle risorse naturali è l’aspetto che nel lungo termine potrebbe rendere più tesa la situazione. Se in Occidente si fanno strada le sorgenti energetiche alternative, qui, oltre che per l’acqua, si lotta ancora soprattutto per legna ed erba, che i dinka si procurano anche nei terreni vicini e questo chiaramente provoca problemi con le comunità locali. Il fatto poi che i profughi siano passati da 34mila a 49mila solo qui a Nyumanzi si traduce in minori risorse per tutti. Delle tante sfide parla anche Moses Nyang, che dei profughi è stato democraticamente eletto rappresentante. «Le classi delle scuole sono sovraffollate, le condizioni delle strade disagevoli, c’è un dispensario medico, ma non un dottore, né una sala operatoria e nemmeno un’ambulanza. Inoltre in alcuni pozzi l’acqua è salata e non abbiamo abbastanza alberi.
Detto questo – prosegue – il governo ugandese ci dà sicurezza al 100%. Certo, dentro di noi abbiamo sentimenti contrastanti. Vorremmo tornare a crescere i figli nella nostra terra, e questo dipenderà dalla situazione in Sud Sudan. Ma sarebbe bello, un giorno, tornare lì e spiegare cosa si prova davvero a vivere nella pace».

 

1 Commento

  1. bartolomeo palumbo ha detto:

    POTER VIVER NEL PROPRIO PAESE E’IL SOGNO DI OGNI EMIGRATO,anche qui in EUROPA,che per noi europei dovrebbe essere un unico paese,ma che in pratica,spesso e’ un’utopia.PECCATO!!!!!!!

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